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La rivoluzione di Mr Smith

Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: gli uffici di BuzzFeed.)

di Jason Horowitz

La mattina presto Ben Smith, pioniere del giornalismo politico online, prende un autobus dalla sua casa vittoriana in piena Brooklyn, passa sotto al Battery Tunnel e supera City Hall, dove una volta faceva il corrispondente, sempre attaccato alla cornetta tra pile di quotidiani. L’autobus ferma al Flatiron, a Manhattan, poco più a sud della sede del New York Times e di altri mostri sacri della carta stampata. Smith entra in un edificio anonimo e prende l’ascensore fino all’undicesimo piano: le porte si aprono negli ariosi uffici di BuzzFeed, l’ultima iniziativa giornalistica candidata a rivoluzionare l’informazione politica.

In quella specie di loft, bianco e luccicante come un Apple Store, giovani donne agghindate con grossi occhiali, fuseaux, gonne e stivali si aggirano fra scrivanie presidiate da giovani uomini con barbe dalle acconciature strane e auricolari che colano giù dalle orecchie. A un computer, una donna armata di Photoshop attacca teste su corpi femminili. I reporter vanno a rifornirsi nell’area cucina, provvista di patatine, caramelle, barrette di muesli e un frigo con bibite gassate e trendissime birre Brooklyn Righteous Ale e Bengali Tiger. Sorseggiano da tazze di caffè decorate con cerchi gialli con su scritto WTF (sigla nata su internet e che sta per What the fuck?, di intuibile traduzione). Smith ha 35 anni. Con la sua faccia rubizza e il suo look antichic, è una sorta di mosca bianca tra i giovani di tendenza che girano per l’ufficio. Smith, che ha tre figli, si è fatto le ossa nei giornali tradizionali e si è guadagnato la reputazione rivoluzionando il mondo dei blog politici e contribuendo, en passant, a fondare testate ormai famose come politico.com.

Ma nell’era di Twitter perfino i blog sembrano lenti («vecchi e scricchiolanti», li definisce Smith) ed ecco perché lui si trova qui. Seduto tra una fila di scrivanie bianche e una finestra a tutta altezza con vista sull’Empire State Building, Smith spera di essere l’uomo che guiderà la prossima grande rivoluzione dell’informazione. A gennaio, quando è diventato direttore di BuzzFeed, il suo trasferimento ha suscitato un certo scalpore nei corridoi del potere di Washington e negli ambienti dell’informazione di New York. Praticamente nessuno sapeva che cosa fosse BuzzFeed e quei pochi che lo sapevano lo associavano ad articoli memorabili come «Uccellino imbocca cane con noodles», «Le sei location perfette per un rifugio da supercriminale» e «Venti gatti colti sul fatto». Molti di questi articoli sono marchiati con bollini gialli con su scritto «LOL», «Cute», «Trashy», «Fail», «WTF», «OMG» e via chattando. Smith insiste che lui e il nuovo bollino bianco-rosso-blu «Election 2012», che campeggia in cima alla homepage, non sono fuori posto qui a BuzzFeed. «BuzzFeed è nato come un esperimento di ciò che la gente vuole condividere», dice Smith. «All’inizio c’erano foto divertenti di animali, notizie sulle celebrità e storie edificanti. Ma ora offriamo alla gente notizie sempre più serie, analisi e fotogiornalismo, per aiutarli a capire il mondo attraverso i loro amici e i loro feed Facebook».

Il quotidiano del mattino è quasi un pezzo da museo, ma anche le homepage dei mezzi di informazione tradizionali che cercano di attirare traffico verso le loro pagine stanno diventando una cosa del passato. BuzzFeed fa un balzo in avanti a livello concettuale, parte dalla consapevolezza che sta sorgendo una nuova era in cui gli utenti del web condividono e ricevono articoli e notizie attraverso Facebook, Twitter e altri social network. L’informazione, come qualsiasi altra cosa di questi tempi, è sociale e BuzzFeed è il sito che finora è andato più vicino a scoprire il segreto di ciò che la gente vuole condividere. «Nel futuro tutta l’informazione sarà personalizzata e tagliata su misura del cliente», dice Peter Kaplan, ex direttore di Smith al New York Observer e ora direttore editoriale della Fairchild Media. BuzzFeed inizialmente aveva chiesto a lui di dirigere la nuova redazione, ma Kaplan era troppo attaccato alla carta stampata e ha suggerito Smith, un giornalista che gli era sembrato ipercompetitivo, uno di quelli «che non si spegne mai», uno che all’Observer si comportava come un «boss di quartiere».

Secondo Kaplan, con Smith nelle vesti di giocatore-allenatore, BuzzFeed diventerà il nuovo Huffington Post e «rivoluzionerà il mondo dell’informazione». All’inizio Smith aveva rifiutato l’offerta, ma poi Kaplan e la moglie dello stesso Smith, Liena Zagare, anche lei una blogger di successo, gli hanno detto che era un pazzo. Ora Smith è ultraconvinto del progetto e condivide la visione di BuzzFeed sul modo in cui in futuro i lettori riceveranno le notizie. «Questa è la realtà, non è chiacchiericcio futuristico», spiega Smith, che ha un modo di parlare molto diretto. «Mi sono reso conto che stavo scrivendo per lettori informati che ricevono le notizie da Twitter». (Per trasparenza: ho lavorato con Smith al New York Observer e lo considero un amico.)

Quelli che contestano siti come BuzzFeed fanno notare che ricevere le notizie da Twitter e da Facebook può essere molto efficiente, veloce e appagante, ma ha un limite: è un metodo particolarmente efficace per non ricevere le notizie che stanno fuori dal radar degli amici. Le possibilità di venire a conoscenza di novità poco sexy (ad esempio gli sviluppi politici in Uganda) sono alquanto limitate se non sono riportate sulle pagine dei giornali di carta o non campeggiano in bell’evidenza su una homepage. BuzzFeed creerà un pubblico più compiaciuto, dicono i detrattori, ma non necessariamente più istruito. Ma Smith è venuto qui proprio per alzare il livello culturale del sito, non per abbassarlo. Ha la reputazione di uno che riesce a indirizzare i lettori del blog e di Twitter ai migliori articoli disponibili in Rete. Per quanto riguarda la sua sezione, BuzzFeed sta tornando ai principi basilari del giornalismo.

La redazione politica di BuzzFeed è composta da sei giovani e brillanti reporter. Tutti guardano a Smith come a un mentore, ma qualcuno si lamenta delle sue telefonate alle 5 del mattino. In ufficio sono tutti seduti lungo una fila di scrivanie, a battere sui tasti dei Macbook in una stanza eccezionalmente silenziosa, ancora sprovvista di linee fisse. Quasi nessun giornalista parla al telefono, e quando Smith riceve la telefonata di una fonte va a parlare in fondo al corridoio.

Quando torna alla scrivania, Smith distoglie lo sguardo dalla cascata di tweet sul suo computer e incoraggia una giovane giornalista, Rosie Gray, a essere più aggressiva quando segue gli appuntamenti elettorali di Rick Santorum, il candidato alle primarie repubblicane. «Sì, così si incazzano e mi buttano fuori dal pullman», replica lei. In un altro momento della giornata, Smith passa una preziosa raccolta di vecchi materiali su Newt Gingrich al suo ricercatore, Andrew Kaczynski, uno studente del college che è diventato una piccola celebrità per aver scovato video dimenticati in cui i politici dicevano cose sconvenienti.

«Perché non fai i 50 migliori documenti della campagna di Newt Gingrich del 1983?», chiede Smith a Kaczynski, che tiene la testa girata di lato, verso lo schermo. Il mattino seguente, BuzzFeed pubblica un pezzo intitolato: «Esclusivo: i 30 documenti più interessanti dagli archivi di Newt». Sono le stesse discussioni che si potrebbero ascoltare in qualsiasi redazione, ma certi frammenti di conversazione sono difficili da immaginare in un altro contesto: una redattrice va a una riunione «nella sala conferenza LOL», un redattore osserva che «Dogs against Romney ormai è ovunque» e un altro interrompe una conversazione per chiarire: «A proposito, non ritwittarlo. È off the record».

Nell’universo di Twitter e nella galassia di BuzzFeed tutto è lecito, tutti partono alla pari. È la qualità della notizia, non il brand della testata, a decidere che cosa viene letto e che cosa no. In questo mondo meraviglioso, la cosa più pregiata resta il buon vecchio scoop, come quello realizzato da Smith in Iowa sull’endorsement di John McCain all’ex rivale Mitt Romney.

Il web ha bisogno di qualcosa di cui parlare e va ghiotto di segreti svelati, intuizioni originali e osservazioni brillanti. La capacità di fare scoop, di fornire notizie attendibili o anche di indirizzare i lettori su informazioni rivelatrici o umoristiche fa di Smith una fonte fidata nel piccolo, ma potente, universo dell’informazione. Persone come Smith diventano potenti arbiter di quello di cui la gente parla e sono loro, alla fine, a decidere chi viene eletto. «Ben porta scoop, e gli scoop sono merce condivisibile», dice Jon Steinberg, presidente di BuzzFeed ed ex dirigente di Google che se ne sta seduto nel suo ufficio dalle pareti di vetro calzando un paio di Adidas nere. «Noi ci limitiamo a scrivere notizie che la gente ha voglia di condividere. È il contrario di quello che ci avevano insegnato i nostri predecessori sul mondo dell’informazione».

L’immediato predecessore di BuzzFeed è l’Huffington Post, che fece il suo ingresso in scena durante la precedente tornata elettorale. Il fondatore di BuzzFeed, Jonah Peretti, ha avuto un ruolo chiave nella strategia dell’Huffington Post, quella soprannominata mullet, dal nome del taglio di capelli corto davanti e lungo dietro: tutte le notizie serie sul davanti e tutte le notizie leggere, con tonnellate di slide show sui gatti, sul retro. Peretti era maestro nell’attirare lettori verso l’Huffington Post, ma quando l’anno scorso Aol ha comprato il sito si è convertito in fervente sostenitore del modello social.

Arianna Huffington, la fondatrice dell’Huffington Post, è convinta che ci sia spazio a sufficienza per entrambi i modelli. «L’Huffington Post intrattiene da tempo rapporti con BuzzFeed e siamo felicissimi di vedere che si sta espandendo», dice. «Da quanto abbiamo lanciato la nostra testata dico sempre che è finita l’epoca dei giochi a somma zero, in cui se qualcuno guadagna qualcun altro deve perdere. Espandere la penetrazione delle notizie va a vantaggio di tutti. Ben è un grande acquisto».

Un acquisto anche redditizio. Poco dopo il suo arrivo, BuzzFeed ha annunciato investimenti addizionali per 15,5 milioni di dollari. Presto gli sarà affidata una redazione sempre più grande, con giornalisti che scriveranno di tecnologia, tematiche femminili, sport e animali. (Nessuno è disposto a rinunciare al traffico internet generato dai gatti.) Presto potrà anche ricominciare a firmare i suoi pezzi: quelli di Politico, irritati per la sua partenza, non gli hanno permesso di firmare articoli fino all’estate. (A febbraio il Washington Post titolava: «Liberate Ben Smith!».)

Nato e cresciuto nell’Upper west side di Manhattan, Smith ha frequentato scuole private prima di andare a Yale a studiare linguistica (2). Nell’estate del 1998 ha fatto uno stage estivo al Jewish Forward, dove ha sviluppato una passione per la politica ebraica. Dopo il college è entrato all’Indianapolis Star, dove si occupava di cronaca nera: fra i criminali di cui ha scritto c’era un suo quasi omonimo, Benjamin Smith. («Mia madre mi diceva di non uscire di casa», racconta.) La redazione dell’Indianapolis Star aveva solo un computer con accesso internet. Smith vide una pubblicità del Baltic Times e andò in Lettonia a scrivere dei processi ai criminali di guerra nazisti e a collaborare con il Wall Street Journal Europe. A una conferenza della Banca Mondiale incontrò sua moglie. Nei giorni successivi all’11 settembre, Smith frequentava un internet cafè di Kiev, assieme a un gruppo di ufficiali dell’esercito pakistano («Ripensandoci, un’occasione giornalistica sprecata», dice), per consultare ossessivamente Drudge Report, il blog di Andrew Sullivan e Talking Point Memo.

In quell’occasione capì che voleva far parte di quel mondo. In America l’interesse per l’Europa scemò rapidamente e Smith tornò a New York per cercare un posto in un giornale. Lo trovò al New York Sun, un nuovo quotidiano di orientamento conservatore focalizzato sulla politica cittadina. A Smith fu assegnata la corrispondenza da City Hall e si insediò nello scantinato del municipio portandosi dietro il primogenito, che teneva in una fascia. Si fece subito notare e nel 2003 fu assunto dal New York Observer: trattandosi di un settimanale, Smith non riusciva a utilizzare tutti gli scoop e le notizie succose che si ritrovava per le mani. «Avevo tutte queste informazioni che non potevo usare», dice. Ma si rese conto che poteva sfruttare quel materiale per attirare l’interesse di un intero universo di dipendenti e funzionari comunali che oziavano annoiati di fronte ai loro monitor. Kaplan dice che Smith voleva dominare City Hall non solo come reporter, ma anche come un «piccolo imprenditore». Il risultato fu Politicker, il primo blog di succose notiziole politiche newyorchesi.

Smith parla di quei giorni, lontani appena un decennio, come se parlasse di un altro secolo. «Ero l’unico che metteva notizie online», dice, quasi malinconico. «Potevo scovare una notizia alle 11, andare a pranzo, scriverla alle due e arrivare comunque per primo». Le cose sono diventate molto più veloci nel momento in cui Smith è entrato a Politico. Il suo blog è diventato fondamentale per una testata nazionale che si faceva vanto di essere più veloce e più prolifica dei tradizionali colossi dell’informazione. Smith ha contribuito spesso a orientare il dibattito sulla Casa Bianca e sulla politica nazionale dalla sua casa nel modesto quartiere di Ditmas Park, a Brooklyn.

A fine giornata, Smith si congeda dalla squadra di reporter. Scende nella stazione di Union Square per prendere la metro che lo riporterà verso Brooklyn e a una cena in un ristorante panasiatico, quando qualcuno lo chiama ad alta voce: «Ben!». «Salve, consigliere», risponde Smith. È il consigliere comunale Vincent Gentile, che sta scendendo le scale della stazione. «Ti ho visto in televisione, non sapevo che ti fossi trasferito», gli dice Gentile, e i due si mettono a parlare di minuzie (Smith è diventato famoso proprio grazie alla sua capacità di interessarsi ai dettagli). Quando il treno arriva in stazione e Smith entra nel vagone, Gentile gli spiega perché non sapeva del suo cambio di casacca: «È difficile stare dietro a una saetta come te».

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