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Bauer, Boogaerdt e Van Der Schoot. Uno spaccato del “primo atto” della Biennale Teatro di Latella, dedicata alle registe

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Un merito indubbio di questa prima Biennale Teatro firmata da Antonio Latella è il fatto di aver scelto di presentare artisti poco conosciuti in Italia, componendo un programma con un taglio ben preciso, e dunque leggibile, dedicato alla regia e in particolare alle registe, perché – come ha dichiarato lo stesso Latella – è proprio dal lavoro delle registe donne che negli ultimi anni è arrivata una tensione all’innovazione del linguaggio più marcata e feconda. All’attenzione ai linguaggi del contemporaneo si è unito un altro aspetto contiguo ed intrecciato, l’attenzione per le generazioni più giovani (a cui è stato dedicato un focus particolare). In questo senso, questo “atto primo” di un progetto quadriennale per la Biennale si è tradotto in un vero e proprio osservatorio, affascinante per un pubblico che cerca di capire cosa accada nella scena internazionale oggi e utile, per le stesse regioni, a chi il teatro lo pratica o vorrebbe praticarlo a livello professionale (non va dimenticato, infatti, che una componente strutturale dell’istituzione veneziana è da tempo il Biennale College).

Ho potuto assistere solo a due giornate del lungo e ricco programma firmato da Latella, ma anche nei pochi lavori visti si riesce a ricavare alcune linee convergenti su cui è interessante soffermarsi a ragionare. I lavori erano «Und Dann» e «Der Menschen Feind» della tedesca Claudia Bauer, e «Hideous (Wo)men» delle olandesi Suzanne Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot. Il primo lavoro è una sorta di incubo infantile, ideato dal drammaturgo Wolfram Höll, dove tutto si svolge in un ambiente circoscritto: un box-casa dalle pareti trasparenti. Sullo sfondo della DDR dissolta e di una parallela dissoluzione famigliare (la madre scomparsa, il padre che perde il lavoro), un ricordo dell’io narrante – che all’epoca dei fatti ha cinque anni – si mescola con un sogno inquietante che rende permeabili i confini della memoria, rendendo impossibile distinguere i due piani. È un vero e proprio teatro di maschere, non solo perché gli attori le indossano spersonalizzando le proprie presenze in scena per ridefinirle come presenze oniriche, ma anche perché gli stessi personaggi non sono altro che immagini che popolano lo scenario onirico, lasciando la parte di interpretazione del testo principalmente a dei monologhi che avvengono in video. Diversissima la temperatura di «Der Menschen Feind», riscrittura del Misantropo di Molière ad opera di Peter Licht, dove la società dell’apparire attuale si rispecchia in quella dell’epoca barocca, tanto che la fatuità della società del tempo sembra fare da matrice per quella contemporanea. Interessante la reinterpretazione che ne dà Licht, con delle iperboli ultra verbose dall’effetto comico, dove la ricerca dell’autenticità della propria vita (che secondo Licht è il fulcro della commedia di Molière) finisce fatalmente nel rovesciarsi della conferma della sua impossibilità. «Der Menschen Feind» è sicuramente un lavoro più complesso e strutturato, dal respiro registico più ampio e supportato da una squadra di attori davvero notevoli, nonostante Claudia Bauer lo definisca “un’eccezione” rispetto al resto della sua produzione, che ruota solitamente attorno al tema dell’alienazione. Tuttavia, però, tra i due spettacoli presentati c’è un nesso: come le maschere di «Und Dann», anche la recitazione iperbolica e a tratti grottesca degli attori di «Der Menschen Feind» pone le loro presenze su un piano quasi da teatro di figura, come se stessimo assistendo a un teatro di marionette. Una dimensione rivendicata esplicitamente da Bauer, che rivendica un teatro libero da psicologismi e dal realismo, una temperatura espressiva che secondo lei può essere raggiunta proprio grazie all’ibridazione con il teatro di figura.

Un approccio simile, pur in un contesto estetico molto distante, lo si ritrova anche nel lavoro delle olandesi Suzanne Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot. «Hideous (Wo)men» è, per loro stessa definizione, una telenovela: tutto ruota attorno a tre personaggi principali, Brooke, Rocco e Angel, dove gli ultimi due sono impegnati in una relazione amorosa mentre la prima è la partner precedente di Rocco. Ma anche qui gli attori indossano delle maschere di lattice che li rendono simili a bambole – un effetto che si rende ancora più marcato grazie all’abbigliamento e alla scenografia che disegna degli interni anni Sessanta posticci, tutti elementi che sembrano voler proiettare lo spettatore dentro qualcosa di molto prossimo al mondo di Barbie e Ken. La scenografia è una colonna portante di «Hideous (Wo)men», allestito su un palco girevole tondo, diviso in tre sezioni come le porte dei grandi alberghi, che disegnavano altrettanti ambienti comunicanti tra loro attraverso delle porte. A seconda del momento si poteva osservare una lunga carrellata di ambienti vuoti o abitati, oppure quando il palco cessava di girare soffermarsi su uno di essi, che grazie alla quintatura diventava l’unico visibile. Un effetto quasi cinematografico, di impatto notevole, che in certi punti dello spettacolo costruiva uno straniamento disturbante, dalle tinte lynchane. Anche in questo caso non c’è spazio per il realismo e pure l’iperbole della storia banale, presentata come una soap, pian piano lascia strada a visioni oniriche, quasi incubi, con la protagonista Angel che si sdoppia più volte fino a occupare la scena di suoi cloni – tutti interpretati dagli attori che cambiano maschera con grande velocità – ognuno intento in un’azione e ignaro dell’altro, quasi ci trovassimo di fronte a una sovrapposizione di registrazioni dell’invenzione di Morel (la macchina che registra la realtà e la riproduce come essa è, immagina da Bioy Casares in un romanzo del 1940 ritenuto da Borges il romanzo perfetto). Tutto sul finale si sfilaccia, consegnandoci dapprima immagini a cavallo tra l’incubo e il grottesco – con la protagonista che estrare del materiale rosso sangue frugando in mezzo alle proprie gambe – e poi una scena vuota, che gira per l’appunto a vuoto su se stessa. Un finale che inganna il pubblico, incerto se lanciarsi in un applauso o se continuare a guardare.

Sia nei lavori di Bauer che di Boogaerdt e Van Der Schoot ci troviamo di fronte a una iperrealtà, a un teatro che sfida la contemporaneità giocando sull’inspessimento dei suoi tratti. Non è certo un approccio inedito, questo delle due registe, ma dalle loro opere trapela una sorta di consapevolezza dell’intangibilità di un reale che si autorappresenta – nei media, nei social – così tanto da divenire la mise en abyme di se stesso; un tratto che, qualora lo si volesse toccare con le armi del realismo, rischierebbe di far sprofondare l’opera e l’autore in quello stesso abisso. Il risultato di questa convinzione, a cui le tre registe arrivano per strade differenti, sono opere di grande rigore formale ma che inevitabilmente finiscono per scontare una certa freddezza. Una deriva particolarmente evidente in «Hideous (Wo)men» di Boogaerdt e Van Der Schoot, la cui impalcatura è praticamente istallativa e finisce per scontrarsi con il “tempo percepito” che a teatro è assai diverso che di fronte a un’opera d’arte, dove il tempo della fruizione lo sceglie lo spettatore, finendo così per risultare a tratti troppo lento. Ma non manca nemmeno nelle opere di Bauer dove, per suo stesso dire, i personaggi devono sembrare “marionette prive di volontà”. Nella ricerca di un distacco critico dal reale e dalle sue derive, questo approccio trova una sua coerenza e una sua giustificazione. Ma dal punto di vista spettacolare si traduce nella rinuncia a una qualsivoglia dimensione umana: come se fosse impossibile scavare il nodo dell’umano dietro la maschera che indossa, sia essa una maschera sociale o una maschera di lattice.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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