Waste-Not-by-Song-Dong

Bibliografia delle pulci

Waste-Not-by-Song-Dong

Questo pezzo è uscito in versione ridotta su Repubblica. (Immagine: Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Fonte immagine.)

Essere sonnambuli.

Non per le stanze di una casa ma all’estremità nord di una città, in una radura di settantamila metri quadri circondata dal ribollire della periferia. Vagare tra vicoli assediati da una moltiplicazione di forme, in un’emorragia di cose che sgorga da ogni bottega. Nel dormiveglia distinguere la giacca di un torero bambino, un ritratto di Platini che supera un avversario in dribbling, vecchi numeri di Paris Star e di Noir et Blanc, un lettore di diapositive Gaumont che somiglia al wall-e della Pixar, centinaia di automobiline parcheggiate dentro un cabarè per dolci. Avere la vaga certezza che tutto, lì e altrove, sia in vendita. Tutto acquistabile. Sentirsi sorgere nelle viscere gli impulsi apparentemente opposti all’accumulo e alla dispersione, la coscienza di una fame radicale e l’altrettanto radicale consapevolezza della sua insaziabilità.

Il marché aux puches di Saint Ouen, a Parigi, è il più grande del mondo. Quindici diversi mercati che contengono centinaia di botteghe per un totale di duemila spazi di accumulazione e di vendita. Percorrendone la struttura alveolare ci si accorge che se la maggior parte delle botteghe tende alla specializzazione, capita di trovarne una in cui ogni logica ordinatrice è sospesa. Tutto giace accanto a tutto. Laddove la rinuncia a qualsivoglia classificazione è originaria e programmatica, allora ci si trova al cospetto di una cosmogonia. Il proprietario di queste botteghe onnivore è indiscutibilmente Esiodo: classificare, dice, è un’illusione. Così come è un’illusione pensare che il mercato delle pulci sia uno spazio. Al pari di quei luoghi che in realtà sono elenchi (le nursery, i cimiteri), Saint Ouen è un tempo umano: l’epoca in cui – come il principe di Salina che separa le pagliuzze d’oro della vita intensa dal mucchio enorme dell’esistenza combusta – passiamo in rassegna ciò che abbiamo accumulato per inventariare le pulci che teniamo dentro il cranio. Per dipanare il caos e inventargli una forma.

Quando le narrazioni vanno a passeggio per questi mercati generano pulci, fanno le pulci, provano ad addestrarle. Descrivono tanto l’impulso a disperdere quanto il bisogno di classificare. Aggrovigliano e dipanano.

Nel Don Giovanni di Mozart Lorenzo Da Ponte affida a Leporello l’enumerazione delle conquiste del suo padrone. Numeri, luoghi, tipologie muliebri: il catalogo brulicante delle «donnesche imprese» di Don Giovanni dovrebbe in teoria valere da monito rivelandosi invece qualcosa di simile a un magnete, un baratro nel quale ogni donna vuole precipitare.

Proprio di brulichio parla Roland Barthes a proposito delle «teste composte» di Arcimboldo, non a caso colui il quale ritrasse Rodolfo II – che nel ’500 archiviava mirabilia nelle sue Wunderkammer – in veste di Vertumno: «La mischia delle cose viventi disposte in un disordine stipato (prima di giungere alla intelligibilità della figura finale) evoca una vita tutta larvale, un pullulìo di esseri vegetativi». In termini analoghi potremmo descrivere l’esistenza pullulante e larvale del mercato di Saint Ouen, un brulichio immobile repulsivo e attraente. Con qualche dubbio sulla possibilità di una figura finale.

In Il gabinetto delle meraviglie di Mr Wilson Lawrence Weschler descrive il Museum of Jurassic Technology di Los Angeles: un luogo che esiste, non esiste, potrebbe esistere. Le sue meraviglie sono impossibili e necessarie tanto quanto lo spazio mitico che le ospita. Leggendo, per esempio, della formica stridulante resa folle da una spora si dubita di ciò che si legge, si desidera che l’inverosimile sia reale, si ammette che l’impossibile possa essere conservato in una teca di vetro. Prima si patisce e poi si gode di un’irriducibile ambiguità, la stessa indecidibilità tra vero e falso che governa la nostra memoria.

In Homer & Langley Edgar L. Doctorow si ispira alla cronaca per raccontare la storia di due fratelli. Affetti da disposofobia – l’accaparramento compulsivo di oggetti che non vengono né usati né gettati – i Collyer attraversano il ’900 ammassando nella loro casa tutto ciò che trovano. Il xx secolo è stato un tempo-spazio da ingombrare fino all’orlo, un’epoca dentro cui abbiamo accatastato di tutto, quello stesso caos regolato di episodi teoricamente irrilevanti rubricati da Patrik Ourednik in Europeana. Breve storia del xx secolo, centocinquanta pagine in cui, via via che vicende e aneddoti minutissimi vengono enumerati, il relitto del ’900 compare per un istante e poi scompare tra i flutti.

Se il tempo ha fatto naufragio ed è in frantumi allora dire le cose diventa un’azione imprescindibile.

Alla fine degli anni ’70 Georges Perec e il cineasta Robert Bober realizzano un documentario perlustrando l’isolotto abbandonato di Ellis Island (il filtro per il quale passava chi emigrava negli Stati Uniti). Quello che trovano è un caos di macerie. Se tempo e spazio si raggrumano, la scrittura si accosta al grumo e distingue. Nominando ciò che vede, in Ellis Island. Storie di erranza e di speranza Perec fa esistere le cose nella loro mite separatezza. Perché nominare è l’equivalente laico di una preghiera, un modo per affrontare il fantasma annidato nell’accumulo: la coscienza del fatto che ciò che c’è – chi c’è – se ne andrà via.

In Se mi lasci ti cancello – il film di Michel Gondry del 2004 – si mette in scena il bisogno profondamente terrestre di liberarsi, nel momento in cui ci si separa da qualcuno, di tutto ciò che si è accumulato nella memoria in relazione a quella persona. Si racconta cioè il bisogno di perderne la memoria. Ma nel momento in cui si constata che l’altro è penetrato dappertutto e che quindi perderne la memoria significherebbe perdere la memoria tout court, allora si reagisce, si interrompe il processo che condurrebbe all’oblio e si riconosce il proprio dolore come patrimonio irrinunciabile.

Il lutto è all’origine anche di Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Alla morte del padre, Song Dong aiuta la madre ad affrontare il dolore della perdita scomponendo il contenuto ordinario della casa in cui i due coniugi avevano vissuto. Percorrendo l’installazione si osservano, ben compartimentati sul pavimento, gli oggetti accumulati negli anni: rocchetti di filo, tubetti di dentifricio spremuti, scarpe, vasellame, saponette, bacinelle. Un memorial degli oggetti domestici. Pur coerente con il monito di Mao a conservare e a riciclare, in Waste Not la parsimonia familiare si svincola da ogni contenuto sociopolitico (o, per tornare alla disposofobia, psicopatologico): non gettare via nulla, nel comporre il ritratto del tempo trascorso, è un comportamento di struggente tenerezza.

Nell’epoca abissale in cui «non gettare via nulla» prescinde dalle nostre intenzioni, quando accumulare indiscriminatamente e altrettanto indiscriminatamente essere accumulati è un tratto del contemporaneo (pensiamo soltanto alla quantità di dati digitali che ogni giorno assorbiamo e liberiamo nello spazio), vivere nel caos sereno di esistenze disposofobiche è la nostra comune fisiologica patologia.

E dunque.

«Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo», scrive Gianni Celati in Verso la foce. Nella rêverie dell’esistenza, girovagando sonnambuli per i nostri intrapsichici marché aux puches, non c’è altro da fare che questo: percepire, discernere, dare nomi.

Addestrare le pulci.

Insegnare loro a parlare.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
5 Commenti a “Bibliografia delle pulci”
  1. Jacopo scrive:

    mi piacciono questi articoli di vasta, pieni di stimoli per altre letture.

  2. marco m scrive:

    m’è venuto in mente Valentino Ronchi
    rigattiere extralusso di libri d’un certo valore con pin up al seguito
    nel suo “Vecchi libri per quest’epoca incerta”
    in cui si racconta una sorta d’antidoto all’accumulazione degli accumulati
    e cioè cosa
    nell’accumulazione anche culturale – in senso ampio –
    è bene portare con sé, ai margini, nella periferia di noi stessi
    per esser sereni, e perché no,
    felici?

    comico che nel libro di Ronchi
    ci sia solo un elenco,
    uno solo
    (e neppure suo)

  3. Cecilia Testa scrive:

    Se l’asse cede, se la
    voce affonda
    c’è qui
    nell’aria, la
    parola-ramo
    che ci tiene.

  4. Nimbo scrive:

    Il Gesu’ bambino fosforescente , quello di ricambio – nel caso il titolare dovesse sparire: la paura dello Spago, sempre previdente e immaginifica.

  5. Nimbo scrive:

    Poi, considerato che ogni legame è silenzio , avevo allungato una mano verso il panino, ne avevo staccato un pezzetto e mi ero messo anch’io a mangiare il lutto.

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