Blog, riviste e siti letterari: il dibattito culturale in Rete
Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Miler Lagos.)
“L’ascesa dei blog letterari danneggia la letteratura e rischia di abbassare il livello della critica”.
A parlare è sir Peter Stothard, direttore del «Times Literary Supplement» e presidente di giuria del prossimo Man Booker Prize. Riportata di recente dall’«Indipendent», la dichiarazione ha scatenato oltremanica le polemiche di rito sul dilettantismo digitale. “È bello che in giro ci siano tanti book blogger”, ha continuato Stothard, “ma essere un critico è diverso dal limitarsi a condividere dei gusti. Non tutte le opinioni hanno lo stesso valore”. Il problema è che Stothard è a propria volta un blogger, e qualche tempo fa un suo avatar incontrava Lara Croft in una special edition di Tomb Rider messa a punto dalla Core proprio in accordo col «Times».
Al netto delle contraddizioni che erodono sempre più velocemente la membrana tra carta e web, se volessimo far nostre le accuse di elitismo che il mondo della Rete sta rivolgendo a Stothard, potremmo dire che in Italia – dove il mondo vive spesso rovesciato – è vero anche il contrario. Non di rado da noi le riflessioni più raffinate sui libri, le discussioni più lunghe e articolate sull’industria culturale, i giudizi più appassionanti e disinteressati sulle ultime uscite sono on line. E spesso a firma di addetti ai lavori che guardano con disagio non solo i condizionamenti della carta stampata, ma anche le posizioni di rendita da cui la critica tradizionale rischia di peggiorarsi con le proprie mani.
È vero che la Rete è il regno di populismo, delazione e insulto in progress, eppure nei dotti periferici di questo V cerchio sta guadagnando spazio un’aristocrazia senza terra da cui molti critici avrebbero qualcosa da imparare per venir fuori dalle posizioni di minorità in cui hanno contribuito a farsi mettere. Se in Italia la critica si lamenta infatti di qualcosa, non è di internet (mondo che non di rado ignora) ma della propria perdita di influenza da imputare allo show business risalito fino alle terze pagine. Si valorizzerebbe ciò che si vende a chilo, e nell’abbraccio tra editori e organi di informazione resterebbe schiacciato proprio il pensiero critico. Il che è vero fino a un certo punto. O meglio: sarebbe vero se a essere sacrificata fosse una critica in splendida forma. Cosa che spesso non è.
Nessun intellettuale di valore si lascia scoraggiare dalle condizioni sfavorevoli per inseguire con meno ambizione i propri demoni. Bulgakov non avrebbe scritto Il Maestro e Margherita sotto Stalin, Gramsci i suoi Quaderni, per non parlare di come ha rifondato la teoria del teatro un grande emarginato al laudano di nome Artaud. Ecco, se il pensiero critico italiano avesse prodotto di recente – pure in cattività – il proprio Canone occidentale, la propria Menzogna romantica e verità romanzesca o anche il proprio Grado zero della scrittura sono certo che, rigenerati dall’ossigeno che ne sarebbe entrato, per un quarto d’ora ci saremmo disoccupati della pur triste dittatura delle classifiche. La banalità del fatturato si combatte a colpi l’eccellenza. Ma questo è accaduto poco. E nei rari casi in cui – con responsabilità e scarso senso del protagonismo – la critica ha lavorato duramente sul territorio, i risultati si sono visti. Penso ai quindici anni della rivista «Lo Straniero» che hanno contribuito a portare allo scoperto, quando ancora se ne occupavano in pochi, nomi come quelli di Gipi, di Saviano, di Garrone, dei Motus, della Socìetas Raffaello Sanzio e così via. Ma al di là di altri sforzi irrituali (le Classifiche di qualità di Pordenonelegge o la rinascita di Alfabeta, i cui frutti più maturi aspettiamo al varco) ho l’impressione che a volte il mercato sia stata la scusa perfetta per rassegnarsi a recensire libri in batteria, con una lingua media se non sciatta, poca voglia di avventura intellettuale e molta scuola del risentimento a zavorrare i pensieri.
Nella Rete che funziona sta accadendo il contrario. Sui giornali la critica all’industria culturale si riduce al corsivetto rancoroso? Ecco che Helena Janeczek e Andrea Inglese su Nazione Indiana si prendono il lusso (e la fatica) di dedicare all’argomento una lunga e complessa inchiesta a puntate che coinvolge scrittori, critici, sociologi, editori. Il Premio Strega è occasione di scontro tra eminenze gallonate dove il “meccanismo” si scambia di continuo il posto d’onore con il gossip? Ecco che 404 File Not Found (blog di un gruppo di universitari senesi) dedica allo Strega una sezione in cui, con disarmato spirito di servizio, si parla solo di ciò che dovrebbe contare – i libri in concorso – magari per promuoverne uno su dodici e non occuparsene più. E cosa dire del dossier (oltre 180 articoli) sull’Unità d’Italia messo on line da DoppioZero? E della serie in nove puntate sulla cattiva eredità di Guy Debord ospitata da minima&moralia? E del fatto che a volte persino le riflessioni di non addetti ai lavori (ma lettori fortissimi) su social network come anobii mostrano più competenza, padronanza linguistica e capacità di mettersi in gioco rispetto a chi, da critico, si autoretrocede a cottimista anziché tentare la via di una felice clandestinità?
Sarà la libertà che si respira in Rete, capace (quando si parla di libri) di fortificare i talenti e squalificare chi è sprovvisto di un Super-io o di grammatiche adeguate. È un fatto però che sui migliori blog letterari i libri vengono affrontati evitando certi difetti endemici della critica istituzionale (anche selezionando il meglio di ciò che esce su carta). Farò qualche esempio. La lettura di un buon libro dovrebbe rappresentare anche un’esperienza: se ciò che sta tra copertina e quarta fosse già compreso nella filosofia dell’Orazio di turno, a che servirebbe anche solo aprirlo? Eppure trovare una recensione istituzionale che testimoni il minimo spostamento di sguardo conseguente alla lettura è impresa ardua. Allo stesso modo è raro trovare recensioni in cui non si prendano i libri come congegni da misurare (qui funziona e qui no), ma si indaghi la loro forza trasformativa nel mondo che li circonda. Così, mentre la critica ufficiale parla molto di sé, lamenta la condizione di nani sulle spalle di giganti in cui verseremmo o rivendica un ruolo creativo di cui poi non offre prova (quando Lacan risulta meno oscuro di certe recensioni concludo ormai che queste ultime sono solo scritte male), mentre mette in fuga lettori per l’aria di regolamento di conti che non di rado lascia traspirare, laggiù, nel cyberspazio, si continua a discutere con molta libertà e competenza (pezzi lunghi, articolati, stroncature e coraggiosi inviti alla lettura) dell’ultimo romanzo di Walter Siti, di come Bolaño e Foster Wallace offrano al mondo nuovi schemi percettivi, della difficoltà di ricondurre Reality di Garrone a un’unica interpretazione.
Ma al di là delle perplessità di Peter Stothard, la Rete per le lettere sta diventando un’oasi sempre più preziosa in ogni angolo del mondo. Basti pensare a La république des livres del critico, scrittore e giornalista francese Pierre Assouline. In teoria si tratterebbe di uno dei tanti blog ospitati dal sito di «Le Monde», di fatto è seguitissimo con una media di 15.000 visitatori al giorno. E cosa dire del blog del «New Yorker», dell’influente e ormai autorevole Bookslut, o di Elegant Variation del blogger diventato poi scrittore Mark Sarvas (in Italia lo pubblica Adelphi), definito dal «Guardian» come uno dei migliori spazi dedicati alla letteratura da visitare on line?
Il ruolo dei mediatori resta fondamentale. Solo: i più bravi non si formano e non agiscono più soltanto nei luoghi in cui fino a dieci anni fa ci si sarebbe aspettati di trovarli. E se la Rete non è certo Boring Machines o Le parole e le cose (per citare altri due blog molto raffinati) ma soprattutto un territorio selvaggio dove l’analfabetismo di ritorno ingrossa la marea, ricorderò che i più avvertiti reagirono alle invasioni barbariche dando alla luce Venezia.





L’analfabetismo di ritorno potrebbe però essere solo qualche errore di battitura. Scrivere a computer è diverso che scrivere a penna. Un blog tecnicamente è una stanza di chat, perciò il blog è una chat. Quando si lascia un commento su un blog si sta chattando. Sì, sono in molti che per non sfigurare scrivono un commento su un foglio word, lo controllano e ricontrollano e lo postano. A me fa un po’ sorridere, anche oggi, dopo tanto tempo. Mi sembra che si prenda tutto troppo importante – ci vedo anche un pizzico di disperazione, per la verità. Poi ci sono quelli che non sbagliano una virgola, sono macchine. Bisogna dire che ci vedono anche bene, hanno una buona vista. Prima di stabilire se si è sia o meno in presenza di un errore di “ortografia”, comunque, va valutato che battere a macchina non è scrivere con la penna. Al Liceo avevo otto d’italiano, l’unica cosa sicura per me era ricevere indietro il foglio pulito – anche con qualche segno rosso – ma mai errori di ortografia. Quella era la base. Ho scritto a macchina e adesso uso il computer. Sono esperienze molto diverse. Molto diverse. A volte commetto errorei marchiani. Anche perché scrivo molto, e molto velocemente – e questo significa che la mente passa in rassegna velocemente tutte quante le regole. E’ faticoso, scrivere.
Poi va anche detto che quando si lascia un commento sul blog di altre persone, be’, lì ci si affida al gestore del blog. Il quale potrebbe, in via puramente teorica, alterare i commenti, inserire qualche errore di proposito. E’ una possibilità.
scusa, Marco, ma non è che hai sbagliato pezzo da commentare? Non si capisce niente…
Carico di spunti, come sempre. Quello che ancora non capisco, da lettrice convulsa e senza briglie (professionali, etiche, accademiche) è su cosa mai dovrebbe poggiare i piedi un critico, oggi, a voler essere d’aiuto, veicolo, catalizzatore della buona letteratura. Sulla tecnica? Sul contenuto innovativo? Sulla carica emozionale di un testo? O su cosa? E soprattutto, la letteratura ha davvero bisogno di un apparato critico, al di fuori dello studio?