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Quanto Kafka c’è nell’uomo di Kiev di Malamud

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Fonte immagine)

Come tutti i grandi della letteratura, Franz Kafka non ha solo influenzato gli scrittori, ha cambiato anche per sempre la mente dei lettori. Senza Kafka non esisterebbero le categorie per interpretare la violenza con cui l’ingiustizia si abbatte contro un innocente, attraverso una raffinata architettura sociale e giudiziaria. Senza Kafka, non solo Bernard Malamud non avrebbe scritto L’uomo di Kiev, ma il pubblico non sarebbe stato in grado di leggerlo.

Di fatto, se si potesse sostituire il nome del protagonista del romanzo di Malamud con quello del protagonista del Processo, l’incipit di Kafka potrebbe essere la sintesi perfetta de L’uomo di Kiev: «Qualcuno doveva aver calunniato Yakov Bok, perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato». La vita di Yakov Bok è così infelice che un giorno decide di lasciare tutto per trasferirsi a Kiev. Dietro le numerose frustrazioni che lo spingono, brucia forse la più cocente di tutte le delusioni, i tradimenti della moglie: «Eppure, se lei fosse stata fedele, sarebbe rimasto».

Rispetto ai classici paesaggi nordamericani di Bernard Malamud, qui affiorano covoni di fieno e stoppie di campi di grano russo. Yakov ha la disgrazia di salvare un uomo che trova con la faccia a terra nella neve. Lo aiuta. Riceve una ricompensa, poi addirittura il lavoro che desiderava trovare in città. Qualche scrupolo però lo scuote: quell’uomo è un antisemita e lui deve nascondere di essere un ebreo. Il periodo di serenità dura un istante, il tempo di comprare «un sontuoso barattolo di marmellata di fragole e un chilo di farina per fare il pane»; giusto il tempo di essere corteggiato maldestramente dalla figlia del suo datore di lavoro. Di fatto, a pagina 106 arrivano i gendarmi e lo arrestano e lui non sa perché.

L’uomo di Kiev (del 1966, ora edito da minimum fax, pag. 405, euro 14,50) si rifà a una storia vera, la vicenda di Mendel Beilis, ebreo ucraino ingiustamente accusato di aver ucciso un bambino cristiano. Narrando questa storia, Malamud mostra quanto il suo Yakov non sia solo l’incarnazione di Mendel Belis, ma quanto entrambi abbiano in comune col Giobbe biblico (figura cara alla letteratura di Malamud, come ricorda Alessandro Piperno nella prefazione: «La storia che racconta Malamud è sempre la stessa: quella di Giobbe»). Per circa trecento pagine il lettore è in cella con Yakov, le stagioni ruotano oltre le sbarre. All’accusa di aver ucciso un bambino per compiere col suo sangue riti ebraici, si sommano nuove bugie, calunnie che riguardano violenze sessuali, furti, leggende di ogni genere legate al suo ebraismo (fuori dalla prigione, si prepara un nuovo pogrom). Per Malamud, la questione è: «Come può un uomo difendersi da insinuazioni, allusioni, accuse così spaventose, se nessuno è disposto a credergli?».

Nella mentalità di chi si nutre di complotti, la realtà è intangibile, gli indizi sfuggono, le prove si rovesciano, solo le insinuazioni sono concrete. L’unica risposta alle accuse è ribadire all’infinito l’evidenza: «La marmellata non è sangue. Il sangue non è marmellata!». Se Malamud non fosse un grande scrittore – uno cioè che ha scritto romanzi perfetti come Il commessoUna nuova vitaIl migliore – il lettore patirebbe la stessa claustrofobia e il tedio di Yakov. Malamud invece riesce nel miracolo di lasciare un personaggio incatenato e immobile («le mani gli dolevano per l’inerzia») e tenere attivo e libero il lettore.

L’uomo di Kiev è un romanzo che interroga le misteriose nozze tra la colpa e l’ebraismo, la sofferenza del giusto, i rapporti tra ebraismo e cristianità e quelli tra l’ebreo e Dio: «A volte Yakov pensava che Dio lo punisse del suo ateismo». Ma tra incubi, torture, violazioni corporali e infinite richieste di confessioni, presto il romanzo esplora la morsa dei rimpianti, la nausea del tempo che non passa: «D’inverno il tempo cadeva come neve sibilante dalla crepa della finestra a sbarre; e non smetteva mai di nevicare», oppure «faceva sempre caldo, ma non era sicuro che fosse la stessa estate».

Lo stile può tutto. In particolare, restituire sentimenti indicibili. Nell’infinita attesa di un processo che non inizia mai, si presenta da Yakov la moglie: «L’emozione lo accecò». Ecco le corde tipiche di Malamud: «Yakov fu sopraffatto da un senso di sconfitta e di vergogna al pensiero che i sentimenti del passato potessero essere ancora vivi dopo una prigionia tanto lunga e terribile. Le ferite più profonde non muoiono mai». Ad un certo punto, «il tempo ricominciò a muoversi». La mente dei lettori è cambiata. A libro chiuso, si hanno nuove categorie per interpretare il peso dell’identità e della storia: «Tutti siamo nella storia, questo è sicuro, ma alcuni più degli altri. Gli ebrei, più di alcuni».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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