Bengasi anno zero

di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia per contribuire alla nascita del nuovo stato che, nella speranza dei ribelli, dovrà nascere all’indomani della caduta di Muammar Gheddafi. Dopo cinque settimane di autogestione, affidata a un Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di cui non è mai stata chiara né la composizione né le prerogative, né tanto meno dove si riunisse, gli insorti hanno deciso di creare un gruppo ristretto di sei persone che dovrebbe costituire il governo.
Il premier incaricato è Mahmoud Jibril, l’uomo che è stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy (ottenendo sia il riconoscimento formale della Francia che l’impegno a spingere per la risoluzione delle Nazioni unite per i bombardamenti) e che a Parigi ha incontrato anche il segretario di stato americano Hillary Clinton. Gli altri esponenti di cui si conosce finora il nome sono Tarhouni, Omar Hariri (cui è stata affidata la difesa e il coordinamento degli affari militari) e Ali al Essawi, incaricato degli esteri. Tutte persone di provata fede anti-gheddafiana: Tarhouni ha passato buona parte della sua vita in esilio, Hariri ha trascorso anni in carcere e poi agli arresti domiciliari per aver partecipato nel 1975 a un colpo di stato contro il rais. Jibril non si è mai mischiato con il regime, se si eccettua l’esperienza del National Economic Development Board (Nedb), un corpo messo in piedi nel 2007 dal figlio (ex) riformatore di Gheddafi, Seif El Islam, per aprire l’economia del paese e lanciare una politica di privatizzazioni che è poi stato interrotta dal padre. Essawi è stato tra i primi, come ambasciatore in India, a dimettersi e unirsi agli insorti.
Il governo vuole essere il volto pubblico dei ribelli di Bengasi, oltre che il braccio operativo di una rivolta che è nata per caso e si è trovata a gestire dal nulla un nuovo stato. «Quando la Cirenaica è finita sotto il nostro controllo, ci siamo trovati di fronte a un vero e proprio vuoto politico. Non sapevamo cosa fare» racconta ancoraTarhouni. La Libia è un paese senza istituzioni. Dietro la favola della Jamahiriya, il potere diretto esercitato dalle masse attraverso i cosiddetti «comitati popolari», il colonnello Gheddafi ha ridotto lo stato libico a uno one-man show. Con una politica di arresti, di torture, di assassini, il rais ha cancellato l’opposizione. Ha incenerito la società civile. Ha vietato la libertà di stampa e di espressione. Ha bandito o addomesticato ogni tipo di corpo intermedio. Così, all’indomani della rivoluzione del 17 febbraio, i ribelli della Cirenaica si sono guardati in faccia e si sono chiesti: «E ora che facciamo?».
Per capire la confusione, la mancanza di coordinamento e anche i segnali contraddittori che il Consiglio nazionale transitorio ha mandato al mondo in queste cinque settimane bisogna partire da un dato: la rivoluzione non è stata preparata. È nata come un moto spontaneo di migliaia di giovani che si sono ribellati pacificamente contro i simboli del potere gheddafiano prima a Bengasi e poi nelle altre città. Seguendo il vento delle rivolte che soffiava in tutto il mondo arabo, hanno manifestato a mani nude e si sono fatti uccidere come mosche – solo nella capitale della Cirenaica nei giorni dal 17 al 20 febbraio, quando alla fine le forze del colonnello sono fuggite, sono morti almeno 200 ragazzi. I giovani manifestanti hanno poi saccheggiato le caserme e, da studenti, commercianti, impiegati che erano, si sono trasformati in ribelli armati. Gli «shebab al thawra», i giovani della rivoluzione, sono ragazzi di vent’anni che non sopportavano più di vivere nella dittatura e che oggi partono al fronte con in braccio i vecchi kalashnikov che hanno trovato nei depositi di Gheddafi. Non sono membri di al Qaeda, come vorrebbero le farneticazioni del colonnello. Né sono islamisti radicali, come si sono apprestati a sottolineare alcuni profeti di sventura anche di casa nostra, spostando il centro del dibattito. Sono ragazzi che usano internet e che oggi si passano sui bluetooth del cellulare le immagini delle battaglie di Ras Lanuf, o i video dell’attacco lanciato dalle forze di Gheddafi su Bengasi. Sono giovani che si prendono gioco del rais trasformando in rap i suoi minacciosi discorsi. Sono la stessa generazione 2.0 che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Con la differenza che in Libia il colonnello Gheddafi si sta mostrando molto più resistente dei suoi omologhi ex dittatori del Nordafrica. Perché il rais di Tripoli ha messo in piedi un vero e proprio sistema totalitario, creando milizie civili (la famigerata Lijan Thawra) e unità speciali delle forze armate affidate alla guida dei suoi figli. Ha svuotato di senso l’esercito, temendo colpi di stato. Ha distribuito potere e prebende a una serie di fedelissimi che rimangono legati a lui a doppio filo. E vive il personalissimo delirio di ritenersi l’unico legittimo rappresentante di un popolo che in realtà lo detesta.
La politica di costruzione dello stato totalitario per quattro decenni ha dato i suoi frutti: quando hanno assunto il controllo di Bengasi, in modo del tutto inatteso, gli insorti del 17 febbraio non sapevano assolutamente che pesci prendere. Si sono trovati di fronte all’esigenza di esercitare il potere, di governare. Ma loro erano solo «un gruppo di brave persone». Hanno creato il comitato, affidandone la guida a Mustafa Abdul Jalil, che fino a poco prima era ministro della giustizia di Gheddafi. Hanno accolto Abdel Fattah Younis, ex compagno d’armi nonché ex ministro degli interni del colonnello, come capo di stato maggiore. Hanno cercato «personale politico» in un paese in cui non si faceva politica da 42 anni. E ne è venuta fuori un’accozzaglia un po’ incoerente di ex gheddafiani, giudici, professori, imprenditori con poca o nessuna esperienza nella gestione della cosa pubblica.
«Abbiamo preso il meglio che c’era in giro – confessa un po’ sconsolata Iman Bugaighis, portavoce del Cnt . Abbiamo dovuto cominciare da zero, o quasi».
Questo il punto di partenza. Quello di arrivo è ancora lontano. Il colonnello è saldo al potere a Tripoli. Il fronte è fermo ad Ajdabiya. Il morale continua a essere alto a Bengasi nonostante l’impasse, le scuole e le università chiuse da cinque settimane, i soldi che non girano, le comunicazioni che non funzionano, la precarietà che diventa routine. I ribelli sono fiduciosi: «Gheddafi cadrà. Ha il mondo contro e presto sarà a corto di liquidità» dice Tarhouni. Ci vorrà tempo, forse settimane o mesi, ma tutti sono sicuri che il regime è arrivato alla fine. E allora comincerà la vera sfida per questo «gruppo di brave persone»: capire se sono in grado di soddisfare le aspettative create, di dare vita a una Libia libera e democratica e voltare definitivamente la pagina di un regime che si diceva socialista ma che ha finito per sparare sul suo stesso popolo.

Stefano Liberti (1974) pubblica da anni reportage di politica internazionale sul manifesto e altri quotidiani e periodici italiani e stranieri. Nel 2004 ha pubblicato -­ insieme a Tiziana Barrucci -­ Lo Stivale meticcio. L’immigrazione in Italia oggi (Carocci). Collabora con il programma televisivo C’era una volta ed è tra i curatori di mwinda, sito di analisi geopolitica sull’Africa. Un suo reportage è incluso nell’antologia Il corpo e il sangue d’Italia (minimum fax 2007). Per minimum fax ha pubblicato A sud di Lampedusa (2008), con il quale ha vinto il prestigioso premio di scrittura Indro Montanelli, e Land grabbing (2011). Ha ottenuto il premio giornalistico Marco Luchetta, il premio Guido Carletti per il giornalismo sociale e il premio L’Anello Debole (sezione tv).
Commenti
Un commento a “Bengasi anno zero”
  1. ludovico scrive:

    ogni tentativo di fare chiarezza su chi siano i ribelli è importante e necessario. il fatto che, mi pare di capire, dietro al comitato ristretto appena formato ci siano l’ex ministro degli interni e l’ex ministro della giustizia di Gheddafi, non mi sembra una buona notizia. se c’era una dittatura sanguinaria che controllava il paese fino allo scoppio della guerra civile, direi che questi due signori qualcosa c’entrano e qualche responsabilità l’avranno pure avuta. come possano soddisfare le aspettative (nostre, tra l’altro) di una Libia “libera e democratica” (non capisco come si possano ancora scrivere cose del genere senza sentirsi manipolatori manipolati) mi sembra un mistero. l’altro mistero che non mi riesco a spiegare riguarda l’azione internazionale: perché nessuno parla mai di forze di interposizione tra le parti in lotta? forse l’unica operazione di cui come italiani possiamo non vergognarci è stata quella che è intervenuta tra Israele e Libano qualche anno fa. ma non ho conoscenze sufficienti per espriermi decentemente. ringrazio comunque liberti, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome

Aggiungi un commento