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Biografia di un’avanguardia generazionale

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(fonte immagine)

di Evelina Santangelo

A poche ore dai funerali di Valeria Solesin e il giorno prima della giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne… vorrei proporre alcune considerazioni che credo possano aiutare a mettere in discussione atteggiamenti e luoghi comuni prevalenti in questi anni.

Non intendo ricordare la morte assurda, violenta di questa giovane studiosa. Credo che il modo migliore per onorarne la memoria (e per capire) sia ricordane la vita, una vita che mette in discussione tanti luoghi comuni che abbiamo accolto come verità granitiche, indiscutibili. Ci abbiamo scritto libri, ci abbiamo fatto dibattiti, articoli, accompagnati spesso da cori di approvazione, tanto sembravano evidenti.

In questi anni abbiamo spesso guardato con snobismo ai giovani,«le nuove generazioni», alla loro generica, sostanziale, quasi costituzionale inadeguatezza. E tutte le volte in cui abbiamo parlato dei giovani andati all’estero li abbiamo sempre considerati con un filo di compatimento, «i nostri giovani costretti ad andare via…»

Il metro di questi giudizi era dettato ora dalla presunzione di rappresentare generazioni di adulti più consapevoli e migliori dei figli (le nostre belle gioventù svilite…) ora da un senso di appartenenza prevalentemente territoriale (se non provinciale).

Eppure, la vita e le scelte di Valeria Solesin ci raccontano un’altra storia, ci interrogano, diventano la misura della nostra inadeguatezza a comprendere il profilo di una nuova generazione (almeno una parte di essa, forse un’avanguardia, molto nutrita e agguerrita) che si riconosce figlia dell’Europa, che si sente partecipe di un destino comune, ben oltre i confini europei, che intende rivendicare e perseguire con lucidità, metodo, determinazione diritti e doveri fondamentali, come ad esempio, «la condivisione delle responsabilità familiari e professionali tra uomini e donne», contro la marginalizzazione delle donne nel mondo del lavoro, che è pur sempre una forma di violenza, di ghettizzazione.

Perché, è bene ricordarlo, Valeria Solesin aveva conseguito gran parte dei suoi studi superiori in Francia, aveva scelto di impegnarsi come volontaria in Emergency, e nell’ottobre del 2013 aveva inviato alla redazione del sito internet Neodemos un articolo che suonava come un invito a prendere atto della condizione occupazionale femminile nei vari paesi europei e a cogliere anche le opportunità offerte dalla Strategia Europea per l’Occupazione.«Allez les filles, au travail!» («Avanti giovani donne, al lavoro!»), questo il titolo di quell’articolo tutt’altro che rassegnato e disarmato.

La sua biografia bisognerebbe ricordare, dunque, in questo giorno di commiato doloroso, le parole pronunciate dai suoi amici e colleghi dell’Ined (Istituto di demografia della Sorbona di Parigi): ricercatrice di talento, «diretta e piena di vita, a volte ribelle», una che amava e criticava allo stesso tempo i suoi due paesi, che si rammaricava della situazione del diritto della famiglia e delle politiche familiari in Italia e sperava che la sua tesi avrebbe contribuito al dibattito su questo argomento…

Come bisognerebbe ricordare le poche note biografiche emerse sulla giovanissima studentessa italiana di Scienze Politiche, Barbara Serpentini, salvatasi per puro caso nell’attacco terroristico al ristorante «Casa Nostra», insieme all’amica franco algerina Sophia Bejali, conosciuta appena un mese prima in un’organizzazione che trova un tetto ai senzacasa…

E bisognerebbe farlo, per comprendere il profilo di questa avanguardia generazionale europea, solidale, capace di un dialogo interculturale, proiettata verso un futuro che non somiglia affatto al presente o al passato che la generazione dei padri continua a difendere. Una difesa a oltranza che sembra più una forma di paura, la paura di estinguersi, di fare i conti con la propria inadeguatezza.

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