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Malattie imbarazzanti: il binge viewing

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Questo pezzo è uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

Se fossimo in un celebre programma di Rai Uno, a questo punto qualcuno da casa manderebbe un sms del tipo: “Noi che guardavamo Pappa e Ciccia e Il mio amico Ultraman alle tre del pomeriggio e, se dovevamo fare la versione, registravamo la puntata su una videocassetta”. Ah, la nostalgia. Un attimo prima ti lasci blandire dai ricordi, e un attimo dopo ti risvegli con la fronte madida di sudore: come hanno fatto quei ragazzini innocenti a trasformarsi in questi zombie affamati di tv, accumulatori seriali senza scrupoli che non escono mai dalla propria stanza, come degli hikikomori qualsiasi?

“You’re a hoarder!” “No. I’m a collector, and there is a big, big difference” [1].

Le serie tv, a ben guardarle, ci svelano molto sulle persone, sulle loro abitudini e sulle loro improbabili collezioni: giornali del novembre 1986 (Parks and Recreation), cartoni del ristorante cinese (Girls), gattini vivi (2 Broke Girls), scheletri umani (Csi) e, soprattutto, serie tv, come ci ricorda ogni comedy che si nutre di metatesto, da Community in giù.

Ma qual è la differenza tra chi colleziona per gaudio e chi accumula per disagio? In una puntata di Raising Hope, Jimmy non accetta che la madre sia una hoarder patologica: “Se una cosa è gratis, lei la vuole”. Gratis. Un attimo: c’entra mica internet, come al solito? Non solo, ma anche.

L’hoarder seriale è uno degli attori chiave del consumo culturale degli ultimi anni. Il mondo va troppo veloce e lui non può permettersi di rimanere indietro e non sapere. Ma, per “sapere”, deve prima “avere”. L’hoarder seriale si muove tra il legale e l’illegale con l’agilità di chi ha smesso di porsi domande, perché non ha tempo per le risposte. Qualsiasi cosa stia facendo, nello stesso istante, là fuori, qualcuno sta trasmettendo one more episode. L’hoarder lo sa e c’è solo un modo per placare quella vocina nel suo cervello: continuare a fare ciò che ha sempre fatto. Per lui il sonno è un intralcio ancora più esiziale dei codici captcha. Si sveglia la mattina con un chiodo fisso, controllare il computer che ha lasciato acceso tutta la notte, e capire se ha fatto bene a scegliere quella compagnia che sul volantino gli prometteva il paradiso[2].

Sempre sospeso tra un completismo (episodio, stagione, serie) e altra legna da ammassare per l’inverno-che-verrà, coglie al volo ogni occasione per eccitare la curva dell’attenzione. Meglio, dell’ansia: la notizia che i Mogwai hanno firmato la colonna sonora di Les Revenants (“Quindi anche i francesi si sono messi a fare serie? Bene a sapersi”), o l’annuncio di novanta nuovi episodi per la seconda stagione di Anger Management (“Novanta? Cos’è, un altro scherzo di Charlie Sheen?”).

Ogni azione compiuta dall’hoarder risponde a un bisogno primario: mettere ordine in una realtà che ormai se ne sta andando per i fatti suoi. Un tempo sua madre sarebbe piombata in camera per ordinargli di andare a tavola, oggi bussa dolcemente alla sua porta: “Senti, quando hai due minuti mi scarichi la seconda parte di quella fiction con Beppe Fiorello?”.

Waiting a whole week for a new episode is so last century

Quando, lo scorso febbraio, Netflix ha rilasciato i tredici episodi della prima stagione di House of Cards[3], gli americani hanno scoperto un altro modo di guardare le serie inedite: l’abbuffata.

House of Cards è uno show concepito espressamente per il binge-watcher. Uno show senza pubblicità, previously on e next on, che atrofizza concetti come spoiler e rating, e che cambia l’esperienza del consumo, “come quando leggi un libro di mille pagine e sei tu a decidere come, quando e se finirlo”. Soprattutto, che ti permette di stare veramente sul pezzo, e prima di chiunque altro (basta avere tredici ore libere da qui a domani mattina e tanta, tanta voglia di sopportare in un sol boccone tutte le cattiverie di quel puparo pettegolo di Frank Underwood). La novità ha stimolato dibattiti sulle ferali conseguenze per la tv di flusso tradizionale, tra chi preconizzava la fine del cliffhanger e chi già rimpiangeva “quelle belle discussioni sui forum alla fine dell’episodio”. The Guardian è arrivato a chiedersi: siamo pronti per la binge-tv?

Sì, e da un paio di lustri oramai. La modalità “abbuffata/maratona” a un certo punto è diventata un’opzione reale, soprattutto per chi non aveva il tempo o la possibilità di essere in pari con la programmazione originale. Merito di piattaforme on demand che hanno allungato la vita di vecchie serie (nel 2012 la serie più vista in streaming su Netflix è stata Prison Break), e merito di pratiche più o meno lecite. Le biografie seriali di molti europei potrebbero aprirsi con “All’inizio non sapevo nemmeno sincronizzare i sottotitoli su VLC” e chiudersi con “e invece ora conosco i rudimenti dello svedese e del danese grazie a Bron e a Borgen”.

In mezzo, qualsiasi cosa. Le maratone necessarie per sostenere una minima conversazione social (HBO e AMC), le maratone revival (come nel pilot di Girls: Hannah e Marnie si addormentano ancora una volta guardando Mary Tyler Moore), le maratone confessabili solo al terzo bicchiere (ABC e CBS) e, alzi la mano chi non l’ha mai fatto, le maratone per sottrarsi al mortale abbraccio della vita reale.

To binge or not to binge

Sabato sera. Fuori piove. Hai appuntamento tra mezz’ora per l’ennesima pizzata in compagnia di gente che a un certo punto ti chiederà, in preda a una febbrile eccitazione, se hai visto l’ultimissima puntata di Ncis andata in onda su Rai Due. Che fai? Ovviamente resti a casa. Perché uscire con certi sconosciuti quando puoi stare con i tuoi veri amici, che sì, saranno pure immaginari ma almeno ti capiscono davvero, parlano la tua lingua, si vestono come te e ridono alle tue battute?

In un episodio di Portlandia, Doug e Claire devono andare a un compleanno ma non ne hanno voglia. Doug propone un’alternativa: “Why don’t we watch this Battlestar Galactica DVD I just got? Season One. I heard really good things about it”. “Ok, one episode”. Una settimana dopo: casa loro è diventata il set ideale per Hoarders (il documentario), Claire teme di avere preso un’infezione ma non si vuole alzare dal divano (“I’m just going to get antibiotics after the next episode”), intanto è stata licenziata e, drama, hanno finito tutti gli episodi. Che si fa? Le persone normali iniziano ad avere le allucinazioni o si iscrivono a qualche setta, Doug e Carrie invece vanno a cercare il primo Ronald D. Moore che trovano e scrivono assieme a lui dei nuovi dialoghi per colmare il proprio vuoto. Alla fine si abbuffano di Doctor Who in compagnia di Edward James Olmos: “There’s actually like another 26 seasons”.

Dunque viva le maratone? Dipende. All’indomani del terzo season finale di The Walking Dead, l’attrice Laurie Holden si è dovuta giustificare con i fan per le presunte incongruenze di Andrea, il personaggio da lei interpretato: “When people watch the entire season, especially the finale, her trajectory will be clear”[4]. Una sorta di induzione alla maratona, unico mezzo per comprendere immediatamente l’arco del personaggio. Bel paradosso, considerato che le serie sono ancora pensate, cotte e mangiate per l’appuntamento settimanale. Ma il punto è che i fan, se sono veri fan, non possono aspettare sei mesi, solo per “avere il quadro generale”. Loro vogliono sapere, subito, cosa ne sarà di Rick, Hershel e dell’allegra prigione nella prateria. Ma vogliono sapere tutto anche delle altre ventisette serie che stanno seguendo in quel momento. E allora? E allora la maratona tematica differita si trasforma in maratona selfcasting live (o quasi): drama, comedy, main, cable, Victoria Grayson e i Lannister, tutti mescolati in modalità shuffle. Finché nausea non ci separi. Perché se è vero che “TV is where action is”, è anche vero che inseguire questa chimera significa dipendere sempre dai palinsesti di qualcun altro. Altro paradosso, e altra frustrazione.

Quando ci scorse Cerbero

Hello, my name is Sarah and I’m a television binger”.

In my defense, at least it’s not binge eating”.

“E tu dove l’hai fatto la prima volta? Con quale serie?”.

“Era un Divx, e iniziava con una canzone di Mama Cass”.

Basta un giro in rete per trovare decine di confessioni del genere. I binge-watcher non vedono l’ora di parlare dei propri eccessi, specie quando divorano cinquanta ore di televisione a settimana. Hanno bisogno di condividere, leggere storie familiari (“Ehi, ma è la mia vita!”), scoprire che persino Aaron Sorkin e Christina Hendricks fanno scorpacciate di The Office o di Deadwood. E, così facendo, sono capaci di ammettere cose veramente turpi: sopportano quei sottotitoli gialli in comic sans perché sono già integrati e non sanno come toglierli, si sorbiscono The Following e Cult perché pensano possa servire a capire meglio la situazione politica del proprio paese, guardano le cinque stagioni di “quella serie che ha cambiato la storia”, ma ogni tanto mandano avanti col telecomando perché si annoiano a morte. D’accordo. Ma qualcuno, in tutta coscienza, se la sente di giudicare i comportamenti e la dieta mediale degli altri?

No, non deve essere facile essere un binge-watcher. Peccare ma non riuscire a controllarsi. Gestire il duplice senso di colpa dell’accumulo e del consumo smodato, e persino il terrore per una punizione che dovrà pur arrivare, come ogni addiction insegna. Ma, tra una decina d’anni, quando magari sarà stato squalificato dall’internet per comportamenti inappropriati, e mentre sfoglierà una cloud o qualsiasi altra cosa già immaginata da Charlie Brooker, il “binge-hoarder-watcher che registrava i telefilm” troverà il modo di assolversi completamente. D’altronde, solo chi ha avuto un esaurimento nervoso per il mancato rinnovo del suo Korean-drama preferito può dire di aver vissuto realmente.

 


[1] Così Billy e la madre Janice in Legit.

[2] “Téléchargez aussi vite que vous parlez”, recita la pubblicità di un gestore telefonico francese.

[3] “The first show for on demand generation”, l’ha definito Ted Sarandos, Chief Content Office di Netflix.

[4] Intervista rilasciata a Tvline.

Sceneggiatore televisivo, ha lavorato per varie produzioni Rai. Collabora con Link. Idee per la televisione, il cui ultimo numero, Serial Writers, è dedicato agli autori delle più importanti serie tv. Sul blog TuttoFaMedia si occupa di audiovisivo, dal doppio punto di vista dell’essai e dell’assai. Vive a Parigi.
Commenti
15 Commenti a “Malattie imbarazzanti: il binge viewing”
  1. Valeria scrive:

    Guardo veramente tante serie tv, la maggior parte le ritengo veramente di spessore e sì, le considero Cultura. Ed è veramente deludente che qualcuno ancora oggi usi un tono snob a riguardo.

    Frustrazione? Riguardo a cosa dovrei provarla? Tempo? Ne ho sempre e a sufficienza.
    Lavoro, studio, leggo, ho una relazione amorosa, svariati amici, esco per cene pizze e degustazioni e riesco anche a lavare la casa, pensa un po’! E in tutto questo riesco a vedere 8 serie contemporaneamente e a volte anche a scrivere sul mio blog le mie impressioni.
    Certo, quando non lavoro ho più tempo, ma magari lo uso per fare altro.. La sera la lascio alle serie. Non provo disagio o malessere nell’attesa della prossima puntata, anzi… è una piacevole attesa di un appuntamento. Poi ci sono pure le serie che guardo tutte d’un fiato, e anche lì non vedo quale sia il problema. La realtà è lì fuori che mi aspetta? Bene, infatti la vivo quotidianamente e sono ben contenta di potermi anche ritagliare uno spazio di isolamento da un’accelerazione costante infarcita sempre più di falsi miti e relazioni viziate. Tutto deve avere un proprio equilibrio: realtà e fuga da essa.

    Stupida? No, non mi ci sento.
    Ho una formazione che affonda le radici in Bauman, Giddens, Saussure, Barthes, Weber, Goffman, McLuhan ecc… Leggo Franzen, Calvino, Saviano , Hesse, Mann, De Lillo, Roth…

    Insomma, questo per dire che manca un aspetto fondamentale in questo articolo, e cioè l’attenzione per le sfaccettature dell’individuo e dell’essere umano e soprattutto la personalizzazione della dieta mediale che da essa deriva.

  2. Sascha scrive:

    “Tempo? Ne ho sempre a sufficienza” – e poi pure le letture impegnative, abbastanza da poter accusare gli altri di snobismo e sentirsi ‘delusa’.
    Quelli di noi costretti a lavorare per vivere non possono tenere il passo con tutto questo bendiddio e vengono lasciati inesorabilmente indietro, nella pattumiera della storia.

  3. Sascha scrive:

    Comunque ho da tempo imparato che, per fare bella figura fra gli intelligenti e i colti, non è necessario guardare davvero tutte le serie. Bastano un paio di puntate e per il resto c’è Wikipedia: con un minimo di parlantina non se ne accorgeranno neppure che non le guardi sul serio e farai lo stesso bella figura.
    (però è sempre meglio avere una serie preferita e seguirla tutta: la mia è Mad Men)

  4. marco m scrive:

    (ho deciso che d’ora in poi i miei – pochi – commenti su m&m saranno sotto forma di canzoni)

    “le maratone per sottrarsi al mortale abbraccio della vita reale.”
    e allora non sottraiamoci, no?
    ci sono dei tizi canadesi che cantano, in questi giorni
    “we exist”
    e allora cantiamolo, gridiamolo, affermiamolo
    è che manca il senso della fine
    ci sentiamo eterni, e allora nulla ci spaventa
    (mentre sottopelle scorre l’orrore)
    conosco gente che si commuove per un film
    e poi è così fredda nel confessare la volontà suicida/omicida
    penso: avrai traslato vita reale e rappresentazione?

    siamo formiche a cui piace illudersi d’essere cicale
    ma come puoi far la cicala se non sai che la cicala
    canta per morire?
    dite bene che il modello è quello della bulimia
    abbuffate di tutto: informazione, serie tv, libri, ma anche sesso
    tanto sesso, digitale o analogico, mai visto tanto sesso
    in vita mia
    (astenersi diventa quasi un atto politico)
    (dico dal sesso, ma anche dal fare libri)
    e dice bene C.Raimo quando parla di schizofrenici
    io dico che questi sono tutti segmenti di mercato
    molto interessanti per ingegneri, politici e pubblicitari
    e aggiungo che il modello è pure quello
    dell’adolescente eternamente insoddisfatta
    che appunto diventa bulimica
    e poi anoressica, e così via
    e l’anoressia è vuoto e frigidità
    un consumo solo estetico
    per cui ti fai tutti i libri che vuoi e pure gli uomini
    e non ci capisci un cazzo
    e non senti un cazzo

    (guardatevi intorno. non ci sono più vecchi. o forse ci sono solo anziani.)

    che poi tutto questo consumo culturale
    è pur sempre consumismo, no? e dipendenza
    Roberto Bolanho aveva ben presente che anche la poesia
    – e per estensione la meravigliosa Letteratura che noi adoriamo –
    è ben capace di contenere punte d’orrore e di servirlo
    (Urrutia che insegna Marx a Pinochet, e le loro belle letture classiche)

    e concludo, come si diceva nelle vecchie sezioni di partito
    che una volta che queste cose ce le siamo dette
    e che le ha comprese pure un luddista patetico come me
    (e che s’è fermato a House, MD)
    vogliamo, cortesemente, tornare a vivere?

  5. Valeria scrive:

    ???
    Per “fare bella figura?” In che senso?

    Il tempo lo si trova se lo si vuole trovare… anche la notte per esempio.

    Se poi vogliamo venire al fatto che questa società schizofrenica e sterile sta risucchiando in un vortice senza sbocco le nostre vite imperniandole su lavori finalizzati unicamente al pagamento di mutui e bollette… Allora ci troviamo d’accordo. Per me quella è la pattumiera.

    Al momento sono disoccupato e ho senza dubbio più tempo, ma devo dire che anche quando ho lavorato 9 ore al giorno più tre per andare e tornare, sono riuscita a seguirmi anche dieci serie contemporaneamente senza sottrarre tempo alla mia vita reale. Semmai a farlo era quel cosiddetto “lavoro”.

    PS. Se dichiarare di fare “letture impegnate” equivale ad essere snob… non c’è più mondo!

  6. Valeria scrive:

    Bello il commento di Marco, molto bello.

    Bisognerebbe, però, stabilire cosa si intenda per “vivere” e chi possa essere legittimato a stabilirlo…

    Per me vivere vuol dire leggere, viaggiare, fare sesso, tuffarmi, viaggiare, scrivere, parlare, ridere, dormire, vedere serie tv, amare.. Per che tutte o quasi abbiano inevitabilmente a che fare con il consumo di qualcosa … se non altro del tempo che occorre per farle.

  7. Valeria scrive:

    *pare che

  8. Vulfran scrive:

    In effetti il fenomeno della serie-tv ha dei risvolti un po’ inquietanti: tempo fa ho assistito a una conversazione di cui non ho capito niente in quanto era incentrata esclusivamente su serie-tv. Non giudico, constato. Quando la tecnologia permetterà di vivere nelle fiction che le persone si costruiranno da sole o in compagnia, le abbuffate di serie-tv faranno parte di quei curiosi reperti della storia culturale dell’umana stanchezza di vivere con annessa voglia di andare altrove, un po’ come le sedute comuni di magnetismo di fine Settecento. Si tratta di forme socialmente sostenibili di droga per non far troppo caso al velo di Maya senza farsi troppo male.

  9. Vulfran scrive:

    @marco_m

    La tua ballata mi è piaciuta.

  10. Daniele scrive:

    “Ho una formazione che affonda le radici in Bauman, Giddens, Saussure, Barthes, Weber, Goffman, McLuhan ecc… Leggo Franzen, Calvino, Saviano , Hesse, Mann, De Lillo, Roth”

    Vabbè, hai studiato (studi) sociologia (possibili varianti: lettere e filosofia, scienze della comunicazione) e leggi romanzi alla moda, ma io vengo dalla Bovisa, e non sono un pirla

    Le serie tv sono l’ennesima stronzata effimera, disgustosa e coiona (da notare l’escalation di aggettivi sempre più colti, ndr) distruttiva di questa società, insieme ai social network, al marketing, alla pubblicità, e in genere a tutte le fregnacce di cui vi occupate e che in realtà si riassumono soltanto nell’ossessione per il commercio e la compravendita che caratterizza ormai un po’ tutto e tutti – no, le cose che piacciono e divertono e intrattengono e vi fanno EVADERE – non dal carcere dove dovreste stare ma da vite generalmente già disimpegnate e spente – non sono Cultura solo per il fatto di piacervi (quella C maiuscola, poi, mi fa venire voglia di uscire di casa armato gridando FEMMINICIDIO)

  11. Daniele scrive:

    Tra l’altro il fatto stesso che esistano TEORIE SOCIOLOGICHE o checazzoneso-logiche delle serie tv (e dei social network, e dei videogiochi, dell’indie-pop e di david foster wallace e in genere dei PASSATEMPI), lo trovo terrificante. Occuparsi di cose serie mai, eh? Siamo impazziti, ve ne rendete conto?

  12. axelshut scrive:

    l’unica cosa condivisibile del commento di Daniele è la citazione nascosta di Osvaldo Bagnoli (l’apocalittico critica la cultura pop usando le parole di un allenatore di calcio, ironico no?)

  13. Daniele scrive:

    A Axelshut, e daje, ho ragione e lo capirebbe persino un sasso (un essere umano adulto probabilmente no). Cioè ma davanti a una cazzata crisoelefantina come questa:

    “Per me vivere vuol dire leggere, viaggiare, fare sesso, tuffarmi, viaggiare, scrivere, parlare, ridere, dormire, vedere serie tv, amare.. Per che tutte o quasi abbiano inevitabilmente a che fare con il consumo di qualcosa … se non altro del tempo che occorre per farle.”

    ancora c’è bisogno di discutere e almanaccare? Non che io sappia cosa significhi “alamanaccare” esattamente, ma è una di quelle cose che si dice, come “intervento lucidissimo” o “cultura pop”.

    Comunque per me vivere vuol dire mangiare la pizza, stampare con la stampante, avere il virus intestinale, assistere persone che muoiono, fare scuola guida e adorare SATANA SATANA SATANA

  14. Valeria scrive:

    Questi commenti erano abbastanza dislessici… Fatta eccezione per Alxeshut che mi ha fatto sorridere! Grazie!

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Leggi commenti...
  1. […] Un certo Nico Morabito parla oggi su minima&moralia di una malattia imbarazzante che coinvolge un po’ tutti noi gente perbene: il binge viewing, ovvero l’abbuffata, in questo caso, di serie televisive. Il pezzo, già uscito sul n.14 di Link. Idee per la televisione, Vizi Capitali, si trova qui. […]



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