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Battisti, il nostro caro Lucio

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di Simone Bachechi

Metà  di giugno 1970. Giulio Rapetti (in arte Mogol) è riuscito a convincere il “suo” Lucio a intraprendere una cavalcata attraverso l’Italia, da Milano a Roma. Progetto poetico e affascinante del quale la stampa che già stringe nella morsa il duo più noto della canzone italiana darà conto. Lo stesso Lucio ne scriverà. Un progetto, quello della cavalcata, che lungi da essere uno strumento promozionale, il duo Battisti-Mogol aveva già scardinato le porte del successo, è anche una sorta di manifesto ecologista che per certi versi assomiglia ad altre imprese letterarie e artistiche. Anche se con diverse sfumature, viene in mente il Viaggio in Italia di Piovene o il reportage di Pasolini su è giù per la penisola che è Comizi d’amore.

La stessa fotografia e la stessa denuncia contro il mutare  dei costumi della società italiana del Pasolini dei Comizi e soprattutto del suo discorso sulla “scomparsa delle lucciole” echeggia in qualche modo nell’intrapresa di Battisti e Mogol, anche se nella fattispecie la cavalcata attraverso le campagne italiane e la spinta ecologista che ne è il propulsore costituisce, come emerge dal bellissimo “Il nostro caro Lucio” del bravo Donato Zoppo – uno dei libri più recenti ispirati all’artista di Poggio Bustone – un pretesto per parlare di musica, l’unica cosa alla quale Lucio Battisti era votato.

Come emerge nel volume delle parole di Mario Lavezzi, che insieme a Oscar Prudente seguiva i due a cavallo a bordo di una roulette, questa apparentemente strampalata cosa della cavalcata è in realtà un pretesto per parlare di musica tra loro, distaccandosi da tutto il tam tam e il bla bla che avevano generato i loro primi successi che confluiranno poco mesi dopo nell’album che consacrerà il duo, “Emozioni” del dicembre 1970, quell’album del quale Mogol dirà che “ha dato fastidio agli intellettuali perché ha messo in crisi il discorso della canzonetta”.

Quando si parla di pretesti ci si può anche domandare se parlare nel 2019 di Lucio Battisti abbia ancora un senso, un anno dopo quel 2018 che è stato inoltre l’anniversario della morte dell’artista, anno nel quale, a dispetto dell’ostinata e solo in parte comprensibile missione di strenua difesa dell’oblio totale da parte di Grazia Letizia Veronese, la quale in fondo non ha fatto altro che dare seguito alle volontà di Lucio, ha visto tutta la sua trafila di ricorrenze, celebrazioni e persino un libro, appunto quello di Donato Zoppo, edito da Hoepli, ricchissimo e documentato volume che è anche il primo della nuova collana “Storia della canzone italiana/I protagonisti”, inaugurata forse non a caso proprio con Lucio, il più grande di tutti, ma qui si va sul personale.

L’arte in ogni caso non dovrebbe cercare pretesti, ricorrenze, santini e celebrazioni, anche perché ristampe degli album fortunatamente e nonostante tutto ce ne saranno e ce  ne sono state, anche di recenti, ma dovrebbe cercare solo la  parola, diffusione e trasmissione ai posteri, anche a livello di istruzione primaria perché no? Ci fosse mai nei programmi scolastici un qualcosa sulla storia della canzone italiana. Un libro come quello di Zoppo in tal caso centrerebbe sicuramente l’obiettivo e dovrebbe essere incluso nei programmi come valida guida all’ascolto, approfondimento filologico sui testi e sulla musica e sullo straordinario percorso biografico e artistico del nostro caro Lucio, oltre a restituirci in filigrana uno spaccato sulla storia della musica italiana e del costume dagli anni 60 fino a tutti i 90, il 1998 per l’esattezza, anno della prematura morte del Lucio nazionale.

L’arte, e la musica è una delle sue più alte espressioni, va oltre il tempo e le contingenze. Quella di Battisti, il perfezionista con la cura maniacale del dettaglio e di ogni arrangiamento, il genio scontroso e solitario – come dice ancora oggi una certa vulgata giornalistica caciarona – il misantropo e disimpegnato in epoca di impegno forzoso che si ritira dal bla bla della stampa per dedicarsi solo all’arte, il situazionista che rifugge la civiltà dell’immagine, ne è la più alta espressione alle nostre latitudini.

Ecco, in era social, ben venga un volume come questo, anche oltre ogni ricorrenza, per far conoscere alle nuove generazioni la vita e la musica di un uomo che ha scavalcato i tempi, li ha precorsi, perché come lui stesso dirà “io sono oltre”, lui che aveva l’ardire di profetizzare “le mie canzoni rimarranno negli anni, anche quando molti altri saranno dimenticati” ed è andata proprio così. La bibliografia battistiana è naturalmente ampia (il primo libro a lui dedicato è del 1979) e la postilla finale del volume di Zoppo con i testi consultati ne è solo una parte.

Il libro ripercorre in modo attento e puntuale la biografia e l’arte del nostro caro Lucio (bellissimo anche il titolo del volume che rivisita uno dei suo più grandi successi), dall’ infanzia nella campagna reatina, ai primi tentativi con la musica nei night di Napoli, in quelle “serate”, “servizi” e “attrazioni”,  termini con i quali si definivano le esibizioni di ancora aspiranti  musicisti, nel caso di Lucio fuggendo dal giogo paterno che lo voleva perito elettrotecnico, con la scommessa e sfida intrapresa con lo stesso padre sul poter vivere di sola musica, le difficoltà di emergere e le critiche ai suoi primi testi definiti  scialbi e banali, con quella voce per niente allettante “roca e indifferente” da uno “che ha degli spilli conficcati in gola”,  proprio il suo punto di forza espressivo e quello che ce lo fa ancora ascoltare e commuovere, per approdare poi ai grandi successi degli anni 70, fino a chiudere con il grande silenzio, il suo totale ritrarsi dalla vita pubblica per parlare solo con i suoi dischi, i capolavori del decennio della cosiddetta pentalogia, nati dalla collaborazione con Panella, capitolo della biografia artistica battistiana che meriterebbe di per sé un volume a parte, come del resto la bibliografia in calce al volume di Zoppo certifica essere avvenuto.

I trafiletti, i riquadri e i fondini colorati all’ interno delle pagine danno al libro un’accattivante connotazione pop che serve ad approfondire contesto sociale e musicale delle varie epoche che hanno segnato il percorso battistiano, i protagonisti che lo hanno accompagnato musicalmente, le sue collaborazioni come autore, l’analisi filologica dei testi, curiosità e aneddoti.

Quelli, ad esempio, sulle enigmatiche sigle che mette in 45 giri da lui prodotti come S.E.G. che sta per scusa er guanto, e che testimoniano la soddisfazione  dell’autore Lucio per un brano, come anche  G.I.A.S. (già iscritto alla Siae), e altre chicche di vario genere sul mondo più intimo e privato dell’artista e dell’uomo.

Lo straordinario percorso artistico e umano è ripercorso nel libro di Zoppo seguendo le tappe dell’evoluzione dell’artista di gran lunga più innovativo di tutta la storia della musica italiana, sempre un passo avanti a tutto e tutti, di fronte al quale gli pseudorivoluzionari a lui contemporanei e ancor di più quelli odierni impallidiscono. Anno dopo anno, album dopo album, è messa in luce la prima preoccupazione di un vero artista che dovrebbe essere quella di rinnovarsi, migliorare, evitare l’autocelebrazione, problemi che Lucio ha sentito più di tutti, tanto da farlo confessare in una delle rare interviste “io la musica la concepisco come un modo per potersi rinnovare, per trovare nuovi stimoli, da non diventare noioso, pesante da portare avanti”, cose che  nessuno meglio di lui ha saputo fare proprie e che proprio per questo lo hanno portato ad essere ricordato negli anni. Dagli esordi di un ragazzo dalla faccia simpatica e vagamente malinconica all’essere uno dei fautori della rivoluzione e dello svecchiamento del canone canzone nello stantio panorama musicale italiano degli anni 60, aprendosi alle nuove sonorità provenienti dall’estero, fino all’ americanizzazione del sound, le contaminazioni del rythm&blues, il rock and roll di oltreoceano, il soul, fino al funk e alla disco music degli album della cosiddetta tetralogia del riflusso, del quale Lucio non tanto è stato fotografo, quanto con le proprie antenne ne ha captato il sentore nell’aria, certificandone il dilagare, perché un’artista è sempre avanti.

Sono gli album della seconda metà degli anni 70, quelli che segneranno anche la fine della storica collaborazione con Mogol e che apriranno la strada agli estremi ed incompresi esiti della pentalogia, dei dischi bianchi di e con Panella. Già, perché questi ultimi costituiranno una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto al modo di concepire la forma canzone stessa e il rapporto musica- testo.

Rispetto all’era Mogol-battistiana del prima la musica poi il testo, il paradigma si inverte: l’ultimo Battisti, quello dal 1982 in avanti e più compiutamente quello dal 1986 che si avvale dei testi di Panella, è quello del prima le parole, sulle quali si innestano melodie sempre più scarne fatte di beat elettronici e campionamenti, con lo sciamano che va a pescare a piene mani nei frutti dello sviluppo tecnologico, prima di tutti gli altri.

In una confidenza di quegli anni al vecchio amico e suo musicista dei Formula 3 ai tempi degli esordi, Gabriele Lorenzi, confesserà: “il futuro della musica è il rap”, quando il rap nessuno sapeva ancora cosa fosse. Questo solo a testimonianza della sua verità che un’artista non deve compiacere il suo pubblico, ma lo deve guidare, come confesserà in una delle sue più note delle sue rare dichiarazioni, talmente secca e lapidaria, proprio perché proveniente da un’artista così parsimonioso nell’esporsi in un modo diverso dalla sua stessa arte, da diventare  praticamente un manifesto e credo estetico: “un’artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti”. Lucio ascoltava tutto in anticipo, anticipava le tendenze, le cavalcava, le faceva proprie grazie all’arguzia della sua sensibilità e al suo orecchio assoluto. Il ragazzo spugna che ascoltava musica dieci ore al giorno e la rifletteva, la assimilava, la creava avendone prima assorbita come uno sciamano che poi la rigettava fuori. Era un grande ascoltatore prima di essere autore, sopratutto la “nuova” musica americana, da Ray Charles ai Byrds, ai Cream,  Wilson Pickett e soprattutto Dylan, del quale aveva colto la straordinaria espressività, un po’ un Battisti americano.

Ancora sul rapporto con Panella al quale sono dedicate le ultime pagine di questo illuminante volume, in ossequio alla sua connotazione biografica e artistica: l‘enigmatico paroliere dei cosiddetti dischi bianchi stesso si pone nello stesso habitus mentale adatto a Lucio: “io le cose le sento perché tutto è linguistico e tutto parla”. Quasi un manifesto lacaniano per bocca di Panella, parole e strofe che si rincorrono, come guidate da un’ape che cerca il polline spostandosi da un fiore all’altro, parole che cozzano fra di loro, rimbalzano, si dissolvono e si ricreano, prima le parole poi la musica. Cosa di più distante dai “Giardini di marzo”, da “Emozioni”? quando si parla appunto di rinnovamento, rottura, evoluzione, rivoluzione contro conservazione.

Non ultimo motivo di interesse nel cimentarsi in un libro su un’artista, un musicista che prima di tutto andrebbe ascoltato con attenzione, proprio quella che è mancata al grande pubblico rispetto alla sua ultima fase, abituato come era lo stesso pubblico ai fiori rosa, fiori di pesco, ai pensieri e parole e tutti i più grandi successi che hanno fatto del ragazzo di Poggio Bustone un’icona suo malgrado, dovrebbe essere proprio l’attenzione alla parola. Ecco che un libro come quello di Zoppo diventa un utilissimo strumento, guida all’ascolto, introduzione e penetrazione nel mondo e nell’anima battistiana sullo sfondo della musica italiana di oltre trent’anni.

Un libro su un musicista, che prima di tutto va ascoltato, ci interroga anche come lettori e ci fa domandare che senso abbia la parola sulla musica, un libro sulla musica, ci pone domande sullo stesso proliferare dell’editoria musicale nell’era della civiltà dell’immagine e dell’ascolto fugace, liquido.

Si pensi,  per rimanere nel nostro paese, alla sterminata bibliografia su quello che è riconosciuto nelle varie e sempre opinabili classifiche come il più grande cantautore italiano, più di Battisti che tecnicamente in verità cantautore non è, e cioè Fabrizio De Andrè, la cui bibliografia supera di gran lunga quella del nostro caro Lucio, fatto anche questo che potrebbe essere un valido spunto di riflessione e approfondimento. Viene in mente al proposito il mito orfico e  anche la favola della cicala e della formica. Orfeo che canta e al suo canto le bestie si ammansiscono e gli alberi si inchinano. Il potere della voce superiore al valore delle scrittura, la voce di Orfeo che riesce a incantare gli dei dell’ Ade, Orfeo che vi ha accesso proprio grazie al suo canto, irripetibile e che dilegua,  materia spirituale, quasi divina. La  scrittura è su un gradino inferiore, è trascrizione della voce, la voce della cicala, la meraviglia del creato, come dalla favola di La Fontaine che è in realtà qualcosa di molto più antico, risalente infatti ancora a  loro, i greci, la favola è di Archiloco.

La voce è irripetibile, il canto svanisce, ci vuole un supporto per farlo vivere, non basta la riproduzione, il cd, il vinile, lo streaming ed ecco che interviene la formica, la cicala che viene divorata dalla formica, colei che si impegna a trasmettere al futuro la voce delle cicala. Ecco che forse un libro su un musicista, sulla musica in genere è cercare di cogliere con la scrittura, come le formiche della favola, qualcosa che sta nell’etere e che eternamente dilegua. Verrebbe da dire, insieme al verso finale del brano “Le cose che pensano”, il quale inaugura la stagione Battisti-Panella dell’album Don Giovanni, che “…prolungano te certe cose”.

Infine e non ultimo fra le tematiche che inevitabilmente devono essere affrontate quando si parla di Battisti, e il libro di Zoppo non può fare eccezione a trattarne anche se in filigrana aspetti e implicazioni, è la fuga dal mondo, il suo progressivo ritrarsi  da tutto, concerti, interviste e qualsiasi tipo di promozione ai suoi dischi e di concessione alla civiltà dell’immagine, tanto da alimentare speculazioni da bottega su presunte simpatie politiche di destra, mai smentite perché nemmeno meritevoli di replica. Del resto basterebbe appunto l’ascolto, vero,  attento e non da bottega della musica e dei testi battistiani, per concordare con Luigi Manconi che nel 2012 ha definito le voci sul Battisti fascista “una delle leggende metropolitane più tenaci” e lui Lucio, il situazionista che a Bruno Lauzi  che gli chiedeva perché permettesse che lo dicessero fascista  rispose: “alimenta la leggenda”.

I fatti parlano invece di un suo progressivo esercizio del distacco, fin dall’inizio e più compiutamente e totalmente a partire dagli anni 80, non casualmente con la scoperta da parte di Lucio della  filosofia, quale più vero e compiuto esercizio del distacco? Quello che ha fatto Terrence Malick nel mondo del cinema, Salinger in quello della letteratura, Lucio lo ha fatto in quello della canzone italiana, non certo come posa morettiana del  “mi si vede di più  se vengo  o se non vengo?”, ma come precisa presa di posizione esistenziale e spirituale. È il Lucio che dichiara “L’artista non esiste, esiste solo la sua arte”, oltre che pratica, per potersi dedicare a cose semplici come il giardinaggio, lavori di idraulica, smontare vecchi apparecchi radiofonici e altri grandi amori quali l’astronomia, la matematica, perché questo è il Lucio che traspare anche dalla sua musica e che il libro di Zoppo mette in risalto: un uomo semplice e profondo della provincia italiana, oltre che un musicista che ha saputo mantenere “la propria integrità e una gigantesca e mai corrotta levatura artistica”, come evidenzia giustamente l’autore in chiusura del volume.

Se ancora ci dovessimo domandare quale possa essere il pretesto per uno scritto su Battisti, se vi sia una ricorrenza, una ristampa, anniversari di album e via discorrendo, potremmo rispondere quindi con il titolo di uno degli ultimi brani pubblicati da Lucio e che fanno parte del suo ultimo album,  Hegel. Trattasi de “La bellezza riunita” dove in un verso in tal senso illuminante si dice “la bellezza riunita ha più difesa di sé”. Potremmo anche aggiungere che sì, si potrebbe anche cercare un pretesto, nell’ ampia (fortunatamente) discografia battistiana, anno dopo anno, album dopo album, 45 giri  o 33 giri dopo 33 giri, insomma ne troveremmo quanti ne vogliamo e ogni pretesto per parlare di arte sarebbe buono, perché questo lo diceva qualcun altro ma vale anche in questo caso  e cioè  che solo la bellezza salverà il mondo e questo è il pretesto più valido per parlare del nostro caro Lucio in ogni tempo.

Commenti
Un commento a “Battisti, il nostro caro Lucio”
  1. Fabrizio scrive:

    Un raccconto assolutamente straordinario di un momento d’Italia che forse non ritornerà più

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