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Barracoon, racconto dall’ultima schiavitù

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il volto di Cudjo Lewis si riga di lacrime, quando comincia a ricostruire con l’etnografa Zora Neale Hurston la storia della riduzione in stato di schiavitù. Nel luglio del 1927 Hurston e Cudjo s’incontrarono per la prima volta per un racconto destinato al Journal of Negro History. Zora entrò nella casa di Cudjo Lewis, raccogliendo la storia dalla voce di un testimone diretto in grado di descrivere l’odissea dell’ultimo carico di schiavi approdato negli Stati Uniti d’America.

«Il mio nome non è Cudjo Lewis. È Kossula. Quando sono venuto nella terra dell’America il signor Jim Meaher ha provato a dire il mio nome, ma siccome è troppo lungo, io gli ho chiesto: “Senti, io sono una cosa tua?”. Lui ha detto: “Sì”. E così io ho detto: “Allora chiamami Cudjo. È uguale”. Nella terra dell’Africa, però, mamma mi ha chiamato Kossula».

Barracoon (66thand2nd, 187 pagine, 15 euro, traduzione di Sara Antonelli e Mauro Maraschi) è una ferita esposta, che costringe gli stessi africani a guardarsi allo specchio: non soltanto come vittime ma corresponsabili del commercio di schiavi. È un pensiero documentato senza mediazioni. Pochi schiavi poterono raccontare la tratta e le soggettività sono state ridotte ai numeri della più grande migrazione forzata della storia del pianeta.

Col lavoro di Hurston la diaspora africana nelle Americhe si afferma come una risorsa culturale irrinunciabile. La prima stesura del libro risale al 1931, ma è stato pubblicato solo l’anno scorso negli Stati Uniti, riscuotendo l’interesse della critica e dei lettori. Barracoon è stato osteggiato a lungo dagli stessi intellettuali e politici neri per come narra le atrocità che gli africani hanno inflitto gli uni agli altri, consegnandosi all’incubo delle traversate transoceaniche e alle catene dell’uomo bianco in Occidente.

Nel maggio del 1859 i tre fratelli Meaher e Foster, capitano della nave veloce Clotilda, lunga ventisei metri e larga sette, salparono dalle coste statunitensi destinazione il porto schiavista del Dahomey, l’attuale Benin, con la ragione ufficiale di caricare olio di palma rosso. Tornarono con 130 prigionieri, divisi tra donne e uomini, ridotti a carico di bestiame, stipati e rattrappiti sulla Clotilda nei settanta giorni di navigazione dell’ultima nave negriera, poi data alle fiamme. Kossula la sottrasse all’oblio.

«Oddio, quanto ha sofferto, Cudjo, su quella nave! Il mare mi metteva così paura! Perché l’acqua faceva tanto rumore. Certe volte la nave saliva verso il cielo, poi scendeva giù verso il fondo del mare. Non siamo scesi a terra per settanta giorni», rievocò il testimone.

A Whydah le persone, ammassate in quantità impressionanti lungo la costa, pronte a essere esportate, potevano costare da cinquanta a sessanta dollari. Foster riempì rapidamente la nave. «Il re del Dahomey, sai, era diventato molto ricco perché catturava gli schiavi. Il suo esercito attaccava di continuo per fare prigioniere le persone e poi venderle», dice Cudjo che fu catturato dopo un assalto sanguinoso a Takkoi, il suo villaggio.

L’esodo dell’orrore, che non svanisce col tempo, di uomini liberi e integri, resi merce, con l’intermezzo della prigionia nel recinto del barracoon, si concluse nella proprietà dell’americano John Dabney. La parola baracoon deriva dallo spagnolo, rifugio o capanna, ed era la struttura usata per tenere i prigionieri da vendere in Europa o nelle Americhe. Una volta scesi dalla Clotilda, gli schiavi risalirono con un vaporetto il fiume Alabama fino alla piantagione: «Non ci lamentavamo per il peso del lavoro. Piangevamo perché eravamo schiavi. Di notte piangevamo perché eravamo nati e cresciuti liberi, e invece adesso eravamo schiavi. Non capivamo perché ci avevano portato via dal nostro paese».

L’Act Prohibiting the importation of Slaves del marzo 1807 dichiarò illegale qualsiasi partecipazione al traffico internazionale di schiavi e vietò la tratta di africani. Tra il 1860 e il 1861 i tre Meaher furono processati e multati per importazione illegale di schiavi. Nel 1866, dalle macerie del dominio dell’uomo sull’uomo, nacque un villaggio chiamato African Town, costruito dai sopravvissuti della Clotilda su un terreno dello schiavista. Oggi la città in Alabama si chiama Plateau.

Quasi dall’incipit, Cudjo ricorda all’autrice il dovere di sostenere la memoria degli antenati e di vivere nel frattempo la propria vita quotidiana nei diversi angoli del mondo in cui gli africani sono stati trascinati come schiavi. In ogni sua parola manifesta il legame primigenio e inscindibile con l’Africa, che non è stato reciso dalla schiavitù, dalla violenza e dall’assenza nei sessant’anni vissuti in America. La nostalgia non abbandona mai lo sguardo di un uomo che ha lottato per mantenere la propria umanità. E i suoi occhi sono accesi dal dono più alto della compassione.

La valenza di questo testo, che oltrepassa la semplice testimonianza, è almeno duplice. Ci sono la lingua e il vocabolario di chi produsse una rottura a fronte di un’oppressione plurisecolare. E c’è l’idea di osare inventare l’avvenire. Qual è stata la conquista essenziale? Non essere espulsi dalla storia, anzi credere di riuscire a determinarla con la propria dignità, sentendo intimamente qual è il prezzo che si è disposti a pagare per questa felicità. La felicità nello scoprire la libertà, nel partecipare alla creazione di una comunità, nel costruire la propria casa. La felicità di essere vivi nonostante tutto.

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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