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Il bizzoso, ovvero l’autorottamazione di Matteo Renzi

di Christian Raimo

La scissione di Matteo Renzi è l’evento più politicista, pigramente tattico, che si è visto negli ultimi anni di politica italiana, tanto che persino trovare il nome resta difficile (L’Italia del sì? Un’altra strada?) e non esiste nemmeno uno straccio di manifesto che possa corroborarlo, ma solo una canzone di Jovanotti e quattro versi citati a caso di Robert Frost.

In questi anni Matteo Renzi non è riuscito a dare una sostanza di cultura politica alla sua prospettiva di leadership. I suoi libri, i suoi interventi, le sue dichiarazioni ne scarseggiano dall’inizio. La “rottamazione” conteneva in sé una retorica destruens che non è riuscita a completarsi con una costruens che prescindesse dall’azione di governo: le sue metafore sul mettere in gettone nell’Iphone o il suo avvilente programma tv sulla bellezza di Firenze hanno mostrato che non ha passato il tempo del riposo a studiare.

Quello che è rimasto a Renzi è che è ancora abbastanza popolare. Sa usare i social in modo populista, in una versione ovviamente meno trucida di Salvini ma abbastanza speculare: le foto coi figli davanti alle foibe, gli hip hip urrà per ogni successo sportivo, le foto mentre corre mentre il Truce si magna l’amatriciana.

Al contrario di Salvini, questa popolarità, questo populismo, non è detto che corrispondano a un popolo. Il popolo (l’elettorato) che abbraccia Salvini ha una cultura politica; orripilante, ma ce l’ha. Familismo di risulta, razzismo quasi ottocentesco, invidualismo libertarian in salsa cafonissima. Salvini cita a pié sospinto l’ultima Fallaci, quella che in articulo mortis, era diventata una macchietta di livore e xenofobia. Il pantheon di Renzi non è qualificante. Chi ci mettiamo? Jovanotti? Mandela? Antognoni? La classe creativa della Silicon Valley? Michael J. Fox?

Per questa ragione, anche i suoi sostenitori e persino i suoi fan questa mossa lascia perplessi, se non freddi (basta leggere i commenti al post di stamattina: pochi in generale, e davvero pochi gli entusiasti).
L’unica motivazione che l’ha determinata insomma è una reciproca antipatia personale tra una parte del Pd e quell’altra. Figuriamoci: le antipatie sono fondamentali, se la politica è anche passione. Ma le antipatie sono volubili, si disperdono, passano. Un giorno stai simpatico a qualcuno, il giorno dopo gli stai sul cazzo, e viceversa. Il problema è che l’unica continuità che Renzi è riuscito a nutrire è proprio questa: stare sul cazzo alla gente.

La sfacciataggine può andare bene quando è un gesto imprevisto; quando diventa un habitus è soltanto cafoneria, permalosaggione, presunzione, guapperia. E questo, in termini di consenso si paga.
La cosa più triste ancora è la condizione di chi ha deciso di seguirlo: in questi anni la mancanza di cultura politica, l’eccesso di personalizzazione ha fatto sì che non emergesse quasi mai un contrasto delle idee. I “renziani” sono rimasti e stanno rimandendo i “renziani”, un destino se si capisce che in politica le idee valgono comunque più delle persone.

Ciò che resta di questa piccola sceneggiata politica di estate finita è la sensazione di qualcuno che interpreta il conflitto politico sempre come bizza. A quel punto lì il senso di vincere o perdere, arrendersi o rilanciare, eccetera non ha nemmeno più sugo.

Commenti
7 Commenti a “Il bizzoso, ovvero l’autorottamazione di Matteo Renzi”
  1. Federico De Marco scrive:

    Mi piace, una analisi ancora elementare ma interessante.

  2. Axel Shut scrive:

    è anche l’evento più scontato di questi anni, Renzi o comanda lui o frigna perché vuole comandare, del nuovo partito non potrà che essere segretario/presidente a vita, come Berlusconi in Forza Italia
    alla fine il PD gli ha fatto solo da taxi, è stato 3 anni al governo grazie ai voti presi da Bersani e al governo già messo in piedi da Letta, ha perso tutto il perdibile, portato al disastro del 17%, portato al governo gialloverde con la sua politica dei popcorn, adesso sceglie di essere l’Alfano di questa legislatura (speriamo faccia la stessa fine)
    purtroppo i maggiori responsabili di questa situazione sono gli elettori del PD che gli hanno fatto vincere le primarie per ben due volte, la seconda dopo il disastro del referendum

  3. Elena Grammann scrive:

    Speriamo faccia la stessa fine. Sottoscrivo.
    Che tristezza.

  4. Andrea Pannitti scrive:

    Il punto centrale, a mio parere, sta nel concetto che a prevalere siano i protagonsti sulle idee, la leadership sulle proposte.
    Questa concezione, profondamente inconciliabile con una qualsiasi visione (anche annacquata) di Sinistra, è il nucleo fondante dell’idea politica di Renzi e di coloro che lo appoggiano… In quest’ottica si nutre l’insofferenza al dibattito travestita da pragmatismo, la ricerca della massima efficacia a discapito della coerenza e della trasparenza.
    Il conflitto politico diventa bizza in questo quadro e non per una semplice (e magari anche presente, non lo nego) venatura caratteriale.
    A mio avviso il problema di Renzi non è tanto l’antipatia, quanto il credere, ancora oggi, che una proposta riformatrice ed egualitaria possa essere promossa dall’uomo forte. Questo è anche il problema di chi Renzi l’ha coltivato e proposto come leader.

  5. Federico Gnech scrive:

    Faccio autocritica come Rubashov: confesso di aver puntato su Renzi, almeno alle primarie del 2013, e condivido in parte ciò che scrive Raimo. Mi permetto comunque di fare un paio di osservazioni.

    Sui riferimenti politico-culturali: Renzi ha studiato La Pira e l’ha citato anche spesso – che poi ne abbia seguito le orme è un altro paio di maniche… – ma oggi non servono riferimenti alti per cercare consensi. Sono anzi forse controproducenti. Non so se Raimo vuol provare a chiedere ai suoi studenti chi era Giorgio La Pira…

    Sulla sfacciataggine: sicuri che agli italiani non piacciano i guappi, che non amino l’uomo forte, che non siano dei drogati di carisma? E come si spiegano i consensi di quell’altro Matteo? Attenzione, perché la questione dell’odio sproporzionato e assolutamente trasversale che Renzi ha accentrato su di sé in questi pochi anni non è scontata e non si spiega col solo dato caratteriale.
    Fateci caso, pur con tutte le ambiguità sulla questione dei migranti – condivise con gran parte della classe dirigente PD non renziana e in effetti anche con settori della residua sinistra di classe – Renzi per metà degli italiani rimane quello che “ci ha riempito di negri”. Ma la questione umanitaria non è nemmeno la chiave principale per capire quest’odio. Quello che fa la differenza, l’unica vera novità del discorso renziano è il dichiarato disprezzo per lo status quo dell’italia repubblicana, per quell’inestricabile intreccio di interessi più o meno legittimi sopravvissuti in gran parte alla fine del consociativismo. Quando dici di voler rivoluzionare il welfare – in modi mai chiariti veramente – la gente comprensibilmente si spaventa. E parlare apertamente di privilegi e di “garantiti” – ancora limitandosi al livello retorico, senza precisare mai le proprie strategie – in questo paese corrisponde a una chiamata a correità di tre quarti della popolazione, dal boiardo delle partecipate con tre pensioni al sottoproletario che vive una vita da bestia ma abita nella casa popolare a 30 euro al mese. È così che ti fai odiare, e non basteranno poi le tirate populiste in cui contrapponi “l’italia che si alza alle sette” alla casta della politica, non basteranno gli infiniti compromessi. La parabola di Renzi era già scritta all’inizio, in questo senso.

    Ultimo punto, la responsabilità della nascita del governo gialloverde: la responsabilità dei governi è solo di chi li fa, e semmai ad aver spianato la strada alla destra peggiore sono stati tutti quelli che hanno trasformato il referendum di tre anni fa in una crociata.

    In ogni caso, ora che Renzi se n’è andato da un partito che peraltro Raimo ritiene invotabile, potremo finalmente farla finita con quest’ossessione?

  6. sergio falcone scrive:

    Renzi non mi riguarda. E nemmeno il PD. Questioni interne a un raggruppamento stalinista, il PCI, che dopo aver distrutto la Sinistra rivoluzionaria, si è suicidato eticamente e politicamente diventando neoliberista.

  7. Marcello Luberti scrive:

    Trovo discutibile ma legittimo che si parli di politica o uomini politici su un sito dedicato alla letteratura e a questioni artistiche. Un sito che saltuarimente consulto e da cui traggo belle indicazioni.

    Mi sembra squalificante che se ne parli in termini semplicistici e un pò triviali.

    Anche su questa materia sarebbe bene pubblicare riflessioni un pò approfondite e non fare da megafono ad argomentazioni (!) da uomo della strada.

    Ne va della reputazione del sito e influenza la percezione di serietà che possono avere i suoi frequentatori

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