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Bene al Valle

Questo pezzo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno.

Qualche sera fa al Teatro Valle occupato, a Roma, Fabrizio Gifuni ha tenuto un reading di invettive e riflessioni di Carmelo Bene. Da più di un mese la storica struttura romana è occupata dai lavoratori e dalle lavoratrici dello spettacolo, oltre che da tantissimi compagni di strada, perché “il Teatro Valle, luogo di importanza storica per la città e per tutto il Paese, sta rischiando, a seguito della soppressione dell’Ente Teatrale Italiano deciso dall’ultima finanziaria, di venire affidato a privati che ne tradiscano l’identità di spazio dedicato alla scena contemporanea con respiro internazionale”. Così si legge in uno dei comunicati.

In queste settimane l’occupazione è andata avanti tra dibattiti e trovate creative, e – come spesso capita in casi simili – ha subito sopravanzato il suo obiettivo iniziale. In breve, tutta l’arte italiana è stata posta sotto la lente della critica. Che teatro si fa? E in che modo? Ha senso usare ancora la parola cultura?

In un frangente del genere, leggere pubblicamente Carmelo Bene ha sortito un effetto straniante. Gifuni ha letto dei passi tratti da un libro che raccoglie interviste fatte all’attore salentino nell’arco di un trentennio: Contro il cinema, a cura di Emiliano Morreale, edito da minimum fax. L’adattamento teatrale è stato curato da Mattia Cianflone.

Perché leggere Bene al Valle? La risposta è semplice: per la sua straordinaria radicalità, tanto libera da compromessi e modi di pensare abituali, da divenire una bussola nella critica dell’orizzonte artistico.

Fosse vivo, probabilmente Bene sarebbe disgustato dalla sola idea di essere considerato una bussola, un modello, un punto di riferimento. Ma il fatto che ciò accada oggi, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, deve far riflettere. Il teatro è ancora in grado di scombussolare le comuni certezze? Sa sconvolgere e non solo “rappresentare”?

Il discorso ovviamente vale anche per le altre arti, vale anche per il cinema, la letteratura, la fotografia, la pittura, la danza… Ha ragione Gifuni a soffermarsi su un lungo passo in cui una delle figure più straordinarie del teatro contemporaneo se la prendeva contro le consuete idee a proposito del pubblico: “Dicono: il pubblico non vuole sapere niente di queste cose. Non è vero affatto, è un errore madornale. Piantiamola con queste balle. E intanto continuano a propinargli giorno e notte le stesse miserie, gli stessi sceneggiati di sempre, badando troppo ai contenuti, ai contenuti pseudo-politici, lavorando troppo sui campi medi. E lavorare su campo medio è lavorare sulla mediocrità. Ecco perché la gente ancora pensa che la tecnica sia un fatto neutro e perché la televisione le appare ancora soltanto come un canale di registrazione e di emissione, da utilizzare – così come è ridotto – come un qualunque elettrodomestico.”

Ho l’impressione che leggere Bene pubblicamente sia una di quelle cose che faccia fare un salto avanti a una protesta di categoria. Sì, perché il problema non è solo quello di interrogarsi sui fondi alla cultura, sulla solidità degli spazi pubblici e sull’accesso a essi, ma anche su come questi “contenitori” possano poi venire riempiti.

L’arte deve consolare o mettere in subbuglio? Il cinema è svago o indagine sul nostro essere? Sono domande che oggi vengono poste sempre più raramente (anche all’interno del cinema d’autore, e del teatro più sperimentale). Ed è un rischio enorme. Il rischio dell’appiattimento, o della maniera, è enorme. Carmelo Bene diceva nel lontano 1968: “La prima cosa da fare è destabilizzare costantemente le persone (…). Destabilizzare con molta energia in modo che non ti possano in qualche modo recuperare, e che lo spettatore non paghi per essere ‘destabilizzato’.” In quello stesso anno venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia Nostra Signora dei Turchi, forse uno dei film più radicali e “non recuperabili” della storia del cinema italiano. Una meteora talmente ingestibile da non poter nemmeno essere annoverata nella categoria di avanguardia.

Leggendo oggi le interviste di Carmelo Bene si ha la sensazione che fosse costantemente da un’altra parte, che sfuggisse continuamente il luogo comune, anche a costo di sembrare volutamente provocatorio. Ed è questa in fondo la sua principale lezione. C’è una sua confessione, riportata da Gifuni nel reading, che forse può essere interessante rimarcare. Bene dice di sentirsi molto poco italiano, e che quello che ha fatto (a partire proprio da “Nostra Signora dei Turchi”) non è affatto italiano. “Cosa vuol dire nascere in un paese dove passano le capre dalla mattina alla sera… anagraficamente io sono nato nel capo del Sud dell’Italia, in un villaggio dove si parla greco, dove non esiste la lingua italiana, nemmeno lontanamente. Non capisco che cosa abbia a che fare io con l’Italia… Nascere in un paese dove si vedono passare solo le capre, non è più Italia, può essere la Mancha. Sono nato in un bel villaggio sprofondato, da dove si vede l’Albania solo facendo così. Puglie, giù giù, dove finisce l’Italia.”

È questa idea della fine, dalla cui estremità guardare il proprio operato, e il futuro delle arti europee, che oggi va recuperato.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
4 Commenti a “Bene al Valle”
  1. Infinitijest scrive:

    “Perché leggere Bene al Valle? La risposta è semplice: per la sua straordinaria radicalità, tanto libera da compromessi e modi di pensare abituali, da divenire una bussola nella critica dell’orizzonte artistico” – Bel pezzo

  2. Michele scrive:

    Complimenti per l’articolo.

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