Blade Runner 2049

Blade Runner 2049: Casa ricordi

Blade Runner 2049

di Rosario Sparti

“We look at the world once in childhood.
The restismemory.”
Louise Glück

Piove. Io e mia madre ci stiamo tenendo per mano. Scendiamo una scalinata che porta verso il centro storico di una città dell’ex Jugoslavia; precipitosamente stiamo cercando di tornare al nostro albergo. Un’anziana signora ci osserva affacciata a un balcone, poi tutto di un tratto appare davanti a noi e offre il suo ombrello per ripararci dalla pioggia. Mia madre accetta di buon grado. Sta piovendo intensamente, una pioggia talmente fitta da rendere invisibile ciò che ci circonda. Eppure, scalino dopo scalino, continuiamo a scendere. La scalinata sembra infinita ma siamo contenti: ci guardiamo negli occhi e sorridiamo.

A distanza di tempo questa scena di tanto in tanto mi ritorna in mente. Avrò avuto cinque o sei anni quando ho visitato quei luoghi però solo di recente, spaventato dall’idea che fosse una fantasticheria, ho trovato il coraggio di chiedere ai miei genitori di quel viaggio: non sapevano di quale città stessi parlando, probabilmente Dubrovnick oppure Spalato, invece si ricordavano di una tremenda giornata di pioggia. E se la lunghezza di quella scalinata è stata certamente esagerata dalla prospettiva del bambino, e gli eventi che hanno generato quell’immagine forse sono stati alterati dalla memoria, ormai quell’istante del passato fa parte di me.

Potrebbe essere il ricordo di un ricordo, non importa, contiene una sensazione di conforto che fatico ad allontanare. Siamo fatti della somma dei ricordi che negli anni abbiamo raccontato a noi stessi: ci fanno sentire meno soli, rievocano la sensazione di essere stati amati.

Ma è davvero importante che un ricordo sia stato realmente vissuto? Blade Runner 2049 sembra dirci di no. Anche se non è reale, anche se non appartiene alla nostra esperienza sensoriale, c’è una ragione se un ricordo si trova nella nostra mente. Fa parte integrante della nostra identità. È ciò che ci definisce e rende quel che siamo. Le reminiscenze non sono file salvati in archivi e immutabili nel tempo, sono storie che si scrivono giorno per giorno seguendo la fantasia del Sé narratore, sceneggiature per film da proiettare nella mente.

D’altronde, la memoria è il materiale cinematografico per eccellenza, adatta a essere modellata a piacimento per raccontare una storia nella versione che preferiamo, secondo prospettive che divergono (Rashomon) oppure si sovrappongono (Hiroshima Mon Amour), assemblando frammenti da interpretare (La Jetée) o presentando rivelazioni in grado di sconvolgerci la vita. Così, allo stesso modo di Rosebud per Charles Foster Kane, in Blade Runner 2049 un cavalluccio di legno è il simbolo di un ricordo persistente che diventa un’ossessione per K, un detective cacciatore di replicanti che finisce per interrogarsi dolorosamente sulla propria natura. Perché un dubbio coltivato nell’interiorità all’improvviso si palesa ai suoi occhi come segreto da custodire: l’essenza della sua persona si nasconde nel ricordo di quel che è stato. Poco importa che quel ricordo sia prefabbricato, trapiantato nella sua memoria come accade per ogni replicante. La sua infanzia gli sussurra che potrebbe essere quasi umano. Potrebbe avere un’anima.

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Nel cortometraggio Black Out 2022, che ha anticipato l’uscita in sala di Blade Runner 2049, abbiamo assistito al clamoroso blackout che nell’universo del film ha causato la perdita di tutte le informazioni digitali; qualunque dato che era stato salvato su dispositivi elettronici è scomparso o rimasto danneggiato dopo l’arrivo di questa sorta di Millennium Bug. Ogni ricordo dei replicanti è stato compromesso. Tutta la memoria digitale del mondo è stata cancellata, i frammenti rimasti conservati in teche. Pensate se la stessa cosa accadesse nel nostro mondo.

Un ricordo assume valore solo quando possiamo riconoscerlo, raccontarlo a noi stessi o agli altri, andargli incontro nel tentativo di rivivere per l’ennesima volta quell’esperienza; e a quel punto riconoscere noi stessi provando un dolce sollievo. È questo che ci aiuta a sopravvivere. Ed è questo che spinge la dottoressa Ana Stelline, la madre dei ricordi dei replicanti, nella sua faticosa attività creatrice così vicina al lavoro di Dio: confinata dentro una camera sterilizzata a causa di un disturbo del sistema immunitario, costretta a produrre in serie flashback fantastici, da vera narratrice della storia progetta nuovi ricordi per vivere emozioni reali e ricordare a se stessa che è viva.

Pur consapevole dei rischi dell’autoinganno, Ana, per cercare di dare un senso all’esistenza dei replicanti e anche alla propria, utilizza la sua fantasia e i ricordi vissuti da qualcun altro, persino le memorie tormentate di bambini asserviti al lavoro in fabbrica (gli stessi ragazzini che interrogavano moralmente lo sguardo dello spettatore nel prologo di La donna che canta?) . La fuga è impossibile per lei – reclusa nel suo mondo – e per K – succube della sua natura di replicante – ma per entrambi la sopravvivenza proviene dalla nostalgia di un momento che presumibilmente non hanno mai vissuto. Lo sanno bene gli uomini del 2049, che usano quest’arma per ammansire i replicanti e renderli la miglior forza lavoro possibile. Esseri incapaci di sognare una rivoluzione, schiavi dei ricordi di un passato che finisce per renderli schiavi di loro stessi.

“Beh, in quel momento io sono stato felice. E non ho tanto desiderio di tornare nel ventre materno, e tutte quelle storie, no. Però di tornare lì, me bambino, con quelle due borse a tracolla, sì. Certo, per tornare lì devo passare di là.”, affermava inquieto Michele Apicella rievocando la sua sgradita infanzia sportiva in Palombella Rossa. Una forma di regressione che non è semplicemente “nostalgia dell’infanzia”, secondo le parole di Emiliano Morreale, bensì lo “strazio di un presente che si vive senza coscienza e dunque senza memoria”[1]; per questa ragione – al fine di sottrarre i replicanti dall’ansia divorante di una vita senza passato e confondere il loro senso di realtà –che la Tyrell Corporation prima e poi la Wallace Corporation hanno regalato ai Nexus un archivio di memorie irreali.

Come suggeriva Blade Runner, i ricordi sono il fulcro dell’esistenza: senza memorie, il presente è incomprensibile; ed è questa la giustificazione che fin dall’inizio ha motivato le azioni delle due società, entrambe interessate a trasformare i ricordi in uno strumento di controllo allo scopo di poter governare meglio. Si tratta d’illusioni che procurano un facile appagamento, in grado di placare l’insicurezza e far disinteressare al futuro, una bolla oppiacea che ricorda da vicino la vita di chi nel 2017 si rifugia nel tepore di uno ieri idealizzato.

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A differenza del film di Ridley Scott, Blade Runner 2049 difatti non guarda al futuro ma riflette il contemporaneo: un oggi che ha le sembianze di un polveroso, consolante passato. Lo fa attualizzando le tematiche del suo predecessore, senza cadere nel trabocchetto della rievocazione nostalgica di cui invece mette in luce le ombre;la rappresentazione di Las Vegas come città dei ricordi ancorata ai favolosi anni ’60, palcoscenico di sogni spezzati e amori perduti, è la testimonianza dello sguardo disincantato di Villeneuve.

Il film è un lento climax, in cui K cerca se stesso tra le pieghe di un ricordo lontano, che trova il suo apice nel ritrovamento di un uomo apparentemente scomparso,in realtà nascosto tra simulacri e fantasmi del tempo che fu, costretto all’isolamento come Ana Stelline per proteggere se stesso e conservare la speranza di un nuovo domani. Qui sta la differenza tra lui e gli altri: non è schiavo dei ricordi, non gli basta il conforto della voce di Frank Sinatra per lenire il suo dolore, perché conosce la differenza tra uno sguardo sincero e uno privo di anima. Può gridare di sapere cos’è reale e cosa non lo è, ma anche lui sa che per tornare lì deve passare di là.

Nel mondo post-apocalittico descritto dal regista canadese, popolato da individui solitari che vivono rinchiusi nei loro appartamenti, ogni pubblicità assicura gioia e piacere; gli abitanti della Los Angeles del 2049 sono sommersi da promesse di questo genere. In un mondo simile, manovrato dalla menzogna, è dura guardarsi dentro e riuscire a riconoscere che la propria vita è distante da qualsiasi forma di autenticità. “Comunque sei stato fortunato, comunque quella donna fa parte di te, del tuo passato. Pensa se invece ti fosse apparso qualcuno che non avevi mai conosciuto, ma solo pensato, immaginato.”, si diceva in Solaris.

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E così neanche l’amore di Joi, ologramma “umano più di un umano” programmato per soddisfare tutti i desideri, pare essere sufficiente per placare il tormento esistenziale di K.Sono ormai lontani i baci romantici tra Deckard e Rachel. Ora la pioggia è diventata neve. Tutti i ricordi sono falsi, eppure tutti i ricordi contengono una verità. Ciò che conta è poter percepire al loro interno qualcosa di autentico. “Siamo tutti alla ricerca di qualcosa di reale”, dice il tenente Joshi a K, svelando una fragilità interiore che non conosce distinzioni di alcun tipo,  da quell’istante inizia per il replicante un viaggio verso la ricerca della sua verità. Qualunque essa sia. Non resta dunque che metterci in cammino alla ricerca della nostra verità.

Da qualche giorno ho iniziato a cercare su Google Maps quella scalinata discesa con mia madre. Non l’ho ancora trovata.

[1] Emiliano Morreale, L’invenzione della nostalgia: il vintage nel cinema italiano e dintorni, Donzelli Editore, p.179

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