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Benedetta la città che fonda un teatro

Abbiamo estratto due articoli dall’ultimo numero dei Quaderni del Teatro di Roma, un mensile che si pone come osservatorio della scena teatrale romana e che risulta un ottimo strumento per orientarsi nella nutrita offerta di spettacoli che anima le serate capitoline. Iniziamo con l’editoriale di Attilio Scarpellini su alcune buone pratiche della non-scuola romana e proseguiamo con un pezzo di Graziano Graziani su Lucia Calamaro, artista e drammaturga fuori formato, che ha saputo unire scrittura scenica a scrittura letteraria, aprendo nuovi e intensi scenari sul teatro d’autore contemporaneo. Il titolo del pezzo è una citazione di Edward Bond.

di Attilio Scarpellini

Per il teatro italiano il Premio Ubu è il massimo riconoscimento, non fosse altro perché ogni anno riscrive con le sue designazioni una mappa di ciò che, emergendo da un paesaggio frastagliato, si impone come un valore artistico nazionale. Se si guarda ai risultati dell’ultima edizione, la prima dopo la scomparsa di Franco Quadri, si resta colpiti da un’evidenza: l’unico premio assegnato a una realtà romana è quello speciale attribuito al Valle Occupato che con i suoi sei mesi di resistenza è ormai la principale auto-narrazione della crisi culturale di un paese in crisi, nonché il solo frammento sopravvissuto di una primavera italiana ben presto gelata dai rigori dell’inverno finanziario. Roma così torna ad essere quello che per molti è sempre stata: uno spazio simbolico dove il resto del paese scarica le proprie contraddizioni e celebra le proprie speranze, la rovina in cui si inscena l’utopia. È la sua stessa vocazione politico-mediatica che fa velo alla sua soggettività e ai suoi soggetti, nascondendoli dietro o dentro la commedia del potere (del potere rappresentativo, quello reale, infatti, sta tutto al nord). Città dominata, persino nell’architettura, da un eccesso di rappresentazione, commedia troppo alta – lo pensavano già De Brosses e Stendhal, due eminenti turisti – per produrre buoni commedianti. Ma dal momento che in questa città, che è una metropoli vasta, per molti versi sconosciuta e modernamente infelice, non siamo dei turisti – questo terzo numero dei Quaderni nasce da un’inversione della percezione barocca di una capitale “bella e vuota”, la città in cui non si può vivere al presente, ma dove tutt’al più, come credeva Chateaubriand (che per questo la amava), si può finalmente imparare a morire. Nasce o meglio rinasce sotto il segno di un altro critico scomparso, Nico Garrone, che aveva ribattezzato l’anarchico fermento della scena capitolina degli anni zero “non-scuola romana”. Che ne è di quell’esplosione senza sintesi, con cui si dimostrava una volta in più l’incapacità tutta romana di capitalizzare alcunché – di erigere, senza cominciare subito a ridere, un’ideologia artistica – lo spiega un articolo che riprende la proiezione di Nico della non-scuola su un paesaggio nazionale di cui fanno parte alcuni ultimi Ubu, come Babilonia Teatri (premiati per il bellissimo “The End”). È dal teatro indipendente romano, e precisamente dagli spettacoli di Andrea Cosentino e di Daniele Timpano, che ha mosso i primi passi l’idea che l’artigianato della scena possa decostruire ironicamente il plot avvolgente della narrazione tele-visiva. È con un brusco infarto del visivo che le scene spoglie di Massimiliano Civica hanno restituito al teatro lo stupore, prima ancora che il senso, di un’immagine che si compie attraverso il tempo. È dal lavoro dell’Accademia degli Artefatti che la drammaturgia è tornata a risuonare nella presenza dell’attore (e nel presente politico dei suoi spettatori).
È dai palcoscenici precari di una Roma invisibile che è partita l’incredibile fantasmagoria attoriale che ha portato Roberto Latini alla struggente economia espressiva dei suoi ultimi spettacoli. Ed è dal lacunoso orizzonte della non-scuola che si stacca la scheggia solitaria del teatro di Lucia Calamaro, su cui queste pagine si aprono, con il suo tentativo di riunire due cose che sulla scena italiana sono da tempo divise: la qualità della scrittura letteraria e quella della scrittura scenica. Di questo e di molto altro ancora si parla a febbraio, fuori e dentro gli imprecisi confini da cui scriviamo. Perché Roma non è un territorio. Ma un laboratorio disperato e ignoto a se stesso.

All’origine: incontro con Lucia Calamaro

di Graziano Graziani

Lucia Calamaro è un’artista fuori formato sia per il mondo della ricerca teatrale, da cui proviene, sia per il teatro più classico con cui condivide un’aspirazione “letteraria” della scrittura. Due elementi che hanno scarsamente dialogato in questi anni e che invece trovano una luminosa sintesi proprio ne «L’origine del mondo – ritratto di un interno», che andrà in scena a febbraio al Teatro India con i primi quattro capitoli. Non a caso questo spettacolo modulare – l’autrice e regista ha immaginato sei capitoli, ognuno con una sua autonomia di messa in scena – è arrivato finalista in ben tre categorie del premio Ubu 2011: novità drammaturgica, ovviamente, ma anche miglior attrice protagonista e non protagonista, per le performance di Daria Deflorian e Federica Santoro. Questo accento sulla recitazione non è un caso, perché è proprio il mestiere dell’attore a funzionare da cerniera tra la vocazione letteraria della scrittura e il suo andamento debordante e ironico, tutto pensato sulla scena e per la scena, che sono i due tratti salienti delle drammaturgie di Lucia Calamaro.
Da un lato dunque una scrittura forte, finalmente autorale – l’abbiamo già apprezzata in «Tumore», spettacolo che ha proiettato Calamaro dagli spazi clandestini alla scena nazionale, e in «Autobiografia della vergogna» – che sembra procedere per cerchi concentrici. Tanto le parole quanto i personaggi sembrano trovarsi sulla scena per caso, senza un vero perché. Si guadagnano spazio quasi chiedendo scusa, borbottando soliloqui nella speranza che qualcuno intercetti la loro voce – atteggiamento degli esclusi che vogliono farsi ascoltare. Ma poi esplodono. Tanto i personaggi quanto le parole si espandono, aumentano di volume, prorompono in una vertigine che spesso riesce ad essere lirica e comica allo stesso tempo, cercando un apice di senso. E infine semplicemente si sgonfiano, si ritraggono. Alle volte svaniscono pian piano nel buio da cui erano sbucati.
Dall’altro lato c’è una recitazione sgonfia di ogni sontuosità, che riesce ad essere nevrotica e fluviale allo stesso tempo. Una recitazione adatta alle parole perché sia queste che quella maturano sulla scena, nello spazio delle prove, e non hanno clichè da seguire. Da questo punto di vista il lavoro di Lucia Calamaro si colloca in quel filone del teatro contemporaneo che sta ripensando profondamente l’interpretazione senza mettere in secondo piano il testo. Una recitazione non monumentale, analogamente a quanto accade in molta scena internazionale, che cerca di traghettare l’attore italiano fuori dal recinto dell’impostazione accademica non a scapito della sua professionalità – come a volte è avvenuto in passato nella ricerca – ma inventandone una nuova.
D’altronde, negli spettacoli di Lucia Calamaro, gli attori non devono “rappresentare” alcunché. Gli spazi che la regista romana allestisce sono spazi metafisici senza prosopopea, dove i personaggi hanno sì delle biografie, ma esistono principalmente come proiezione di queste biografie nel mondo altro che è il teatro. Senza pretesa di seguire il calco dell’originale, o un’astratta idea di naturalismo. Questo è uno degli aspetti che ha permesso a Lucia Calamaro di poter lavorare su un materiale autobiografico (altro grande tabù della ricerca, sfatato solo da Filippo Timi) senza scadere in inutili amarcord e psicologismi senza via d’uscita. In questo modo i rapporti familiari, che sono il fulcro dei suoi testi, sono molto più che semplici archetipi, proprio perché intimamente gravidi di realtà.
Tutto ciò è possibile perché – e qui è la qualità letteraria della scrittura a fare la differenza – quel materiale autobiografico diventa di colpo universale. Ci parla di ciò che viviamo ogni giorno, pur non avendo le parole per dirlo. Anche se quelle parole appartengono alla vita e alla biografia di un’altra persona, che non siamo noi.

Commenti
Un commento a “Benedetta la città che fonda un teatro”
  1. christian raimo scrive:

    L’origine del mondo di Lucia Calamaro è un capolavoro. Se dovete andare a vedere un solo spettacolo quest’anno, andate a vedere questo. Dopo che l’avrete visto, vorrete andare a teatro tutti i giorni.

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