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Beatrix Kiddo era un tipo coraggioso

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Su un foglio scrive

– andare a comprare il latte

– andare a comprare i cereali integrali

– andare alla festa per l’anniversario

– cercare provviste tra le macerie di un disastro nucleare, essere costretta a sottrarre cibo a qualcuno un po’ meno svelto, magari non avere voglia di aiutare un vecchio. Dover decidere se finire o no qualcuno che agonizza sul marciapiede, qualcuno a cui sta venendo via la pelle dalle ossa a pezzettoni grossi

poi infila il cappotto, spinge il foglio giù per una tasca e va alla Coop. Tutto è ordinato sugli scaffali, entra, arraffa, paga ed esce in 7 minuti totali, ci sono molti vecchi ma per fortuna hanno le badanti. Esegue ogni operazione soltanto con una mano perché con l’altra stringe la pallina di carta nella tasca e, comunque, non è nemmeno del tutto infelice poiché si allena per quando perderà un braccio a causa delle esplosioni o delle le mine o del cancro alle ossa, e infatti lo fa alternando la destra e la sinistra, giacché non è possibile indovinare il destino: quel giorno sarà pronta e ambidestra. Anzi, per completezza avrebbe dovuto scrivere anche Cancro alle ossa.

Alle 9:30 è già in ufficio a mettere in ordine le fatture e rispondere a volte al telefono, ma solo a volte, se non le viene la tachicardia. Nelle ditte di trasporti sono sempre tutti fuori come uno si immagina: se non risponde non se ne accorge nessuno.

Non si toglie mai il cappotto pied de poule maschile che ha preso dall’armadio dopo l’incidente. Quando sta seduta struscia sul pavimento e rimane impigliato tra le ruote della sedia, ma non se lo toglie perché è enorme e ci stanno dentro un sacco di cose e ha la sensazione di tenerle tutte a bada, sotto controllo.

Prende un foglio di carta intestata della ditta e scrive

– squillo infinito del telefono

– mostruoso accumularsi di fatture e morte per soffocamento da carta (cfr. la scena de Il processo con Anthony Perkins)

– strangolamento causato da cappotto sotto ruote improvvisamente incontrollabili sedia ufficio

Leggendo l’ultima nota, la dottoressa dirà Non credi di poter anche solo pensare alla possibilità di togliere il cappotto mentre sei un ufficio, se temi che tenerlo possa metterti in pericolo di vita? ma non ha il coraggio di tirarci sopra una linea, perché poi dovrebbe dar conto di cosa ha provato a stare tutte quelle ore senza cappotto, e cosa ne sa lei cosa si prova.

La dottoressa sta sorridendo. «Ne abbiamo parlato. Dato uno stato di ansia generalizzato, l’obiettivo è ridimensionarne i confini attraverso la forma scritta, in modo da poterne osservare la mancanza di senso a partire dalla condizione di privilegio venutasi a creare» dice. «Non percepisci la mancanza di senso?»

«Del metterle per iscritto?»

Alla dottoressa non piace il sarcasmo, dice che è un meccanismo di allontanamento. Si avvicina, ignorandola. «Non credi di poter anche solo pensare alla possibilità di togliere il cappotto, se tenerlo può metterti in pericolo di vita? Cosa credi ti succederà se vai alla festa per l’anniversario?»

«Dottoressa, non crede che il tempo a nostra disposizione sia terminato?» chiede, e la dottoressa sospira leggermente avvilita e le dice che può andare, se vuole.

*

Non l’ha chiamata per anticipare: al tavolino della caffetteria aspetta la sua amica Argia fino a quando sarebbe dovuta terminare la seduta. Prende una penna blu dalla tasca interna del cappotto e sul tovagliolo di carta scrive

Cosa credi ti succederà se vai alla festa per l’anniversario?

– pressione sociale: scarpe col tacco alto

– pressione sociale: vestito elegante

– capannello di persone che si stringe attorno a me come una collana o una cintura, abominevoli domande a cui non so rispondere: Come stai? L’hai superata? La devi ancora superare? Non sembri in forma, non hai mica marito e figli come tua sorella, a che cazzo ti aggrappi? Alla droga, forse?

– pressione sociale: inevitabile confronto con Ilenia: differenza obiettivi raggiunti

– rievocazione incidente

Argia è arrivata urtando le sedie di certe anziane signore che bevono il tè sedute più in là. Ha gridato «Ancora ‘sta stronzata dei foglietti?» e l’ha abbracciata al collo come in un incontro di pugilato. Il cameriere la guarda storto da dietro il bancone di legno scuro. Ma Argia le vuole davvero un gran bene, e per la festa d’anniversario le presterà qualcosa dal suo armadio. Lei, per completezza, avrebbe dovuto scrivere anche Andare alla festa per l’anniversario vestita da Argia, ma scaccia il pensiero con un gesto della mano perché non se lo merita.

Ilenia le telefona ogni sera, le raccomanda di mangiare qualcosa che non venga dal freezer, urla ai bambini di stare buoni, poi le dice che sta tentando penosamente di attirare l’attenzione su se stessa e le augura buonanotte.

Oppure che dovrebbe essere com’era da ragazzina, e buonanotte.

Oppure che credeva di averne sopportate abbastanza e non ci si mettesse anche lei, e buonanotte.

Quando vuole farle davvero male, Ilenia dice che Argia non sarebbe diventata sua amica, conoscendola adesso. Mesi prima aveva chiesto ad Argia se ricordasse com’era da ragazzina. Aveva risposto un tipo coraggioso, intendendo dire semplicemente questo, senza relazione con quello che era adesso. I maschi in prima media si divertivano a chiamarla Orgia, e lei la difendeva. Per lei è solo un fatto vago e raccontato: non sente più la motivazione, o il suo ricordo. Non sente più la spinta.

Ogni giornata scivola anonima fino alla telefonata di Ilenia che, con scioltezza, infila bestialità tra un’attenzione e l’altra. Percepisce un netto cambiamento delle frequenze della sua voce soltanto quando le dice che sarà Argia a occuparsi di come si vestirà alla festa: riesce a farle perdere il filo delle accuse sottintese e Ilenia è costretta a finire la telefonata in maniera brusca, sì, ma priva di cattiveria.

Lei rimane sola tra i cuscini del divano, col mento sulle ginocchia, a pensare ai verbi. Ci sono alcuni verbi che fatica ad accettare quando li si riferisce agli esseri umani: il meritarsi una persona, come se le persone fossero i premi di peluche alla bancarella del tiro a segno al parco giochi, e più sei bravo più ottieni i migliori; e il capitare di una persona, come se le persone venissero al mondo per piombare nella vita degli altri a caso, indipendentemente dalla bravura o dall’impegno, per dare fastidio.

È l’assunto che uno sia il centro e gli altri il contorno che non le va tanto giù. E poi i due concetti si contraddicono, ma Ilenia li usa entrambi, tutte le sere, ogni volta che si chiamano.

Cosa avrà mai fatto Ilenia per meritarsela?

Com’è possibile che sia capitata proprio a Ilenia?

«O sei scarsa al tiro a segno o sei sfortunata o tutt’e due», mormora alzandosi dal divano.

Mette i cereali in una ciotola, ci versa sopra il latte, cena. Attraversa scalza la casa silenziosa, fino alla sua stanza. Passa davanti alle scatole d’argento e agli animaletti di cristallo, nella cristalliera c’è servizio di piatti col filo d’oro sul bordo, tutti oggetti piccoloborghesi e inutili ma a mamma e papà piaceva guardarli e allora li ha lasciati lì perché la guardassero. Passa anche davanti alla porta chiusa della stanza dove non dormono ma dove c’è il letto e i libri non finiti sui comodini e i vestiti nell’armadio senza più cambi di stagione – e tanto varrebbe farci una bella incisione nel legno della porta, con le date e tutto. Non è necessario aprire: sa cosa c’è e dove sta ogni centimetro di stoffa e granello di polvere. Si nasconde sotto alle coperte, prende un foglio e scrive furiosa non sa fino a quando.

Il pomeriggio prima della festa si depilano le sopracciglia e un paio di volte la chiama Orgia in ricordo dei vecchi tempi, e ridono molto anche se non riesce più a esagerare come prima. Poi affettano un cetriolo e se lo mettono sugli occhi per un tempo che sembra infinito e quando lo toglie sta già salendo sulla Renault Clio con il padre e la madre, mette in moto e guida con scioltezza ed eleganza, e alle rotonde sterza con l’impercettibile pressione dell’indice sul volante. Viaggiano per un lunghissimo tramonto immersi nella campagna ordinata, fino alla villa dove Ilenia ha organizzato la festa per il suo anniversario. Il padre ha un pacco regalo tra le mani, i bambini iniziano a urlare di gioia non appena lo vedono: sulla soglia non fa a tempo a levarsi il lungo cappotto che già deve promettere di giocare con loro per le prossime ore. La madre ha un tailleur verde scuro che cambia colore alla luce delle fiaccole che illuminano il giardino. Si incamminano verso il grande salone interno, chiacchierando. In piedi sulla graniglia, respira a lungo l’odore dell’erba e nota le scarpe altissime che non ricorda di aver scelto. Indossa una gonna ampia che le arriva al ginocchio: pare le stia bene perché un cameriere, mentre passa con un vassoio carico di bicchieri, rallenta per guardarla.

Sta per raggiungere gli altri, che le fanno segno dal tavolo dell’aperitivo, ma sente un pizzicore sulla coscia destra non appena fa per muoversi. C’è sangue scuro che cola fino alla caviglia. Alza l’orlo della gonna: poco sopra il ginocchio la carne è trafitta da parte a parte da un pezzo di lamiera metalizzato. Lo stomaco si fa caldo e pesante, pare voler colare giù col sangue, si volta cercando di mantenere l’equilibrio sui tacchi: la macchina è dove l’ha parcheggiata un attimo prima, ma accartocciata. Accanto si sta sistemando una Mercedes, scende un uomo e non si accorge di niente, così decide di non accorgersi di niente nemmeno lei. Rimette giù la gonna, probabilmente non è una ferita mortale, zoppica un po’ ma cerca di non dare nell’occhio mentre raggiunge gli altri.

Si sveglia già stanca ma deve andare a lavoro.

*

Dopo l’incidente era rimasta in ospedale quasi due mesi, la gamba piena di bozzi come una salsiccia sistemata male nel budello, vuota in certi punti, riempita troppo e con troppa forza in altri: guardandosela al risveglio aveva vomitato. Qualche giorno dopo aveva chiesto uno specchio e si era vista nel sopracciglio spaccato, nei punti sul labbro superiore, nei lividi sul collo, nei capelli bruciati. Aveva vomitato la seconda volta: Ilenia sedeva sul bordo del letto e le accarezzava un ginocchio. Molte sere dopo, con un cruciverba tra le mani, le aveva mormorato con la voce lamentosa che stava imparando a conoscere «Che strana età per diventare orfane. Il modo, poi» e aveva aspettato una risposta, con le labbra serrate.

Lei il modo l’aveva raccontato più volte a chiunque l’avesse chiesto ma le sembrava, nella penombra della stanza, che Ilenia stesse cercando qualcos’altro. Aveva smesso di chiederle come stava, ora che era fuori pericolo, e non torturava più le infermiere perché le portassero altri cuscini o si sbarazzassero di quelli di troppo. Non aveva dettagli da aggiungere, non riusciva nemmeno a piangere per via delle bende sul naso e dei punti. Ma Ilenia aggiungeva qualcosa sera dopo sera, quando le passava un bicchiere d’acqua o mentre l’accompagnava in bagno.

Il modo poi, non riesco a capire.

Sei riuscita a salvarti, mi chiedo come mai loro no.

Che strano pensare di lasciarseli dietro.

Meno male, te la sei cavata con poco.

Dell’impatto dell’auto con lo sterrato ricordava solo un violento strappo al collo e gli occhi spinti fuori come per scollarsi dalle orbite. Quando li aveva aperti stavano ancora al loro posto, ma la madre aveva sfondato il parabrezza con la testa. Si era trascinata fuori dall’auto capovolta: la gamba era un casino, c’era qualcosa dentro. Il padre non l’aveva nemmeno visto: era svenuta con la faccia nell’erba.

Quando era stata dimessa aveva sperato che Ilenia non si facesse più vedere.

*

È sveglia, ha fatto le prove, si è morsa l’interno della guancia. In piedi sulla ghiaia vestita da Argia, ma più bassa, più arruffata, meno 3 centimetri alla gamba destra. Il taxi la lascia nel giardino della villa in campagna, un cameriere le indica l’entrata, lei mormora un ringraziamento e si incammina traballando più del dovuto. Sono già tutti dentro. Il marito di Ilenia le viene incontro e l’abbraccia «Grazie di essere venuta». Non sa che dire, perché non può dire che non aveva scelta. Ilenia li controlla da lontano, poi prende due bicchieri dal tavolo del buffet e la raggiunge.

«Argia ha fa un buon lavoro: non hai il cappotto.»

Che complimento di merda, pensa lei. Ma non è il momento giusto. Inspira platealmente.

«Ascolta. Mi sono allenata tutta la vita, al momento dell’impatto ho urlato a mamma e papà le istruzioni per limitare i danni, una specie di Brace brace! ma delle auto. Così sbando, usciamo fuori strada, tre secondi senza gravità hanno un loro terribile fascino: siamo intrappolati e feriti, ma vivi. Dico a tutti di mantenere la calma, ho pieno controllo della situazione. Sono Beatrix Kiddo, mi sono distrutta la nocche rompendo assi di legno con Pai Mei, è finalmente arrivato il momento di mostrare cosa so fare. Gli sportelli dell’auto sono bloccati, ma so dove far leva. Mamma piange, non voglio che pianga, papà non emette un fiato, non sopporta che mamma pianga. Spingo così tanto contro lo sportello che il legamento del ginocchio cede in un punto, ma lo saprò solo dopo che dei dottori si saranno presi cura di me. Per adesso mi limito a farmi piccola per passare nel varco venutosi a creare, striscio fuori e faccio il giro. Tiro fuori mamma dal finestrino, pare non abbia niente di rotto, è solo piena di graffi. Torno all’auto, papà dice di far presto perché ha paura che si versi la benzina. Forse mi slogo una spalla ma riesco ad aprire lo sportello posteriore, sono una furia, voglio salvare la principessa e tutto il castello. È fuori anche lui, va carponi verso mamma. Veniamo soccorsi, la pelle si rimargina in fretta, io non inizio nemmeno a scrivere foglietti. Sono un tipo davvero coraggioso. Sono sempre stata un tipo davvero coraggioso e avrei voluto che questa fosse la verità.»

Ilenia stringe il calice come stringeva in ospedale la Settimana Enigmistica ma non dice niente, faccia a faccia non ne è capace perché non è mai stata un tipo coraggioso.

Nata a Napoli nel 1984, ma avrà ventinove anni per sempre. Redattrice di inutile. Puoi trovarla lì, su Abbiamo le prove, sul suo blog, sulla sedia dell’ufficio a rispondere al telefono.
Commenti
Un commento a “Beatrix Kiddo era un tipo coraggioso”
  1. Simone scrive:

    Belle ed inebrianti le immagini del racconto che come in un flusso di coscienza comatoso fa emergere la storia che rimane con i contorni sfocati di un sogno, l’unica cosa che non capisco è qual’è il mio karma letterario che mi porta ultimamente ad imbattermi sempre con racconti che parlano di incidenti stradali, uno su un altro blog, uno in un racconto di Paolo Zardi (Futuro anteriore), spero solo sia una deriva probabilistica!!!

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