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Una biografia rimbalzata: “La vita dispari” di Paolo Colagrande

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C’è un solo gioco durante il quale ci si augura che vada tutto al contrario di come dovrebbe, e che l’esito sia il frutto di un imbroglio. È un gioco il cui successo dipende più dalla possibilità che degeneri, che fallisca, che dalla sua riuscita, e dal fatto che i partecipanti non rispettino né le sue regole né il codice etico di base. Si chiama telefono senza fili, ed è quello, per intenderci, in cui ci si passa la staffetta di una frase sussurrata sperando che quello dopo la trasformi in qualcosa di osceno, o comunque di molto diverso dal concetto di partenza. Poi l’ultimo pronuncia quello che ha capito, e se corrisponde alla frase originaria (cosa rara) ci si auto-assegna un debole applauso di gruppo. Altrimenti niente, mugugni, urletti, cose così: il falsario si camuffa, qualcuno lo accusa, lui nega, e quello da cui il cerchio è partito fa finta di offendersi. Un modo arcaico, e tra i pochissimi che mi vengono in mente, per ridere con le parole.

Paolo Colagrande, con La vita dispari (Einaudi, terzo classificato al Campiello 57), ha fatto una cosa del genere: sia per quanto riguarda l’allegria scaturita dal modo in cui scrive e dalle sue scelte lessicali (più che dagli eventi che racconta), sia perché la storia del suo Buttarelli è una biografia “per sentito dire”, come ha fatto notare Giacomo Raccis su La Balena Bianca: un monologo da bar su un’intera vita rimbalzata di versione in versione, e giunta alla foce ampiamente sfigurata, e piena di parallelismi che si contraddicono tra loro. Il narratore maneggia materiale di rattoppo, si scusa per il risultato, spiega più volte che a lui la storia è arrivata così e che, nel finale, “sbanda un po’”, ma non per colpa sua.

Morto in maniera un po’ strana e oggetto, anche in vita, di numerose congetture, Buttarelli è il classico personaggio “di quartiere”, in questo caso la strada Fulvio Muratori alle porte di Mediopoli, su cui il discorso di provincia va a parare sempre volentieri, anche se le ragioni per tanto gossip sembrano scarseggiare. «Non si poteva dire che fosse brutto o fosse bello» scrive Colagrande. «Diciamo che Buttarelli era esteticamente pleonastico e, a livello di simpatia, simpatico magari come la sabbia nel letto, e questa sensazione già un po’ si affacciava al suono fondamentale del nome che inevitabilmente si proietta sul carattere perché, come diceva un amico mio e di Gualtieri, ogni nome porta in sé una certa carica di destino». E il destino di Buttarelli si svolge senza compiersi, se per “compiere” intendiamo “colmare” e quell’idea di fine che è anche soluzione, completezza, esito pieno.

Siamo in Italia, e guardiamo a una seconda metà del Novecento dai riferimenti galleggianti, vaghi, più fiabeschi che storici, come se il XX secolo fosse non un tempo fattuale ma un’era di percezioni, qui riproposte (volutamente) a casaccio; un Medioevo di lettere d’amore, industrie, lotte armate, tentazioni sudamericane, baretti, grandi cialtroni e bevande generazionali.

Il protagonista è un uomo in bilico tra il comune e l’assurdo, nel senso che la maniera in cui aderisce al (e subisce il) mondo che lo circonda è edificata su reazioni contenute a sfighe straordinarie, successi caduchi ma che per un po’ hanno sfiorato l’epico e una buona dose di traumi e disturbi cognitivi che ne costituiscono, in parte, una giustificazione. Il primo, e più importante, è questo: fin dalle scuole elementari, se messo davanti a un libro non riesce a leggere le pagine pari, da cui il titolo del romanzo e l’involontaria propensione del personaggio all’incompiutezza. Il secondo riguarda invece il rapporto con alcune donne (la direttrice scolastica Maribèl, la moglie Ciarma Schwartz, entrambe austere e molto alte), nei confronti delle quali si percepisce minore, domato, piccolissimo, tanto da creare un parallelismo totemico conl’Argonauta Argo, mollusco cefalopode il cui maschio può essere venti volte più piccolo della femmina.

L’esistenza di Buttarelli è un’addizione di parzialità che rischia di apparire insensata, proprio come un libro letto a pagine alterne. L’anonimo narratore ne è consapevole, ma non si lascia scoraggiare, e inserisce interludi che truccano la narrazione con una cosmesi vincente, riequilibrando la piattezza (voluta, pare) del personaggio principale con la brillantezza delle proprie digressioni. Colagrande ci aveva abituato a questo tipo di fughe fin da Fìdeg (Alet, 2007) che vinse il Campiello Opera Prima, e più che mai in Senti le rane (Nottetempo, 2015), anche lui di passaggio al Campiello – che si dimostra il premio italiano più disposto ad avere candidati ricorrenti e affezionati: si vedano oltre ai tre di Colagrande i passaggi di Fulvio Tomizza, Laura Pariani e Simona Vinci.

Che la storia, come da premessa, sbandi un po’ sul finale è vero. Ma il lettore era stato avvertito, e il giudizio su come termina il romanzo pone un problema di prospettiva e di priorità su cosa leggiamo quando leggiamo La vita dispari, ovvero se l’esperienza di lettura riguardi la vicenda di Buttarelli o il talento di Colagrande: il fatto che risulti tutto un po’ incompiuto, viene da chiedersi, non è forse, viste le premesse, un segno di compiutezza? Come fatto letterario bisogna ritenere più importante che la trama appaia, a tratti, fortemente squilibrata, o la sensazione che chi l’ha costruita mostri di esserne pienamente consapevole, sfumando il confine tra mancanza strutturale e scelta estetica?

Per chi barra la prima caselletta, La vita dispari sarà, appunto, una lettura dispari, debole nel plot e fortissima nella prosa. Se invece si opta per la seconda, si dovrà ammettere che Colagrande oltre che bravo è molto coraggioso, perché antepone lo scopo della sua idea all’equilibrio dell’intreccio. Come un artista concettuale, che rinuncia all’apparenza per sollevare un dubbio o dimostrare la propria tesi.

Eppure, come si è già detto, il romanzo sa far ridere, e molto, con la sola scelta dei vocaboli, e grazie al loro equilibrio all’interno di una frase. Si potrebbe ragionare per ore di quanto siano perfettamente calibrati certi periodi, e di come ci si trovi a sogghignare per un aggettivo deviante in una frase fino a quel punto lineare. In termini linguistici, i colpi di Colagrande vanno quasi tutti a segno.

Non so se si possa dire che La vita dispari anteponga il significante al significato, mi sembra anche questo un concetto parziale e avventato, a cui io stesso, che l’ho avanzato, potrei ribattere dicendo che non sono d’accordo, che anzi è una cosa del tutto impossibile. Però, nel dubbio, voglio omaggiare Buttarelli così, sollevando cioè una domanda senza risolverla e chiudendo la discussione a metà, dopo un’allusione abortita, augurandomi che la risposta risieda, come tante altre, in una di quelle pagine pari che la forma di questo sito, come la mente del protagonista, non riesce a processare. È sempre consolante pensare che qualcuno abbia scritto le cose giuste, anche se non riusciremo a leggerle, né a formularne di simili noi stessi. O no?

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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