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Bellas Mariposas

 

A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all’Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell’accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall’11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all’Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

Tutto questo per dire che l’Italia dell’apparato culturale (distribuzione, grossi media tradizionali e altre stelle morenti) continua a brillare per la capacità di separare il grano dal loglio scambiando l’uno per l’altro e indirizzando il grande pubblico bovinamente meritevole del disastro in atto verso la melma bipartisan. Se non è Pieraccioni è quella puttanata gonfia di retorica che è stato quest’anno il Concertone del primo maggio.

Tutto questo per spiegare soprattutto come un film premiato ai festival (Venezia, Rotterdam, Bif&st), capace di staccarsi a colpo d’occhio dalla mediocrità audiovisiva cui solo il cinismo o l’amore riflesso di botteghino porta a legare a “cinema” quell'”italiano” che dovrebbe smentire il sostantivo (mentre un nuovo cinema italiano di grossa qualità esiste miracolosamente a dispetto dei mezzi di cui dispone), tratto degnamente dal romanzo di uno scrittore che dovrebbe far bene al nostro orgoglio e che invece il goyano sonno di redattori e capostruttura (il “discorso sulla cultura”) si accontenta di relegare nella categoria “di culto”, per esistere e essere visto (questo bel film che vi sto consigliando) prevede necessariamente il sacrificio fisico del suo autore o qualcosa di simile. E infatti Salvatore Mereu Bellas Mariposas se l’è prodotto praticamente da solo (Rai Cinema è arrivata in un secondo tempo), e, sempre da solo, lo sta portando adesso in giro con una sorta di artigianale e massacrante distribuzione porta a porta di cui si sta cercando di dare qui testimonianza.

D’accordo morire per un verso. Ma per l’idiozia dei burocrati e dei quadri?

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Bene, ma di che parla questo film?

È la storia di una ragazzina di 11 anni (Cate) che vive nel periferico quartiere cagliaritano Sant’Elia, prigioniera e neanche troppo di una famiglia che una cattiva traduzione dell’americano definirebbe “disfunzionale” mentre è sotto sotto-proletaria (sorella prostituta, fratello tossico, padre debosciato eccetera) e dunque fondamentalmente in grado di muoversi su e giù per un mondo che ai rottami e al materiale di risulta alterna spazi di libertà. Le avventure di Cate, della sua amichetta Luna e degli strampalati degradati crollanti disfatti ma in qualche modo indistruttibili (come Molloy e Malone, o i personaggi di Cinico tv) abitanti del quartiere. C’è disincanto (sentire e vedere una bambina di 11 anni che parla di pompini in modo disinvolto può mettere un filo di disagio) ma anche una più grande innocenza che lo fagocita (Cate è illibata e tale è decisa a restare con un candore che anziché disfarsi si moltiplica quando sua sorella torna a casa dopo aver battuto tutta la notte e le due si incontrano).

È un film che si è preso il lusso di essere girato in ordine cronologico (“perché le piccole attrici potessero crescere col film, giorno per giorno”, dice Mereu) e questo per paradosso dà forza a una struttura narrativa che, al contrario, dopo il montaggio di cronologico ha ben poco: vediamo quasi sempre prima ciò che accade dopo e viceversa. C’è una certa commedia all’italiana, c’è la lezione alleggerita di Ciprì e Maresco, c’è il tentativo (riuscito, con qualche sbavatura) di recuperare una certa ariosità da nouvelle vague metropolitana (le scene su e giù per la città) e soprattutto – nei momenti migliori del film – la felicità dei personaggi (la rottura del riflesso pavloviano che al disagio fa seguire l’immaginario da psicofarmaco con gravi musiche di sottofondo) non diventa favola. Se una qualche lezione etica si può trarre è: dal momento che il mondo è finito, perché lasciarsi abbattere dall’inutile che tanto bene abbiamo utilizzato per rovinarci la vita?

Se non la si vuole trarre, meglio.

Qualche giorno fa, con Christian Raimo, sono stato invitato a Urbino al primo Festival del Giornalismo Culturale Italiano. Nei nostri interventi abbiamo stigmatizzato l’anticipazionismo e l’ufficiostampizzazione (copyright C.R.) che porta i media a considerare non più censibile tutto ciò che è uscito oltre una certa data. I media in questo modo riflettono l’agenda degli uffici stampa ma escludono la possibilità che si rifletta su ciò che di buono capita sotto o anche a distanza di tiro. L’insana tempestività uccide la salvifica inattualità. Una volta avevano l’inconveniente di informare i fatti e non sui fatti (CB), ora hanno perso questo sotto-tipo di autorialità e si limitano a seguire la logica del lemming. Ma la cultura non è lo sport o la politica. Quanto più un libro o un film sono interessanti o addirittura belli, tanto più avrà senso pesarne gli effetti a distanza di tempo. (Qui intanto trovate un riassunto del discorso fatto da Raimo che in queste cose è più bravo di me; durante il festival, per spiegare perché il giornalismo culturale italiano ha l’orchite ha fatto l’ormai nota performance in stile Subterranean Homesick Blues, ma nella indisponibilità telematica di questa esibizione, eccolo invece qui in versione più pacata RaiEducational).

Che c’entra tutto ciò con Bellas Mariposas? Siccome quando vedo o leggo qualcosa di interessante cerco di farne parlare in giro – giacché ci siete, in libreria sfogliate qualche pagina dell’ultimo romanzo di Giordano Tedoldi e vedete se fa per voi – dopo aver visto (quasi casualmente) il film di Mereu, mi sono attaccato al telefono e ho chiamato un po’ di giornalisti per sensibilizzarli alla causa. Tranne in un caso virtuoso in cui sono arrivato tardi io (Il Venerdì, disposto a parlarne ma già in chiusura numero), alla sollecitazione (“scrivete o fate scrivere un pezzo”) seguiva puntualmente lacrimevole richiesta di gancio.  “Sì, ma il gancio dove sarebbe?” Mi si chiedeva dunque (a me!) che il film uscisse ufficialmente in tutta Italia per renderlo giornalisticamente appetibile (“ma il problema”, spiegavo io, “è proprio questo. È magari anche denunciare un sistema assurdo per cui il prossimo Checco Zalone – con il rispetto dovuto al concittadino (Capurso, non Bari) nonché dei grossi critici cinematografici e cantautori che pure lo amano – uscirà in circa mille copie mentre altri film, in certi casi addirittura più interessanti, vedranno il proprio spazio vitale annullato”), che vincesse qualche premio (“ma l’ha già vinto! Anche a livello internazionale. Ora esce addirittura in Belgio!”), che ai suoi attori toccasse la sorte di quelli di Poltergeist (questo il redattore di turno, esasperato e poi annoiato dal sottoscritto, messo alle strette da angoscianti sillogismi, iniziava a comunicarmelo telepaticamente), che Sergio Atzeni risorgesse in veste di angelo sterminatore per far piovere folgore e lava bollente su un sistema tanto orrendo da costringere chi ci lavora (la maggior parte di quei redattori ama sinceramente il buon cinema, scriverebbe e parlerebbe tutta la vita di Pietrangeli e Tsukamoto ma si vede costretto a eseguire gli ordini di filiera) ad agire contro se stesso.

Forse, mi sono detto – lo dico dall’interno, collaborando con molti quotidiani e periodici da edicola, ricevendone sostentamento – un mondo sta finendo. A fronte di una bellezza che non muore (in Italia si continuano miracolosamente a fare bei film, a scrivere bei libri, a fare un teatro talmente apprezzato all’estero da diventare l’estero il suo principale committente: vedi i Motus a New York o Romeo Castellucci acclamato in tutta Europa), è invece in procinto di crollare su se stesso il sistema che dovrebbe darne notizia e rilievo e, calvinianamente, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Quel mondo lì, sta forse inabissandosi per sempre ed io, in fondo (pure a fronte dei soldi che ci perderò) ne sono contento. Un pezzo come quello che sto scrivendo adesso, in quel mondo lì, non sarebbe ad esempio concepibile.

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Non conosco infine Salvatore Mereu. Non so nemmeno che faccia abbia. Avevo letto tempo fa una recensione molto positiva di Goffredo Fofi. Mi sono imbattuto in un pezzo molto bello su Le parole e le cose, pezzo che ero anche riuscito a leggere in radio a Pagina3. È passato del tempo. Di Mereu e del suo film mi ero quasi dimenticato. Fino a quando, una decina di giorni fa, un’amica mi ha detto che lo facevano solo per due giorni al Sacher di Roma. Così, al volo, ci sono andato. Leggendo i titoli di coda mi sono accorto che la sceneggiatura l’ha scritta Maurizio Braucci. Braucci è anche lo sceneggiatore di Gomorra e de L’Intervallo mi dicevo uscendo dal cinema e unendo i fili…

Che cosa voglio dire? Che di film italiani notevoli negli ultimi anni ne ho visti parecchi. Film i cui autori, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto essere imposti all’attenzione generale. Penso a In memoria di me di Saverio Costanzo, a L’Intervallo di Leonardo Di Costanzo, a Corpo celeste di Alice Rohrwacher (qui su minima&moralia stroncato da Christian Raimo, che però in quel caso a mio parere prese un abbaglio), a La bocca del lupo di Pietro Marcello, a Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, a L’uomo che verrà di Giorgio Diritti o (spingendoci un po’ indietro) a veri e propri capolavori in grado a mio parere di rivaleggiare coi vecchi Ferreri e Pasolini quale il Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco.

Poi, su questi film si può non essere magari d’accordo. Io e Raimo non lo siamo ad esempio su quello della Rohrwacher. Magari qualche lettore andrà a vedere Bellas Mariposas e ne resterà deluso. Benissimo. La cosa che trovo insopportabile è che si prenda invece per campo di discussione condiviso uno in cui il problema dell’estetica sia un optional.

Piccolo avviso. A proposito di questo spazio, se il cielo ci assiste, arriveranno presto importanti novità. Non stiamo lavorando – stiamo passando letteralmente notti insonni per provare a darvi uno spazio di discussione fatto sempre meglio. Anche qui: seguiranno (si spera) post.

Buona visione.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
30 Commenti a “Bellas Mariposas”
  1. Salvatore Mereu ha già dato un’ottima prova con “Ballo a tre passi” (2003) un film in tre episodi, interamente in sardo, con i sottotitoli. Aspetto con ansia che esca nelle sale questa sua ultima prova.

  2. Vagabond scrive:

    si’, pero’, “so’ tutti froci col culo degli altri”. la gente ama il buon cinema e quel che vuoi, ma se su xL di Repubblica mi esce ancora Jovanotti “alternativo” la visione della cultura che hanno i giornalisti italiani rimane sempre di un’ipocrisia non moderata ma allucinante. la tua cara “gente che ama sinceramente il buon cinema” puo’ scrivere cose su minima&moralia ma non lo puo’ fare su un giornale come Rolling Stone perche’ non ne ha le palle.

  3. Francesca scrive:

    Non so su “Rolling Stone”, ma sul “Corriere” o “Il Sole” o “La Stampa” o “Repubblica” un pezzo del genere non passerebbe mai e poi mai. Possono averci tutte le palle che vuoi, non avrebbero mai l’ok di un caposervizio. Paradossalmente su “Libero” o “Il GIornale” sarebbe più possibile, ma lì da pagare c’è uno scotto completamente diverso. La situazione è questa, chiunque ha anche solo annusato da lontano l’aria delle redazioni cultura dei grandi quotidiani negli ultimi anni lo sa benissimo. Non è una questione di coraggio: consegni il pezzo; ti dicono no ed è finita lì. Hai mai visto su “Repubblica” un pezzo critico verso Citati, Veltroni, Asor Rosa, Ferroni, Pedullà, Baricco, Saviano o anche solo Fabio Volo? Pensi che non siano stati proposti? Innumerevolmente, sono stati proposti. Innumerevolmente, sono stati bocciati.

  4. marco m scrive:

    sarebbe anche bello poi discutere di come gli editori – non solo i grandi, anzi! – abbiano introiettato i meccanismi del giornalismo e degli uffici stampa ecc.
    nel mio piccolo, direi quasi infinitesimale, continuo a recensire/scrivere/parlare di cose che “toccano il cuore” (come dice enrico boell), a prescindere dall’hype (si dice così?). motivo per cui ho smesso di esser pubblicato anche nei posti minimi in cui scrivevo.
    lo stesso mi è capitato coi miei libri, dopo sei mesi dati per morti dai miei stessi editori*. allora ho preso l’auto, le copie che mi erano rimaste (altre ne ho estorte all’editore con inganni vari), ho fatto il pieno e ho tentato di tenerli in vita gironzolando per la puglia da solo. perché si tratta proprio di questo, tenere in vita le cose che pensiamo siano belle (mie, vostre, non ha importanza).
    il che è romantico, spossante e profondamente ingiusto.

    *a prescindere dalla qualità delle opere, se c’è dietro un editore (non a pagamento, of course) che ha deciso di investirci, deve poi farle arrivare al pubblico, ai critici, a chi vuole lui, di modo che la bocciatura, se dev’esserci, arrivi da loro, e non dal perverso meccanismo giornalistico-editoriale che non permette neppure all’opera di essere fruibile (ovviamente il discorso è molto più ampio e complesso, me ne rendo conto).

  5. Vagabond scrive:

    insomma, va a finire che adesso che ad essere indie non c’e’ piu’ nulla, il giornalismo, arte decisamente mainstream, sara’ costretto a diventare “indie”. e non e’ una bella cosa.

  6. Testuo scrive:

    Scusami Nicola, apprezzo tanto il tuo lavoro di scrittore e di recensore nonché di speaker radiofonico (pag.3). Ma l’abbaglio lo hai preso tu accompagnandoti a Christian Raimo, che di cinema (ho avuto modo di leggere alcune sue riflessioni) non ne capisce proprio un cappero. Credo che sia troppo rancoroso e ripriegato su se stesso (cosa devo dire, cosa devo scrivere, che leggerà apprezzerà) per poterne capire. Spero di riuscire a vedere le mariposas. E poi soprattutto W Checco Zalone!!!

  7. Umberto Equo scrive:

    Il film non so, ma il titolo è meraviglioso. Detto questo, il giornalismo italiano è vomito. Prima chiude tutto meglio è.

  8. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Testuo,
    grazie per l’apprezzamento. Ma non ti pare di essere esagerato? Non sui legittimi giudizi, ma sul consiglio a accompagnarmi o meno a chiccessia. Sul piano dei gusti e dell’estetica ci sono cose che mi avvicinano e mi allontanano da Raimo, come è bene che sia per le frequentazioni intellettuali. L’unico modo sicuro per non sbagliare i rigori è non tirarli, e a furia di tirare rigori uno come Raimo ha per esempio costruito dal niente un posto come minima&moralia o come “Orwell” (su cui eravamo finalmente liberi di scrivere, nonostante il tragicomico che caratterizzava “Pubblico”), così come non ho visto molte recensioni libere sul nuovo libro di Saviano quale quella scritta su linkiesta e qui sempre da Raimo – anche qui, si può essere d’accordo o meno, io per esempio “000” non l’ho ancora letto dunque non so se sarò o meno d’accordo con lui, però una certa mancanza di timori reverenziali la sentivo in quel pezzo, e mi sembrava di respirare un’atmosfera rara nell’asfittico mondo della critica). Insomma: io mi ci accompagno eccome (e ci litigo, apprezzo, imparo, o mi ci incazzo, o torno in sintonia ecc). Un caro saluto. Ah! Tra Checco Zalone e la Buy, tutta la vita Zalone. Ma tra Zalone e Friedkin, mi sa che scelgo l’ultimo.

  9. Testuo scrive:

    Ma ovviamente scherzavo. Solo che non conoscendovi di persona, ma solo da lettori, tu “mi stai” simpatico, come diciamo al sud, e lui “mi sta” antipatico! :-)

  10. Testuo scrive:

    P.S. Io ancora devo leggere Gomorra, ma visto il film e lo spettacolo teatrale, leggendone infinite recensioni etc. mi strarompo di leggerlo!

    P.P.S.
    Una recensione che mi è piaciuta e che è un bel pò dissacrante su 000 è questa:

    http://www.vice.com/it/read/di-cosa-scriviamo-quando-scriviamo-di-merda

    un punto di vista, appunto, alla Zalone

    Saluti!

  11. Nicola Lagioia scrive:

    Saluti Testuo. E grazie. Ora mi vado a leggere la recensione di Vice, di cui confesso di essere un affezionato…

  12. silvia scrive:

    Nicola, ero tra i “civili” della platea ad ascoltare il bellicoso Raimo e te (e Augias, Dorfles e Massarenti e via così). Il giorno dopo ho scritto una mail a Lella Mazzoli e a Zanchini, per chiedergli a chi era rivolto il festival. Confesso di essere stata investita da una ventata d’aria fresca. Ma non so se resta di più la curiosità intellettuale instillata o la sensazione di disagio di chi viene invitato a sedersi nei posti riservati alle autorità che non si sono presentate. Insomma, createlo, questo spazio che non si parli addosso. Protestate, raccontateci, scoprite le perle e gettatecele senza ripensamenti. Il problema non sono le redazioni ma chi legge quello che le redazioni pubblicano. Usate tutti mezzi che avete per raggiungerci e inoculare dubbi.

  13. Nicola Lagioia scrive:

    Silvia, sì, hai ragione, ci proviamo, ed è come guadagnare in salute mentre la si perde sperando che il gioco d’equilibri (emotivi, prima che economici o di riconoscimento) tenga. Un caro saluto davvero.

  14. Ignazio Sanna scrive:

    Caro Nicola (e cari tutti),
    non voglio entrare nel merito delle problematiche relative alle pagine culturali dei quotidiani, che pure nel mio piccolo ho sfiorato. Mi limito ad osservare che nella nostra società prima viene il denaro e poi, eventualmente, tutto il resto. Quindi è necessario parlare, possibilmente bene, di ciò che viene dall’industria culturale, libri o film che siano, perché si tratta di merci che vanno vendute. A fare giustizia, separando le merci dall’arte (almeno nella misura in cui è possibile), ci penserà il tempo, quando i giudizi estetici potranno essere svincolati dalle esigenze del marketing.
    Ho apprezzato ciò che Nicola scrive su Bellas Mariposas. Vorrei contribuire al dibattito segnalando ciò che ho scritto sul blog di Daniele Barbieri (http://danielebarbieri.wordpress.com/2013/05/02/bellas-mariposas-un-film-di-salvatore-mereu/), dove peraltro lo stesso Daniele ha aggiunto un link a questa pagina.

  15. Vagabond scrive:

    Ignazio Sanna, non credo proprio che funzioni cosi’. un film come Bellas Mariposas rischia di essere dimenticato perche’ non rimarra’ nella memoria di nessuno, molti critici compresi. e la critica non fa storia, questo lo sappiamo tutti.

  16. Ciao. E’ con estrema tristezza che ribadisco che il film in questione, unico in primo luogo nelle sue imperfezioni e quindi di cui prendersi cura come stimolo intellettuale e come azzardo riuscito proprio perché autoriale, è morto prima ancora di uscire. Uscire in sala intendo. Ma mi piacerebbe anche approfondire i perché con qualche esempio concreto e meno legato a problemi di politica culturale. Nel mese di Aprile ci sono state delle prove lampanti di come funzioni la distribuzione cinematografica in Italia. Siamo arrivati a dei punti parossistici: un weekend con sette film italiani nuovi in sala. Contemporaneamente. Uno che ammazzava l’altro nella ricerca disperata di ossigeno vitale, ovvero sale. Il film in oggetto esce in una settimana in cui sono previste 20 nuove uscite. Venti. Non solo quindi non è possibile promuoverlo, perché la produzione non ha budget da destinare a questo, ma non è possibile nemmeno sapere che c’è. Non si sa che esiste. Perché è il ventunesimo e il più spinoso e con meno budget, o zero budget, per completare la filiera , ovvero la promozione. Caso isolato? Non direi proprio. Sapete quanti film italiani sono usciti nel 2012? 166.Troppi. il 26% di questi ha un budget inferiore ai 200.000 euro, cioè non ha soldi nemmeno per stampare dieci copie. Sapete quanti film italiani, pur avendoli co-prodotti con l’acquisto del diritto antenna, sono stati mandati in onda da Rai uno in prima serata e in un anno? 5. Cinque film in tutto programmati sulla rete ammiraglia magari tra Luglio e Agosto e senza nessuno spazio dedicato al cinema in palinsesto. Non al cinema italiano, ci mancherebbe, ma al cinema in genere. Sapete chi trasmette più cinema italiano in Italia? Rete 4. Del diabolico manipolatore. Altro paradosso: se vedete poi la media sala di incassi di questi film autoriali e male distribuiti, o non distribuiti, scoprirete che avrebbero persino potuto “far cassa” se qualcuno si fosse preoccupato di renderli visibili. Ovvero prevedere dei soldi per farlo. C’è poi una crisi del settore, taciuta, che solo due anni fa era inimmaginabile. A Roma, che ci piaccia o meno, le distribuzioni stanno chiudendo. E licenziando. Fandango ma a breve altre, anche gestite da nomi che ormai sono più un brand che un regista. Implose, sparite, annientate da un mercato e un consumo inesistenti. Mi dispiace che si continui però una lagnanza sentimentale, una sorta di nostalgia di tempi andati, con un’idea così arcaica della mediazione culturale e dei fenomeni di promozione, che sono cose distinte. Con concetti così muffi da far pensare ai crampi e al Pantheon dei grandi intellettuali di una volta. Mi dispiace che ci si lamenti, in buona fede e anche con passione e competenza, sul fatto che i giornali non scrivano qualcosa che non travalichi l’istante di consumo. Ma i giornali non esistono più, non hanno più lettori, non hanno più una loro economia che permetta di pensarli in questa forma. So di fare un discorso brutale ma averne coscienza è meglio. Questo porta a due cose entrambe false: pensare davvero che i giornali abbiano una qualche influenza sulla formazione di una coscienza critica o sulle scelte di potenziali spettatori, ed è dimostrato che non è così, pensare che un’opera pedagogica sia necessaria ma parlando sempre ai nostri simili, una minoranza molto presuntuosa, ovvero lettori di giornali e consumatori di cinema di qualità. Siamo sicuri che sia questa la strada e non sia invece uno spasmo autoreferenziale, un sussulto che prevede poi l’ultimo respiro, un atto generoso da di presunzione assoluta? Siamo sicuri che ci sia qualcuno lì fuori? La crudeltà del contemporaneo, la sua aridità consumistica che mangia se stessa, si può ovviare secondo me con una logica radicale e catacombale: scambiarsi idee, titoli, opinioni , dati, tra amici e su mezzi come questo. Con un culto ossessivo e religioso della minoranza, con una presa d’atto che le semplificazioni ad oltranza non pagano e che le nostalgie da palingenesi portano ad un languore da sbadigli. Io ad esempio ho aperto un blog, mi leggono in trecento, mi sta bene così. Non mi censura nessuno, purtroppo non mi paga nessuno, ma quello che ho da dire viene letto da chi mi piace che lo legga. Troppo poco? Forse. Per me è abbastanza.

  17. Gina scrive:

    E infatti quando tutto crollerà rimarranno le cose emeritevoli come quelle di Giubilini, come questo posto, e da lì riprenderanno le cose. Anzi, son già riprese…

  18. manu52 scrive:

    E per coloro che non abitano a Roma, se volessero vedere il film? Come fanno? Leggo che nessun distributore si è preso la briga di aggiudicarselo, giã all’epoca del festival di Venezia. Che fare?

  19. Ignatius scrive:

    Per colpo di culo mi sono trovato a Roma. Per affezione leggo minima et moralia e sapevo di bellas mariposas. Per il combinarsi di culo e affezione ho potuto cogliere l’occasione e andare a vedere il film, ieri sera al cinema Alcazar. Ecco, volevo ringraziare questa rivista perché mi ha fatto sapere una cosa che altrimenti non avrei saputo e fatto vedere un bel film che non avrei visto. E spero con questo commento di farvi sapere che fare quello che fate sì, funziona. O almeno con me ha funzionato.

  20. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Ignatius,
    grazie per il messaggio. Ci ripaga delle energie che mettiamo in questo spazio. Un abbraccio. N

  21. manu52 scrive:

    Bellas Mariposas è approdato anche a Genova e l’ho visto. Un film sorprendente, direi oltre le aspettative.
    Per chi poi, come me avava letto il racconto di Atzeni, una sorpresa in più. Mereu scioglie alcuni nodi irrisolti del testo non ultimato dall’autore e attualizza lo svolgimento, senza stravolgerlo nel complesso. Magnifica la scena subacquea, di una purezza assoluta, in tutti i sensi. Andate a vederlo, non fatevi influenzare da chi vi dirà che è incomprensibile perche parlato in castiddiano stretto, si comprende tutto. Ed è una vera rivelazione.

  22. Ignazio Sanna scrive:

    Caro Vagabond, ogni manifestazione della creatività umana è soggetta ad essere ricordata, a condizione che ne restino delle testimonianze, anche indirette. Esiste perfino una storia del calcio, figuriamoci se non esiste la storia del cinema. Per quanto effimera possa essere la categoria culturale della critica puoi star tranquillo che non è certo da essa che dipende ciò che è destinato a restare.

    Manu 52, una piccola correzione lessicale: il termine ‘castiddiano’ non esiste. Forse intendevi ‘casteddaiu’, che vuol dire cagliaritano

  23. Marcello scrive:

    Già… ma il neorealismo fu scoperto in Francia perché in Italia c’era il non expedit. E se Max Brod avesse ubbidito al suo amico… e se nessuno avesse ritrovato il manoscritto del “Maestro e Margherita”… I manoscritti non bruciano. Ma la parte mancante del “Satyricon” non la leggeremo mai. E (a contrario) “Le anime morte”? E se solo il crudele mondo di New York non avesse stritolato il crudelissimo (ma ormai semidistrutto) autore di “Preghiere esaudite”, magari ora leggeremmo il libro completo…

  24. manu52 scrive:

    @ Ignazio Sanna. Chiedo scusa per lo svarione. Ero sicura di aver copiato giusto, poi il correttore automatico fa e disfa a suo piacimento. Grazie per la puntualizzazione!

  25. brian scrive:

    Invece di continuare a far chiacchiere su quello che fanno o non fanno gli altri, rilevate qualche sala cinematografica e proiettate Bellas Mariposas, Muffa ecc, così riempite la sala, il pubblico è felice, voi siete contenti, Mereu fa altri film e il cinema va avanti!

  26. Oppedis scrive:

    Lagioia, il problema è che, data la bora che trasuda ogni tuo intervento, vista la patologica superficialità dei tuoi scritti sul cinema, ciascuno dei registi che hai nominato come esempi virtuosi si sentirebbe il diritto di prenderti a schiaffoni.

  27. Daniela scrive:

    Sarà per questo che alcumi registi (tipo cipri’ e maresco) gli chiedono di scrivere i pezzi d’apertura dei libretti dei loro dvd e con altri dei nomi citati hanno presentato insieme film e libri ecc? Oppedis, la tua ignoranza e il tuo essere un paria spiegano ma non assolvono gli esiti della tua frustrazione. Non eè così che ti chiameranno a far parte del mondo degli adulti.

  28. Mirco scrive:

    Una schifezza assoluta. Noioso, banale, pretenzioso senza averne lo spessore. Roba per intellettuali falliti che si fanno le pippe cercando significati impossibili in due ore di nullità assoluta.
    Uno dei film più brutti che abbia mai visto.

    Da uno a dieci gli darei zero.

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