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Bisogna proprio trattare Provenzano in modo inumano?

Questo articolo è uscito sull’Unità.

di Luigi Manconi

Che ne facciamo di Bernardo Provenzano? L’uomo, gravato da molti ergastoli, attualmente si trova nel reparto protetto di un ospedale milanese, sottoposto al regime di 41bis. Questo circuito speciale rappresenta l’estremo del nostro sistema penitenziario.
Una condizione di isolamento pressoché assoluto, prorogabile per tutta la durata della detenzione: dieci, venti, trent’anni. O per l’intera vita terrena. Quando si trattò di prevederne l’istituzione, il Parlamento – prudentemente – ne fece una norma provvisoria. Poi, con il tempo e con i limiti imposti dalla Corte costituzionale e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, il 41bis è diventato parte integrante e stabile del nostro ordinamento.

Ciò detto, e dovremmo essere tutti d’accordo, non è un provvedimento da prendere a cuor leggero. Non è la giusta pena per i mafiosi, come molti pensano, ma una delicatissima misura di prevenzione, come l’ha qualificata nel corso di un’audizione presso la Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. Insomma, una misura da assumere caso per caso, sulla base dell’effettiva e attuale (attenzione: attuale) pericolosità del detenuto. Questo punto è cruciale.

Il regime di 41bis persegue il solo ed esclusivo fine di spezzare ogni legame tra detenuto e organizzazione criminale. Questo è il suo unico scopo. Di conseguenza, quella misura non deve mirare ad alcuna ulteriore afflizione nei confronti di chi vi è sottoposto. D’altra parte, è un provvedimento che tutti i magistrati impegnati nelle indagini sulle mafie reputano irrinunciabile: ma che – a sentire il consigliere Roberto Piscitello dell’Amministrazione penitenziaria – in più di una circostanza ha portato alcuni detenuti a dichiarare gravi disturbi mentali.
Nel marzo scorso, le tre procure distrettuali antimafia interessate (Palermo, Caltanissetta e Firenze) hanno giudicato Provenzano – ormai ottantunenne, gravemente malato, con problemi neurologici che gli impediscono di parlare e di partecipare a un dibattimento – non più in grado di intrattenere rapporti con l’organizzazione criminale.

E, tuttavia, il ministro della Giustizia ha ritenuto di doverlo sottoporre al 41bis per altri due anni, in base al parere espresso dalla Direzione nazionale antimafia. Una settimana fa, a seguito del ricorso dei legali di Provenzano, il Tribunale di sorveglianza di Roma, ha deciso di non decidere. E ha rinviato la valutazione della legittimità a ottobre, quando un altro giudice (il tribunale di sorveglianza di Milano) acquisirà le perizie necessarie per decidere se le condizioni di salute di Provenzano siano ancora compatibili con la detenzione.
O se, invece, non costituiscano un trattamento inumano e lesivo della dignità della persona. Dunque, il regime del 41bis potrebbe essere revocato a Provenzano nello stesso momento in cui potrebbe essergli sospesa la pena per gravi motivi di salute. Pertanto, è solo il pericolo di morte che può consentire la revoca del 41bis a un vecchio e ingombrante capomafia, che fu – indubitabilmente – un efferato e sanguinoso criminale?

Sembrerebbe proprio così, se è vero com’è vero che della sua sorte, finora, si sono interessati solo il figlio Angelo e i radicali di Rita Bernardini e Marco Pannella. Il che mi sembra preoccupante: qui, infatti, non è in alcun modo in discussione il ruolo feroce del boss nell’organizzazione dei grandi delitti di mafia degli ultimi decenni. E nemmeno la sua terribile pericolosità fino a quando è rimasto capace di intendere e di volere.
Qui si discute solo ed esclusivamente di ciò che, di quel crudele criminale, tuttora permane e, dunque, di ciò che quel crudele criminale meriti tuttora di scontare. La mia opinione è che più nulla egli meriti ancora di scontare perché, di ciò che è stato, più nulla gli sopravvive. Ma c’è un’altra domanda che lascia perplessi tanti: ne vale la pena?

O meglio: perché agitarsi per qualcuno che, nella più probabile delle ipotesi, è un superstite di se stesso e che, dopo il tanto male fatto, non sembra proprio meritare alcun bene? La risposta può scontentare ma è semplicissima: per una questione di principio. Innanzitutto, un principio generale, che possiamo definire di filosofia morale: non dobbiamo assomigliare al nostro nemico.

La superiorità giuridica dello Stato di diritto e del suo ordinamento consiste esattamente in questo: nel fatto di essere indipendente da chi lo combatte così nella lavorazione delle leggi come nella fissazione delle pene (e dunque del trattamento dei condannati). Perciò, non si fa influenzare da chi rappresenta la negazione assoluta dei principi che ispirano il sistema democratico, non ne adotta i metodi, non ne utilizza gli strumenti e non ne assume – mai – la ferocia. Se Provenzano venisse sottratto al 41bis e a una carcerazione incompatibile con il suo stato di salute, ciò costituirebbe una vittoria dello Stato di diritto e il vecchio boss sarebbe restituito alla sua attuale e più autentica dimensione: quella di un “simbolo del male” ormai completamente vuoto e ridotto a un consunto reperto del passato.

Il tribunale di sorveglianza di Roma ha rinviato al 3 ottobre prossimo la decisione sulla revoca del 41 bis al capomafia Bernardo Provenzano. In un’ordinanza i giudici fanno sapere che è necessario acquisire “informazioni più dettagliate e precise in ordine alla storia clinica e alle diagnosi relative alle patologie riscontrate a carico del Provenzano, con indicazione degli esami clinici e strumentali effettuati e relativi esiti, soprattutto in merito alle descritte patologie neurologiche”.

“È una decisione pilatesca”, commenta il difensore del boss Rosalba Di Gregorio che, insieme all’avvocato Maria Brucale, ha chiesto la revoca del carcere duro ritenendolo ormai inutile visto che Provenzano non è più capace di intendere e volere e di comunicare.
“Il 3 ottobre – spiega il legale – è la data in cui il tribunale di sorveglianza di Milano dovrà pronunciarsi sul differimento di esecuzione pena, disposto d’ufficio, sulla scorta della relazione del medico dell’ospedale San Paolo in cui il mio assistito è ricoverato. Una relazione in cui si parla chiaramente di incompatibilità delle sue condizioni col regime carcerario”.

“Se a Milano dove si discute della sospensione della pena – aggiunge – un rinvio è sensato, a Roma, dove c’è già tutta la documentazione necessaria, che senso ha?”. Le condizioni di salute del boss mafioso, secondo i medici dell’ospedale San Paolo di Milano, sono in peggioramento. Da mesi il boss, che non si alimenta spontaneamente, assume il cibo tramite un sondino naso-gastrico. Rimedio, per i sanitari, non più utilizzabile: da qui l’indicazione della peg, una tecnica di nutrizione enterale che prevede un vero intervento chirurgico.
“Angelo Provenzano non può esprimere un consenso senza avere fatto esaminare da un suo medico di fiducia il diario clinico del padre – spiega ancora Di Gregorio -. Abbiamo richiesto un mese fa la cartella ma il ministro non ha ancora autorizzato l’ospedale a darne copia all’amministratore”. “Ora – aggiunge – per noi si pone il problema, che sconfina a questo punto nell’etico, di comprendere se dobbiamo considerare questo ulteriore intervento medico una forma di accanimento terapeutico”.

Commenti
2 Commenti a “Bisogna proprio trattare Provenzano in modo inumano?”
  1. Carmen scrive:

    Boh Dio perdonerebbe! Ma quell uomo ormai è finito….

  2. Carmen scrive:

    Boh .. Dio perdonerebbe! Ma .. quell’uomo ormai è finito..

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