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I fiori di fulmine di Ben Lerner

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(Fonte immagine)

Chi viene colpito da un fulmine può sviluppare sulla pelle una sorta di tatuaggio, una specie di disegno ramificato che rimane addosso diversi giorni, causato, con ogni probabilità, dal danneggiamento dei capillari. Questi tatuaggi sono detti “Fiori di fulmine” o col nome scientifico “Le figure di Lichtenberg”, in onore del fisico tedesco che le scoprì. Queste lesioni piccole, ramificate; questi tatuaggi appena accennati destinati a lasciare traccia e subito dopo a sparire sono perfetti per descrivere le cinquantadue poesie di questa prima raccolta di Ben Lerner, uscita negli Usa nel 2004 e pubblicata in Italia da qualche settimana, da Tlon Edizioni, con la meravigliosa traduzione di Moira Egan e Damiano Abeni.

Le poesie di Lerner sono veri e propri Fiori di fulmine colpiscono inaspettate, si depositano, si ramificano e lasciano un’ombra, una macchia, un flash, un sentimento, una palpebra che sbatte mentre prova a trattenere un’immagine. I fiori di Lerner, però, lasciano una traccia più profonda; per capirci, è come se il tatuaggio prima di andarsene incidesse leggermente la pelle, ed ecco che qualcosa ci entra dentro e si mescola con quello che trova, ogni verso è un detrito che va in giro tra globuli e piastrine e ti lascia sgomento e ti fa sobbalzare e ti fa stare bene e ti fa stare male.

«Il buio raccoglie i nostri vuoti, vuota i nostri posacenere. / Volevi dire “Potrebbe andare avanti per sempre” in senso positivo? / […] Potrebbe continuare per sempre in senso positivo? Un cervello lasciò una trina da un’epoca o un lampo. / Il pollo è un po’ troppo asciutto e/o tu mi hai rovinato la vita.»

Questi versi sono tratti da una delle prime poesie della raccolta, sono i primi due e gli ultimi due, gli altri dodici versi provate a immaginarli. Prendiamo il primo verso, è bellissimo e di rara efficacia; è incredibile l’atmosfera che Lerner riesce a creare con un verso solo, c’è tutto. Non possiamo far altro che fermarci quando lo leggiamo, a sentire a prendere fiato. Il buio e il vuoto, il “nostri” due volte ripetuto, il gioco del buio che raccoglie i vuoti di una storia, di due stati d’animo, di una coppia, di una famiglia, di un momento e poi vuota i posacenere. Un verso che potrebbe anche essere l’incipit di un racconto di Carver, leggi due frasi e vedi un mondo.

C’è poi la domanda del secondo verso, ripetuta al penultimo, prima dell’ultimo spiazzante e chiarissimo verso finale. Così sono le poesie di Lerner, profonde e cattive, ironiche; deviano di continuo, ti colpiscono da tutte le parti, ti regalano il piacere della lettura e l’apertura sulle molte possibilità che un testo poetico deve aprire.

Nell’ottima introduzione al libro Francesco Pacifico spiega che queste poesie arrivate a noi dopo che tutti ci siamo innamorati di “Nel mondo a venire” (Sellerio, trad. Martina Testa), ci occorrono per capire il senso della scrittura di Lerner, il poeta che viene a salvare la prosa, e sono d’accordo con lui, mi pare evidente.

Leggo le poesie di Lerner e vedo chiaramente che tutto prima o poi sarebbe esploso in prosa, ma non attraverso un filo diretto ma trasformandosi. I libri di prosa di Lerner raccolgono proprio le ramificazioni del tatuaggio che lascia il fulmine e lo espandono, fanno in modo che la scintilla che nasce dalla poesia si propaghi in pagine e pagine, trasformandosi in autofiction, in romanzo, in racconto senza perdere in brillantezza. In un certo senso le poesie di questa raccolta spiegano i libri a venire di Lerner.

Mi ha fatto lo stesso effetto leggere le poesie di Roberto Bolaño raccolte in “Tre” (Sur, traduzione di Ilide Carmignani), in parecchie poesie lo scrittore cileno ci lascia immaginare e – a tratti – vedere chiaramente i romanzi che scriverà, i personaggi che costruirà. Scrive in versi tutte le ossessioni che torneranno in quella scrittura che è una geografia inesauribile, che si amplia e si insegue di libro in libro. Lerner in poesia ci mostra come poi scriverà in prosa, e che bello sarebbe stato non saperlo, aver letto queste poesie per tempo, ma è bello anche andare all’indietro, capire come un talento puro è talento da subito.

«Dobbiamo ritirare le nostre offerte, bruciate come sono. / Dobbiamo ritirare dal mercato i nostri versi come fossero pneumatici difettosi. / dobbiamo scoiare il curatoriato, investire il nostro saio // ed entrare nell’Accademia in fila indiana. // La poesia deve ancora emergere. / L’immagine non la può supplire. L’immagine è un aneddoto / sulla bocca di un nato morto. / E non la riflessione, / con la sua cattiva infinitudine, né la religione, con i suoi tre grammi di psilocybe, / possono portare l’orgasmo all’orgasmo come la poesia. Di norma / siamo generalmente dispiaciuti. Ma essere dispiaciuti non basta. / Dobbiamo chiedervi di levarvi le scarpe, le lenti, i denti. / Dobbiamo chiedervi di singhiozzare senza remore. / Se vi può in qualche modo consolare, noi ammiriamo i primi libri di John Ashbery. / Se vi può in qualche modo consolare, non sentirete niente.»

Cinquantadue sonetti pieni di ritmo, quel ritmo che solo due traduttori bravi come Egan e Abeni avrebbero potuto rendere senza snaturare il linguaggio complesso di Lerner, il testo a fronte sta lì a testimoniarlo. La filosofia e un armadio, un suicidio e una cucina, l’amicizia e un bicchiere di latte, l’amore e i rimproveri alla poesia, ai poeti (come nel testo bellissimo qui sopra).

Lerner si muove tra scienza e musicalità, e il suo linguaggio è in continuo movimento, se queste poesie sono il suo punto di partenza potrebbero anche quello di un ritorno più avanti. La sua scrittura si muove continuamente verso il mondo a venire, lo precede/prevede, lo anticipa, prova a comprenderlo, ad assecondarlo; e non c’è distinzione tra prosa, poesia o saggio ma c’è il triangolo continuo che fanno tra di loro. La lingua di Lerner è un invito a capire il tempo che viene, a trovare la nostra posizione dentro a questi giorni, a saperci muovere e poi aspettare.

«Solo il tempo dirà / se la mia opera è figurativa / solo il tempo dirà se il tempo dirà.»

Le figure di Lichtenberg che ci ramificano una spalla o una gamba creano su di noi l’effetto che Ben Lerner cerca attraverso la scrittura, lasciano una traccia che non può far altro che guardare al futuro.

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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