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Benedizione. Patti Smith a Stoccolma

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di Domitilla di Thiene

Travolta dall’emozione, lì di fronte a tutte quelle persone. E non è una novellina, sono quasi cinquant’anni che canta in pubblico. È vero che la canzone che sta cantando è una canzone di lui. Sì proprio di quell’uomo, di cui ha avuto una fotografia appesa al muro da quando aveva sedici anni. Di cui in realtà ha avuto non una sola fotografia, ma tante fotografie appese al muro.

Su tanti muri diversi, in tante diverse fasi della vita, con i diversi uomini con cui ha vissuto. Con Robert, che capiva le passioni ma il cui gusto estetico certo non passava verso quel musicista così basso un po’ storto, con quel modo di porsi quasi sbilenco davanti al microfono, appeso all’armonica o alla chitarra. Sam che non aveva miti e mal sopportava altre figure maschili che incombessero (anche se sua moglie aveva i suoi tempi). E poi Fred, sempre e solo Fred, ma Fred era un musicista lui stesso e poteva capire bene la sua passione.

E poi questo era già dopo, quando anche lei era salita sul palcoscenico, quando le foto appese erano di una persona che continuava ad idolatrare ma che anche era diventato un collega, quasi un amico.

Come aveva potuto incepparsi proprio su quella canzone, che aveva scelto lei e che conosceva così bene da quando era una ragazzina, dal 1963, e che aveva ascoltato mille e mille volte in religioso silenzio. Certo che la sapeva a memoria. E non può essere l’emozione del pubblico, nella sua vita si è esibita in pubblico mille e mille volte, anche cantando proprio quella canzone. Erano presenti un re e una regina quella sera, ma lei era americana, veniva da un paese senza regnanti, le interessava poco. E se proprio avesse dovuto scegliere un re per il suo paese era proprio l’uomo che aveva scritto quella canzone.

Ecco, forse quello era stato l’ultimo pensiero che le aveva fatto incrinare la voce, incrinare le parole. Stava cantando in vece del re degli Stati Uniti. Davanti a quelle teste coronate, poeti laureati, nobel per la pace o per la medicina. E il risultato è stato il blocco.

Rimanere zitti, senza parole. L’incubo di qualsiasi cantante, di qualsiasi performer, di chiunque calchi un palcoscenico. Si era sentita cantare la prima strofa. Se ti ascolti ti blocchi, lo sanno anche gli oratori più incalliti. Le era parso di avere una voce tremolante, che faticava a emergere; mentre si ascoltava, mentre si giudicava, si era bloccata. Froze, congelata, così dicono gli inglesi. Cosa fare? Lei sa cosa fare, come sempre nella sua vita, come sempre la salva l’onestà. I apologize, really, I am so nervous. Bastano queste poche parole per avere tutto il pubblico con sé in un attimo, per ritrovare la fiducia per le strofe successive. La regina sorride, tutti i presenti in sala sorridono. Tutti sanno cosa vuol dire. Chi non ha avuto paura di bloccarsi in pubblico? E continua e sbaglia di nuovo e risbaglia ancora, proprio non le torna in mente questa canzone, la canzone, che ha scelto lei, su cui non ha avuto dubbi fin dall’inizio.

L’ho scelta per Rimbaud e le ragioni della sofferenza umana, così ha sintetizzato i motivi per aver deciso di cantare proprio quella canzone. I due miti della sua giovinezza, Rimbaud e il menestrello di Hibbing, ma uno era morto un secolo prima l’altro è diventato improvvisamente vicino, quasi intimo, addirittura da andare al suo posto alla serata del Nobel per la letteratura. A lei che si sentiva poeta grazie a lui, che ben prima degli altri ha capito la potenza dei suoi versi.

E sbaglia ancora, si impiccia, si blocca di nuovo per un secondo ma riprende da un verso a caso, un verso in cui dice che ridono tutti e continua stoica, fino alla fine. L’ultimo verso per assurdo dice proprio But I’ll know my song well before I start singin’ , ma è abituata che nella vita nulla capita per caso, tutto ha un significato, che il destino fa gli sberleffi.

Come l’aveva presa lui, lui che da sempre storpia tutte le sue canzoni fino a renderle irriconoscibili; Le aveva dato un mandato però, cosa poteva aver pensato. Non ha avuto la possibilità di parlare con lui direttamente. Può sembrare strano, le ha chiesto di andare a ritirare il nobel a suo posto ma non le ha parlato direttamente. È una persona molto privata lo giustifica lei, impegni precedenti, forse aveva da fare nella sua grande casa. La famiglia però l’ha informata che erano contenti; e il figlio ha aggiunto, papà ha detto che nessuno è in grado di incasinare le sue canzoni più di se stesso. È la benedizione.

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Testi di Domitilla Di Thiene sono apparsi su Cadillac, L’Inquieto, Nazione Indiana e minima&moralia.

Commenti
Un commento a “Benedizione. Patti Smith a Stoccolma”
  1. Paolo scrive:

    Una donna straordinaria…

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