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Bertolucci, arte e verità

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(Immagine: una scena di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci.)

L’aneddoto raccontato da Vittorio De Sica sulla lavorazione di «Ladri di biciclette», dove per ottenere un pianto di “scottante verismo” il regista umiliò pubblicamente il piccolo protagonista di nove anni, Enzo Staiola, ha avuto molta fortuna nella cultura popolare. È stato anche al centro di un passaggio di «C’eravamo tanto amati», memorabile commedia di Ettore Scola. Cos’era successo? De Sica aveva fatto nascondere delle cicche di sigaretta nella giacca del ragazzino, aveva fatto finta di trovarle per caso e fingendo scandalo gli diede del “ciccarolo”: il ragazzino pianse a dirotto.

Mi è venuto in mente questo aneddoto leggendo la polemica che c’è stata sui giornali in questi giorni per quanto dichiarato da Bernardo Bertolucci – e riportato da la Repubblica – riguardo la famosa scena di «Ultimo tango a Parigi», la cosiddetta scena del burro. Lui e Marlon Brando si accordarono, senza dire nulla a Maria Schneider, per ottenere una scena di sodomia più credibile. Anche in quel caso l’attrice, che aveva vent’anni, parlò di umiliazione.

Poiché il secondo dei due aneddoti “veristi” ha a che vedere col sesso, e per di più con la sodomia, non è stato accolto con la stessa bonaria simpatia che suscita il primo. Ne è nata “una gazzarra di commenti”, per dirla con Elena Stancanelli che è intervenuta sulla polemica sempre dalle pagine di Repubblica. Alcuni di questi commenti tirano in ballo il corpo delle donne come merce e arrivano a ventilare che è come se si fosse trattato di uno stupro. Così la scrittrice si è sentita in dovere di intervenire contro chi sposta “i confini tra realtà e finzione dove fa più comodo”, contro le anime belle che si scandalizzano per il cinismo del regista.

È chiaro che arrivare a equiparare tout court il comportamento di Bertolucci a un vero e proprio stupro è ridicolo, prima ancora che sciocco. È il risultato della faciloneria di un pensiero binario che tende a non vedere sfumature. Su questo non si può che concordare con Elena Stancanelli. Che però, presa dalla sua invettiva, finisce per giustificare il cinismo del regista non con il rigore della logica (è solo un film), ma attraverso un pensiero altrettanto binario. «Bertolucci è un grande regista, e sono sicura che nella sua carriera avrà maltrattato, ferito, fregato moltissime attrici e attori. Per ottenere quello che voleva. È così che si fa», chiosa Stancanelli.

Ammetto di entrare nella polemica in modo molto laterale. Il perbenismo che non consente di distinguere un film dalla realtà è certamente sciocco, ma come tale poco interessante (e comunque un conto è affermare che un film è un film, un altro rilevare che durante la recitazione di quel film un soggetto debole non è stato tutelato a dovere). Più interessante, invece, è per me quel meccanismo che ha permesso agli artisti di non mettere un confine tra finzione e realtà. Un meccanismo in grado di far considerare un certo tipo di comportamento, che in un altro contesto sarebbe censurato, come qualcosa di positivo. Come “uno dei metodi per ottenere verità al cinema”, per dirla con Stancanelli. Qualcosa che fa male, ma in fondo che ci si può fare? “L’arte è così, fa un po’ male a chi la fa”.

Nel corso del Novecento (e anche oggi) l’arte è stata per molta gente un orizzonte esistenziale. Qualcosa che dà senso alla vita, per intenderci. Ed è per questa sua funzione che, in certi casi, le è stata attribuita una valenza pari a quella che si attribuisce a una religione. In un certo senso per l’arte – esagero, ma non troppo – si può morire. È questo il motivo per cui l’artista può tenere una morale, se non doppia, quantomeno parallela a quella della vita reale. Puoi sentirti positivamente scandalizzato da film, magari perché scuote il tuo sistema di valori borghese, ma guai a spendere tempo e comprensione per un’attrice che si è ritrovata – per dirla con lo stesso Bertolucci – in qualcosa più grande di lei. È un prezzo da pagare in nome dell’arte.

Come accade per le religioni, anche l’arte ha i suoi fanatici. E uno dei fanatismi più ricorrenti riguarda proprio il dolore e, per estensione, il sacrificio. Guarda caso, due termini religiosi. Dall’artista maledetto a quello sofferente, la casistica degli ultimi due secoli è piuttosto nutrita. Ma spesso frutto di un equivoco. Perché certe opere d’arte saranno anche scaturite dalla sofferenza, ma da quella provata dall’artista in sé e non da quella imposta su qualcun altro. Ha a che vedere con le motivazioni dell’artista, con l’intima essenza dell’opera, e non con una qualunque metodologia di lavoro. Altrimenti ci ritroviamo in quel territorio del pensiero binario in cui c’è ancora chi crede che il “teatro della crudeltà” come lo intendeva Artaud dovesse contemplare gesti letteralmente crudeli e violenti sulla scena.

Nel teatro, ad esempio, ci sono svariate aneddotiche che riguardano severissimi maestri che impongono esercizi così crudeli da rivelarsi delle vere e proprie violenze. Se ne accenna anche ne «Il serissimo metodo Morg’hantieff», riflessioni di due fittizi registi russi (Il Maestro Morg’hantieff e suo nipote Claudienko) dietro cui si cela l’acume di un artista come Claudio Morganti. Si parla di Russia per parlare, ovviamente, anche dell’Italia. «Mi dicono che a quelle latitudini ci sono dei registi molto crudeli – spiega Morganti in un’intervista – e dal momento che è facilissimo far piangere un attore, perché gli attori sono gli esseri più fragili e più buoni del mondo, Claudienko se la prende con chi utilizza queste pratiche di tortura. Si tratta però certamente di un’esperienza strettamente legata al suo freddo paese, la Russia”.

Velata dall’ironia, la concezione di Morganti apre però uno spiraglio luminoso verso un’idea di arte dove non è più «così che si fa». Dove è l’interazione con la sensibilità dell’attore a produrre verità, non la spinta violenta di un regista che tutto può e tutto sa, e ha quindi il diritto di plasmare l’attore a suo piacimento. Che lo spirito dei tempi vada in questo senso, o almeno anche in questo senso, sembra evidente da più segnali. La recitazione post-drammatica ne è un esempio. La messa in crisi dell’idea del grande regista demiurgo, un altro. E persino lo stesso Bertolucci in qualche modo lo intuisce se, commentando quel suo comportamento, afferma che esso “non appartiene all’oggi”. A rivendicarlo, dunque, restano soltanto i nostalgici dell’artista maudit, che oggi come oggi è più che altro un trito cliché critico – quando non una palese strategia commerciale – più che non un dato sostanziale del panorama artistico contemporaneo.

Persino il tema della “verità”, posto in quei termini otto-novecenteschi, credo sia qualcosa fuori tempo massimo. La vittoria di un documentario come «Sacro Gra» alla Mostra del cinema di Venezia di quest’anno è una testimonianza di come i termini del discorso artistico, nel rapporto tra arte e realtà, si stiano spostando definitivamente. Ma anche rimanendo nell’ambito della fiction, l’ultimo saggio di Walter Siti – «Il realismo è l’impossibile» – spiega con lucidità come l’effetto “realistico” non scaturisca dalla coincidenza dell’opera con la realtà, ma piuttosto da un certo grado di distanza da essa che, messa in arte, dà luogo per l’appunto a un discorso sulla realtà che sia credibile.

È poi così importante la “verità al cinema” che invoca Stancanelli? È dai tempi di Platone che gli artisti vivono una sorta di complesso d’inferiorità rispetto alla realtà, nonostante da tempo l’arte abbia dismesso al sua funzione mimetica. E questo complesso ha creato nel tempo un altro fanatismo, che ha a che fare con la “verità” presa in termini assoluti. Si tratta di un fanatismo che comprende una vasta gamma di applicazioni, che vanno dalla rappresentazione assolutamente realistica ottenuta con ogni mezzo fino agli squali sotto formaldeide di Damien Hirst. Non a caso il binomio principe di questo fanatismo è stato, per tutto il Novecento, lo scandalo e lo shock. Ma a chi non è evidente che il dispositivo dello scandalo, che nell’Ottocento e in parte del Novecento è stato un reale meccanismo di conoscenza in grado di scardinare il pensiero borghese, sia oggi piuttosto un addomesticato dispositivo di marketing?

Sia chiaro, credo che sia del tutto superfluo fare il processo a un film del 1972 e al suo regista che operava in una temperie culturale diversa dalla nostra. Ma credo sia anche doveroso, a oltre quarant’anni da quell’opera, disfarci di certa retorica maudit che, nel 2013, altro non serve che a flirtare col mercato.

È chiaro, infine, che l’arte deve avere anche oggi a che fare con la verità, ma non in quanto si sostituisce ad essa. Non è nel sostituirsi alla vita che l’arte colma il gap con la realtà. Essa ha a che fare con la vita nella misura in cui è in grado di essere un discorso significativo sul mondo. Un meraviglioso strumento di conoscenza che va oltre gli strumenti della razionalità e della logica. Per fare questo, l’arte ha più buon gioco nell’entrare in relazione con quegli “esseri fragili” che citava Morganti – che potrebbero essere gli attori ma anche gli spettatori – piuttosto che utilizzarli come oggetti di un dispositivo. Perché altrimenti sprofondiamo immediatamente in una delle tante logiche che l’arte, con la sua morale doppia, o parallela, dice spesso di voler combattere: quella del potere. Per dirla con Vassili Claudienko: «Se non riuscite a fare a meno di sentirvi leader, non potete avere a che fare con il teatro e nemmeno con lo spettacolo. Provate con la politica».

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
21 Commenti a “Bertolucci, arte e verità”
  1. luigi scrive:

    i pezzi di Repetti e della Stancanelli su Rep erano particolarmente puerili.
    L’idea che l’abuso (perchè di questo si è trattato) sia contemplabile in quanto sacrificio sull’altare del sacro mito dell’arte fa tenerezza…

    Nel nome di chi o di cosa poi….

  2. Great Gig in the Sky scrive:

    tutto nasce perché “Repubblica” ha fatto da cassa di risonanza a una cosa che Bertolucci aveva detto già altre volte.

    Ma ok, prendiamo l’occasione al volo.

    Se ce la vogliamo prendere (anche soltanto un po’) con Bertolucci, cosa dovremmo fare di Herzog? E di Carmelo Bene? E della sofferenza che James Joyce infliggeva alla sua famiglia e ai suoi famigli (primo tra tutti, il povero Beckett?)

    A Maria Schneider non era stato detto della scena di sodomia. Ma sapeva che non andava a girare un film di Frank Capra ma un film a cui il regista era arrivato dopo la compulsiva lettura di Bataille. Recitare. Play. Giocando giocando può capitare la scena del burro.

    Non è l’arte, è la vita che è fluida. Sto facendo l’amore con la mia ragazza. A un certo punto, nella foga, le ficco tre dita nel culo. Lei non gradisce. Un po’ si infastidisce. Magari mi fa pure una scenata. (Idem se a ficcarmi tre dita nel culo è lei). Da qui a sguinzagliare i questori del senso comune ce ne passa. Anzi. Magari non ce ne passa proprio niente. Ma preferisco rischiare, che mettere il casco alla vita. Di casco alla vita stiamo morendo.

    E il politicamente corretto, se per un verso evita comportamenti devianti, su tutto un altro tipo di fronte diventa l’utile idiota di una cultura tecnica e repressiva. Nessuno dovrebbe costringere a far fare a qualcun altro qualcosa che non vuole fare. Ma se mentre baciavo al mare la mia prima ragazza e le mettevo (non autorizzato) le mani sul seno lei anziché dire “no, dai” (e il giorno dopo: “sì, dai”) avesse chiamato i vigili, in quale orrendo film si sarebbe trovata la mia adolescenza?

    Ripeto, è la vita che è inafferrabile. E, se permettete, un romanzo, un film, uno spettacolo teatrale che inizi con una selva di carte bollate su quello che accadrà nella stesura/riprese ecc. è garanzia di morte in vita.

    Viva Bertolucci!
    Viva Maria Schneider!

  3. luigi scrive:

    facile diventare un acclamato regista rivoluzionario col “culo degli altri”…

  4. Great Gig in the Sky scrive:

    Vabbe’, Luigi, ci ha messo pure il culo suo. Non mi riferisco solo alla presunta liaison con Brando.

    E’ stato condannato penalmente per cose che oggi farebbero ridere. Gli hanno pure tolto il diritto di voto e bruciato la pellicola (che, per fortuna, si salvò in un paio di copie).
    Pensa a “Anna” di Grifi.

    Non voglio dire che l’artista deve avere diritto di far soffrire gli altri e poi ammazzarsi così da quel sangue far nascere capolavori. Non sono così d’annunziano o wertheriano.

    Dico solo che c’è ormai in giro una paranoia da controllo delle relazioni intersoggettive che mi fa paura.

    Sono il più antifemminicida sulla faccia della terra. Odio gli stupratori, i pedofili, gli omofobi. Sono eterosessuale ma mi piace un sacco Querelle de Brest! E capisco Ed Wood, a cui piacevano i maglioncini color pastello!

    Ma cazzo! (e fica!) Il modo in cui l’avventura umana si sta addomesticando mi rivolta, mi intristisce, mi opprime.

    Nella gioia di vivere c’è anche il rischio di soffrire. Con la scusa di mettere le ganasce al secondo, si sta uccidendo il primo.

    Bertolucci ha sbagliato forse (vanità?) a fare quelle dichiarazioni lì. E’ l’unica colpa che posso imputargli. Sarebbe stato bello che quella incomprensione tra lui e Maria S. fosse rimasta privata. Il dolore privato di chi ha fatto insieme una terribile magnifica avventura.

    Ma lasciateci l’avventura.

  5. Great Gig in the Sky scrive:

    Tra l’altro (e poi mi taccio) a voi pare che il mondo stia andando in una direzione che dovrebbe consigliare (come mi pare affermi Graziani forse non direttamente, quindi diciamo che mi sembra lo affermi la somma delle parti del suo discorso) agli artisti di rifare pace con quel mondo stesso?

    A me sembra che oggi più che mai la Storia necessiti di contropeli. Il maudit (e tutte le derivazioni) non nasce da una posa (ovvio che nei casi superficiali c’è quella) ma da una lacerazione. La lacerazione mi sembra oggi abbia ancora ragion d’essere.

    Certo. I nostalgici della Costituzione. I nostalgici di Pasolini. I nostalgici di Leopardi. I nostalgici di MLK. Mettiamoci pure i nostalgici dell’arte e la frittata l’è fatta.

    Continuo a preferire quel pazzo Lars von Trier, quel misantropo di Roth e quell’alienato di Bolano e quello scriteriato di Scott Walker e quel bambino espressionistico di Lynch all’ultimo gruppo di bravissimi professionisti dell’audiovisivo che si dissolve nell’ultima (professionalmente encomiabile) serie tv americana.

    Non credo di essere romantico né un nostalgico, per questo. E’ solo che Glenn Gould (mi dispiace cari fanatici del politicamente corretto e dell’egualitarismo a tutti i costi) suonava il pianoforte molto meglio di me. Hai voglia a rifare le “Variazioni”. Lui le rifaceva meglio. Fatevene una ragione.

  6. elenastanka scrive:

    Non entro nel merito, quello che dovevo dire l’ho detto. voglio solo precisare che la cassa di risonanza di cui parlate,, a una frase di Bertolucci che il regista aveva gia’ pronunciato altre volte, l’ha fatta il corriere con questo pezzo uscito il 18 settembre http://blog.iodonna.it/marina-terragni/tag/bernardo-bertolucci/
    Articolo contro il quale ho sentito il bisogno di intervenire.
    Grazie
    e

  7. Giorgio scrive:

    “È così che si fa”? Evidentemente è così che fan tutti per fregare gli altri e prendersi il merito? Il pezzo su Repubblica è veramente puerile, come dice Luigi però mette in luce la logica per cui tutto va giustificato in nome dell’arte. Sacralità ridicola e retorica maudit come ben delinea Graziano con cui concordo, nel fatto che i soggetti fragili diventano solo mezzi da utilizzare “come oggetti di un dispositivo” se non per vanagloria – spesso su opere con vaghi effetti artistici, da borghesucci repressi.
    Non solo nel set in questione ma in tutto un certo mondo culturale giustamente definito antiquato, che si vanta di essere fuori dagli schemi e dalle leggi.
    Certo, non credo neanche io che l’arte possa derivare da situazioni patinate e professionistiche, però da qui a giustificare tutto in modo così banale, col “così si fa”…

  8. Great Gig in the Sky scrive:

    …ma voi l’avete mai letto Truman Capote alle prese con Marlon Brando in quel gran libro che è “Musica per camaleonti”?

    In quel caso i ruoli erano invertiti e la vittima era Brando.

    Ma mi spiace: cosi si fa.

    Se vuoi scrivere ” A sangue freddo”: così si fa.

    Se vuoi scrvere la “Recherche”: così si fa, ti chiudi in casa 20 anni creando sofferenza a chi (diventato tuo amico, tuo amante) vorrebbe godere della tua compagnia. Anche quella è una violenza verso chi si era legata a te. Ma: così si fa.

    O altrimenti, Giorgio e Luigi, scrivetelo voi “Preghiere esaudite”, giratelo voi “Ultimo tango a Parigi” (fateli voi, i sacrifici che fece Lynch quando si vendette casa per girare il suo primo film) ma soprattutto: provate a vivere senza far male a una mosca. Se ce l’aveste fatta (a vivere senza far male una mosca) non avreste il tono risentito che avete e io sarei subito alla vostra mercé, vi riconoscerei proprio una superiorità di spirito.

    Invece la vita fa male. Non ci credo, che non avete mai ferito nessuno. Che uomini sareste, altrimenti? Non sareste uomini a meno di non essere santi.

    Io sento puzza si scuola di risentimento. Cioè una voglia di affossare qualcuno con la prima scusa (non è che Bertolucci senza la scena del burro diventava Federico Moccia) solo perché non avete un bricolo del suo talento, della sua profondità, e forse anche delle sue contraddizioni.

    Questa, è la scuola del risentimento.

  9. Giorgio scrive:

    @Great Gig: Mamma mia, che toni apocalittici. Il risentimento lo leggo un po’ più forte del mio nelle tue parole. Di talento ne vedo molto anche senza scomodare panetti di burro e inganni vari. Comunque, come ho già detto, certo non penso che le vite patinate siano fonte di grandi capolavori, ma non mi pare che Ultimo tango a Parigi fuori dal contesto dell’epoca, sia il film del secolo.

    Detto ciò, continua pure a difendere la tua visione per cui l’artista “maudit” debba soffrire e farne fare le spese agli altri. Ho i miei dubbi ma, forse, se si feriscono le persone involontariamente. Non con premeditazione.
    La santità non la desidero, la gloria solo se il mio lavoro sarà di importanza epocale, e non credo. Forse il tango di Bertolucci l’avrà avuta (di sicuro nel contesto del ’72 in cui scardinare borghesi repressi) certo, ma parlavo anche in generale di chi per creare mediocrità si trincera contro il “così si fa”. Di questi abbiamo le tasche piene, persino di burro.

  10. Giorgio scrive:

    Pardon, volevo scrivere si trincera “dietro”.

  11. Great Gig in the Sky scrive:

    @giorgio: sono d’accordo. “Ultimo tango” è tutt’altro che un capolavoro. E’ un buon film.

    E veramente: io non difendo l’immagine dell’artista maledetto (anche perché detto così suona ridicolo, suonerebbe più ridicolo ancora della parte per cui sono davvero ridicolo), difendo il concetto. Ho proprio paura di tutta questa voglia (è che la sento intorno. Credimi, non ce l’ho con te) di moralizzare qualunque cosa.

    La gente non fa altro che alzare il dito e fare la morale al prossimo. Questo, mi sembra il clima dominante in cui viviamo.

    Bertolucci ha avuto il cattivo gusto di raccontare l’aneddoto, secondo me l’ha fatto per difendersi a propria volta dal ricordo di quando era giovane e si trovava al centro delle cose, in un’epoca in cui meglio e peggio erano consustanziali. Uscita fuori luogo. Ma ripeto, più che le ragioni dell’arte vorrei difendere ancor prima quelle della vita. E’ la vita che sento minacciata e ristretta. Ma è una cosa che sento solo io? Sono dunque un paranoico? Possibile, eh…
    Ma ben sapendo di non vivere nel più giusto dei mondi possibili ho paura di vivere contemporaneamente nel meno vivo – insomma, tra oligarchi da una parte e middle class proletarizzata chic ma censoria dall’altra io mi sento un pesce fuor d’acqua.
    “Datato”, direte forse voi.
    Ma quindi vi trovate bene in ‘sto mondo qua? E’ un disagio solo mio?

  12. Giorgio scrive:

    No, il disagio è comune. La vita e l’arte sono piene di contraddizioni ma proprio per questo secondo me vanno vissute in quanto tali, in modo non forzato o premeditato.
    Sicuramente si rischia di andare fuori tema e fuori dagli spunti dell’articolo ma anche qui le reazioni mi sono sembrate come dici te da oligarchi del “così si fa agli altri” o dei catto-radical-chic del “così non si deve fare”. Non moralizzavo affatto. Credo, invece che quando siano vere e non patinate o premeditate, le durezze della vita e dell’arte non facciano così discutere a vuoto.
    Ho letto anche l’intevento del conte zarkanenko, concordo con alcune sue idee, molto meglio Kubrik in tal senso.

  13. luigi scrive:

    poi a parer mio è stato fuorviante fare l’appello dei vari Proust kafka herzog capote e compagnia bella…

    qui si è trattato di una ex ventenne (inevitabilmente in condizione di soggezione nei confronti di due mostri sacri) che confida di essersi sentita vittima di un abuso perpetrato ai propri danni (perchè non le si dovrebbe credere poi?)

    di contro il pezzo di chi se ne compiace con un banalissimo “cosi si fa” avendo a curriculum magari l’inconveniente di una puntura sulla guancia con lo stuzzicadenti della tartina di un buffet
    tutto in nome (pensate un po’) della secolare sacralità dell’arte

    Retorica troppo a basso costo, se ne farebbe volentieri a meno

  14. Great Gig in the Sky scrive:

    Luigi, ma che ne sai dei costi che paga la gente? Che la conosci bene? Nell’intimità?

    Non ti sembra anche questo violento? E perché esprimere un giudizio sull’intimità delle vite altrui dovrebbe essere più corretto che una finta scena di sodomia? Non c’è anche qui una violazione? E per di più senza produrre niente che resti nella memoria e solo (magari) nella sensazione sgradevole di chi ti legge.

    Cioè. Uno scrive un pezzo in cui difende Bertolucci. Tu non sei d’accordo. E ok. Ma rispondi esprimendo un giudizio sulla vita intima (non ha pagato un prezzo troppo alto, non ha sofferto abbastanza nella vita) di chi ha scritto il pezzo o di chi lo difende. Fate come dico e non fate come faccio. Un classico molto triste.

    Allora vedi che c’è qualcosa che non va? Secondo me, sarebbe sempre molto più interessante partire da se stessi. Ti sto dicendo che giustifichi la violenza. Ok, ma prima, quante volte al giorno sono violento io? E perché? Cosa mi scatta davvero dentro?
    Come sarebbe più interessante, se la Rete servisse a questo. Ti prego di pensarci. Immagino che faccia male, imputandolo a se stessi. Ma nel momento in cui si abbassa l’orgoglio il dolore passa e si apre veramente una pagina diversa.

  15. luigi scrive:

    Chi minimizza la tragedia altrui dovrebbe addurre argomenti validi, altrimenti ritengo possa essere preferibile il silenzio
    per il resto ho già detto la mia.
    Con questo passo e chiudo

  16. Great Gig in the Sky scrive:

    Appunto. Volevi solo dire la tua. Che è diverso da comunicare con qualcuno, o perlomeno provarci. Credo che anche tu (nel piccolo) partecipi di una tragedia. Accade anche a me, di parteciparvi. Non è una cosa bella. Buona fortuna. Davvero. La strada è complicata per tutti.

  17. Paolo1984 scrive:

    anche il più manipolatore e crudele dei registi informa i suoi attori sui contenuti di una scena e su cosa accade ai loro personaggi..senza togliere spazio all’improvvisazione, se ti cambiano una scena specie di quel tipo non ti possono avvisare all’ultimo minuto. Continuerò ad apprezzare il bertolucci cineasta ma ciò che ha fatto resta grave e non giustificato neanche sul piano dell’arte

  18. Rob scrive:

    Nel febbraio dell’anno 897 il cadavere di Papa Formoso fu dissotterrato, rivestito con i paramenti sacri, portato in tribunale e giudicato colpevole. Gli furono amputate tre dita della mano destra (le stesse di Marlon Brando) e fu gettato nel Tevere. Giudicare, giustificare o giustiziare un artista con la morale di un’altra epoca è un grottesco e macabro tribunale. Zeitgeist.

  19. Teardrop scrive:

    Siamo alla follia.

    Stiamo (state) portando avanti la discussione come se la scena di sodomia ci fosse stata davvero. Mentre no, era finzione. In un film in cui Maria Schneider fondamentalmente se ne va in giro nuda e si accoppia continuamente con Brando in tutte le posizioni possibili e immaginabili. Non è vero sesso, è la finzione di un rapporto anale. Non è un film porno, è una diversa opera di finzione. Non c’è penetrazione. Non c’è burro davvero spalmato sull’orifizio anale di Maria Schneider. Quando Bertolucci allude al fatto di un’altra epoca, temo dichiari (ne sia o meno consapevole) che in effetti nell’era in cui non eravamo tutti così rincoglioniti dai reality, non eravamo così scemi da pensare che quello che si vede in un film sia accaduto davvero. Lo pensava il pubblico che scappava davanti ai treni dei fratelli Lumiere. Ma a quell’epoca il cinema era stato appena inventato.

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  1. […] fino al giovane tossicodipendente de La luna il piacere, la scoperta (come in Io ballo da sola) e l’ossessione (che continua anche dopo oltre 40 anni nel dibattito attorno a Ultimo tango a Parigi) sono i temi […]



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