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Il bed-in di John e Yoko, cinquant’anni dopo

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di Teresa Capello

Il 20 marzo del 1969 John Lennon e Yoko Ono si sposarono, a Gibilterra. La loro privacy durò ben tre minuti, dopo i quali annunciarono alla stampa di voler trascorrere la loro luna di miele insieme ad una platea mondiale. E lo fecero, dando vita concretamente ad una performance davvero unica, straordinaria. Si chiusero per sette giorni, dal 25 al 31 marzo, nella stanza 902 dell’International Hilton Hotel di Amsterdam, convocando una conferenza stampa globale che facesse da cassa di risonanza per quello che definirono il loro “Bed-in for Peace”: per 12 ore al giorno, dalle nove del mattino alle nove di sera, sarebbero rimasti a letto, a chiacchierare con i cronisti e con gli ospiti, ripresi dalle telecamere e fotografati continuamente.

Entrambi capelli lunghi e pettinati in modo simile, con una scriminatura centrale, entrambi vestiti di candidi pigiami, entrambi ieratici. Poi, dopo le 21, luci spente e delusione per tutti i reporter: perché tutti già li avevano visti nudi, insieme,sulla copertina dell’album composto e suonato in una notte (“Unfinished Music n.1, Two virgins”) – immagine costretta poi ad essere distribuita con un ipocrita rivestimento di carta marrone, con oblò da peepshow per gli ovali dei volti – e tutti si aspettavano ora, da loro, qualcosa di più cool di una serie di interviste. Lennon stesso aveva scattato le foto di quella copertina (del primo album insieme), la prima volta (così vuole il mito) che avevano fatto l’amore, la mattina dopo la registrazione, a Londra, nel 1968, con il letto sfatto ripreso nell’angolatura dell’inquadratura (a dire il vero, pare che l’incontro – certamente karmico – delle loro anime risalisse ad un colpo di fulmine che ebbe luogo al pre-vernissage di una mostra di lei, da cui lui era stato colpito in modo particolare).

Rileggere quell’evento – la performance di una inconsueta peace honeymoon – a cinquant’anni di distanza, può essere interessante, per molti motivi. Così ha fatto l’architetto Beatriz Colomina alla Biennale di Architettura di Venezia 2018, nel Padiglione dell’Olanda, a tema “Work, Body, Leisure”, curato da Marina Otero Verzier direttrice del dipartimento di ricerca dell’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam. Colomina, architetto spagnolo che lavora negli U.S.A., teorizza una nuova dimensione “orizzontale” del lavoro, prendendo ispirazione, in sostanza, dal dato riportato nel 2012 dal Wall Street Journal, secondo cui l’ottanta per cento dei giovani professionisti newyorkesi lavora regolarmente stando a letto, interconnettendo l’area office con la zona boudoir, grazie alla tecnologia.

Il padiglione olandese ai giardini dell’Arsenale era strutturato, una volta entrati nello spazio centrale, come spazio interattivo: il visitatore agiva liberamente con l’apertura di una serie di sportellini, alcuni dei quali accoglievano repertori fotografici o altri tipi di produzioni artistiche, mentre altre finestrelle si affacciavano direttamente sulle installazioni dove, poco più in là, la parete, arancione intenso,diventava porta che s’apriva. Per alcuni giorni, la stessa Colomina, nell’installazione che riproduceva in ogni dettaglio l’immacolata stanza dell’Hilton, aveva realmente ospitato, rigorosamente indossando un pigiama – qui a righe colorate, anche per gli ospiti – varie persone,con le quali lei stessa discuteva a proposito del tema dell’allestimento (tra gli altri l’artista olandese Madelon Vriesendorp, il curatore d’arte inglese Hans Ulrich Obrist, Odile Decq, architetto francese, Liz Diller, architetto polacco,Andres Jaque, architetto spagnolo, Wyni Maas, architetto olandese).

A integrazione dell’opera, Colomina – attualmente docente di Storia dell’Architettura all’Università di Princeton – fa una approfondita analisi degli aspetti della performance di John Lennon e Yoko Ono.

Two of the most public people in the world, who had protested so loudly and worked so incredibly hard to protect their privacy in the face of a continuous media assault, suddenly inverted the equation and deployed the center of their private life, the bed, as a weapon, turning it into the most public platform for another kind of protest.

“Due delle persone più note al mondo, che avevano protestato risolutamente e si erano preoccupate con grande determinazione di proteggere la loro privacy per fronteggiare l’assalto continuo dei media, improvvisamente invertirono l’equazione e misero in campo il centro della loro vita privata, il letto, come un’arma, trasformandolo nel palco più pubblico al mondo per un altro tipo di protesta”.

Lennon, intervistato dal Washington Post, il 15 giugno successivo,aveva spiegato così il progetto:

“You’re in a fishbowl, so make use of it. It is no goodtrying to put a fence around it. So instead of all the cameras just being outside looking in, you’ve also got the cameras inside looking out. The things Yoko and I are doing are really that: projecting, bouncing back as fast as we can what happens to us from the outside. We put ourselves there in the fishbowls. And now, thatwe’re in that position—we use it for peace. And that’s the onlything to do, really. Because it’s no goodworking for money. And there is nothing else to do but work. So working for peace is an objective”.

“Vivi in una boccia per pesci rossi, quindi fanne un uso che ti sia utile. Non è positivo cercare di mettere un recinto intorno. Così, invece di trovarti tutti gli obiettivi di macchine fotografiche e telecamere che se ne stanno fuori ad osservare ciò che accade dentro, tu devi portar dentro quegli obiettivi e far osservare loro ciò che accade fuori. Ciò che Yoko ed io stiamo facendo è proprio questo: mettendo in luce, facendo rimbalzare il più rapidamente possibile al di fuori ciò che noi viviamo. Ci piazziamo là nella boccia per pesci rossi. Ed ora, standocene in quella postazione, noi la sfruttiamo per la pace. Ed è l’unica cosa da fare, sul serio. Perché non è bello lavorare per i soldi. E non c’è null’altro da fare che lavorare. Così lavorare per la pace è un obiettivo”.

(Leroy Aarons, “John and Yoko: Life in a FishBowl”, The Washington Post, Times Herald, June 15, 1969, 157)

Beatriz Colomina: They put the cameras to work for them. Not reporting on an event but performing the event. It was not simply a media event, it was media as event. They were filmed being filmed.

“John e Yoko hanno fatto lavorare gli obiettivi che li inquadravano,al loro posto. Non realizzando un report sull’evento, ma producendo i media stessi una performance dell’evento. Non era semplicemente un evento mediatico erano i media a far parte integrante dell’evento. John e Yoko erano filmati mentre venivano filmati”.

Quanto viene sottolineato in merito a quella performance è divenuto per noi una percezione abituale, sia con i politici che con celebrities varie: è la stampa stessa a costruire un evento, a far parte della discussione e di molte performance, con obiettivi a volte svelatamente commerciali a vantaggio di chi è coinvolto.

Quando cinque mesi fa sono entrata in quella stanza, a Venezia, dopo aver attraversato la parete arancione, una sensazione – senza eufemismi – di pace e una tangibile aspirazione all’armonia mi ha investito, suscitata, pur nell’assenza dei protagonisti, da quei toni di bianco di pareti, tessuti, fiori, che essi stessi scelsero come espressione connotata di ampio senso – pure nel doppio significato che il colore aveva nelle loro rispettive culture d’origine – e del vuoto che si apriva,candido, al mio passaggio, mentre contemporaneamente – dentro me – ho sorriso leggendo sulla parete laterale i messaggi d’amore alternati allo slogan “Growyourhair”, vero e proprio inno al trascorrere lento del tempo, sicuramente in contrasto con il ritmo del mio tempo ai giardini dell’Arsenale, tra un padiglione e l’altro, per riuscire a vedere tutto prima dell’ora di chiusura, ma certo – quel che contava, per comprendere sia l’opera che a suo tempo la performance – in netta controtendenza rispetto quello che era stato il forsennato ritmo dei concerti di John, con il quartetto. Dietro al letto – vuoto e sfatto – i due cartelli “Bed Peace” e “HairPeace”, scritti nella grafia originaria,mi hanno quindi accolta come ciascuno che fosse invitato alla festa planetaria, nella loro costruita immediatezza e nel loro affacciarsi sul proscenio del mondo, e nella finestra della mia memoria, nei tanti articoli che lessi, dopo quell’otto dicembre dell’Ottanta, alla morte del grande artista.

Colomina naturalmente aveva ricreato anche la luce trasparente della vetrata dietro al letto, dove i passanti – come su un palcoscenico – potevano intravvedere la sagoma dei cuscini appoggiatici contro.Per dodici ore al giorno – esattamente cinquanta anni fa – John Lennon e la sua sposa rilasciarono senza soluzione di continuità,una serie di interviste a reporter di tutto il mondo, mentre le foto della performance comparivano sui più importanti quotidiani accanto agli articoli della guerra in Vietnam, rendendo concreto il progetto di pubblicizzare la pace che entrambi avevano pensato, così come Lennon dichiarò in un’intervista all’uscita di Double Fantasy nel novembre dell’Ottanta, poi pubblicata dopo la sua morte:

We knew our honeymoon was going to be public, anyway, so we decided to use it to make a statement. We sat in bed and talked to reporters for seven days. It was hilarious. In effect, we were doing a commercial for peace on the front page of the papers instead of a commercial for war.”(“Playboy Interview: John Lennon and Yoko Ono”, Playboy, January 1981, p.101).

“Sapevamo che la nostra luna di miele sarebbe diventata un fatto di cui tutti quanti avrebbero parlato, comunque, così decidemmo di usarla per fare una dichiarazione. Noi ce ne stavamo seduti a letto e abbiamo parlato con i reporter per sette giorni. Faceva ridere. In effetti, noi stavamo facendo uno spot per la pace sulle rime pagine dei giornali, invece dei soliti spot per la guerra”.

In questa dimensione del rapporto con i media, quell’incredibile matrimonio-performance ha anticipato – con l’intuizione delle due star – molto di quello che è venuto dopo, fino ai social. Lennon affermava, nella stessa intervista, There is no line between private and public. No line”, “Non c’è separazione fra privato e pubblico. Nessuna separazione”, il che è in parte accaduto quando una enorme massa di persone ha reso pubbliche le proprie foto che ritraggono momenti intimi e privati, postandole.

Nella data in cui Lennon avrebbe compiuto settantotto anni, nell’autunno 2018 – gesto costellato di critiche, come tutti quelli di Yoko Ono insieme a John Lennon, in vita o in morte – è stato riproposto nelle sale cinematografiche il film del 1972“Imagine” e a febbraio 2019, nel giorno del proprio compleanno, Ono ha annunciato la successiva uscita del terzo album composto insieme nel 1969, (Wedding album), proprio nel cinquantenario del matrimonio. Infatti su quel letto provocatoriamente immacolato e bianco ci stavano pure registratore e chitarra: nella tournée “Bed –in” – i due si ritirarono per un’altra settimana, tra maggio e giugno dello stesso anno, in Canada, al Queen Elizabeth Hilton Hotel di Montreal, stanza 742 – dove la Plastic Ono Band registrò, insieme a chi era presente in quel momento – un coro quasi improvvisato –questo grande inno alla pace che è “Give peace a chance”: diamo alla pace anche solo una possibilità, come scrisse Lennon, sicuramente per amore, nel suo senso più lato possibile. Non si può non concludere guardando il video di un festoso corteo di nozze. Buon anniversario, John & Yoko, l’advertising per la pace funziona ancora.

Let me tell you now
Ev’rybody’s talking ‘bout
Revolution, evolution, masturbation, flagellation, regulation, integrations
Meditations, United Nations, congratulations
All we are saying is give peace a chance

Commenti
4 Commenti a “Il bed-in di John e Yoko, cinquant’anni dopo”
  1. sergio falcone scrive:

    Una performance memorabile di due grandi pacifisti. Un inchino.
    Peace & Love and Freedom now!

  2. sergio falcone scrive:

    … “Quarant’anni dopo”? Cinquant’anni, casomai…

  3. Teresa Capello scrive:

    Grazie del tuo commento, Sergio. E grazie anche per la segnalazione dell’errata corrige nel tag su fb.

  4. sergio falcone scrive:

    È stato un piacere. Ti ringrazio, anche perché i miei commenti cadono spesso nel vuoto…

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