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Blu. Yves Klein a Milano

IMG_7620di Leonardo Merlini

Il nuotatore a quel punto esita.

Ha attraversato le piscine e gli steccati di John Cheever, ha scavalcato i decenni, pensando a quando, finalmente, si sarebbe potuto fermare, trovando una poltrona Chesterfield marrone, consunta ma confortevole, accanto a un tavolino che sorregge un bicchiere, basso, rotondo, colmo di whiskey fino poco sopra la metà, uno Scotch per la precisione, da gustare con dei piccoli pezzi di cioccolato fondente mentre fuori si manifesta la prima nebbia e il mondo, lentamente, pudicamente, si ritira in disparte. Ha pensato a lungo a questo momento, se lo è immaginato nel freddo dei primi tuffi, quando il suo corpo esplodeva in una serie di scintille segrete e il respiro andava spegnendosi lungo l’esofago irritato. Ha tentato di convincersi, in certi momenti particolarmente buoni, che l’obiettivo non fosse distante, ha vissuto di questo ottimismo in fondo immotivato, per lunghe ore di bracciate e corse, cullandosi nell’idea che prima o poi tutto sarebbe finito (un pensiero che conteneva in sé la sua stessa distruzione, poiché era chiaro a noi, ma non al nostro nuotatore, che se il suo peregrinare si fosse interrotto si sarebbe concluso anche il suo racconto, e quindi, semplicemente, sarebbe arrivata, per lui, niente di meno che la fine del mondo, l’Apocalisse… Un pensiero che può essere consolatorio per tanti aspetti, ma sulla cui natura di evento radicale e definitivo non ci è dato sollevare obiezioni).

Ma ora questo.

Non se lo aspettava, è disorientato. Cerca di regolare il respiro, sperando, in tal modo, di dare più coerenza al proprio spaesamento, che, per il momento, continua a sopraffarlo, neanche si trovasse davanti alla prima manifestazione di quello che diventerà poi un dopo sbronza colossale, violento e imprendibile. Sente il sudore raffreddarsi sul labbro e sulla schiena, sente salire il pensiero della paura, prima della paura stessa, che arriverà più tardi e sarà intensa, carnale. È completamente terrorizzato, ma in questo terrore (perché è un personaggio letterario e deve farlo) coglie anche un’ombra di possibilità, il riflesso quasi invisibile di una pallida costellazione sulla superficie dell’Oceano in burrasca. Una possibilità che è necessariamente indistinta, che non può non essere generica, pena la perdita della propria labile, misteriosa esistenza.

Allora, con rassegnazione, sente di nuovo tendersi i nervi, sente il sangue tornare a irrorare i muscoli, che vibrano di una eccitazione profonda, il suo cervello, nei meandri non coscienti, ritorna a una scena di sesso del passato, sente i piedi della ragazza, vede le incertezze della pelle del suo collo e le tracce azzurro tenue delle vene sulle sue gambe. L’energia risale lungo i suoi fasci neurali, sempre più veloce, sempre più molecolare nella sua assurda e irrevocabile decisione. Una frazione di secondo dopo, il nuotatore sa di stare per lanciarsi in quella piscina densa di blu oltremare.

Il tuffo è, contro ogni previsione, semplice.

La gestualità, ormai collaudata, del nuotatore si replica come nelle altre occasioni. Certo, l’uomo varia sempre alcuni dettagli della postura o modifica l’inclinazione della testa, ma nel complesso un occhio non specialistico non coglierebbe sostanziali differenze tra i diversi ingressi del nuotatore nelle tante vasche che ha attraversato (cosa che fa di lui un personaggio universale, non vero, ovviamente, ma talmente plausibile da renderlo, sotto certi punti di vista, più convincente della realtà comunemente percepita, e quindi pronto a essere accettato dalle nostre sinapsi come corrispondente a un’idea interiore di verità. Sia detto per inciso: questo aspetto gratifica noi lettori, ma per lui, per il nuotatore, rappresenta la definitiva condanna alla follia, inevitabile, come chiaramente sapeva il capitano Achab, che pertanto ha conformato i propri atteggiamenti, con spirito evidentemente creativo e consapevole, a questo soverchiante e manifesto destino impostogli da Melville, e a quest’ultimo a sua volta imposto da un demone di livello superiore, e via così, quasi all’infinito).

I problemi cominciano poco dopo, insieme al palesarsi di una possibilità di euforia. Il nuotatore non si stupisce per questa apparente contraddizione percettiva, ci è abituato, sa che succede sempre così, l’euforia è solo un’allerta, il momento di calma immobile e perfetta che anticipa l’esplosione, la bellezza stupefacente di un grande vetro l’istante prima di andare in frantumi sotto i colpi di un’ascia. E così, quando la densità di quel mare blu comincia a pesargli sulle braccia in maniera inusuale, quando nella bocca inizia a percepire qualcosa di solido, di metallico e al tempo stesso morbido, quando il colore diventa prima l’unica cosa che distingue e poi l’unica cosa che esiste nel suo universo, allora il nuotatore smette di capire, decide di smettere di capire e si limita a essere parte del blu, della sua asperità, della sua tangibilità. Si muove un’ultima volta, cercando di scendere ancora più in profondità nel pozzo che ha imboccato. Vuole che la superficie sopra di lui, il cancello che ha attraversato per arrivare fino a qui (e se potesse penserebbe al viaggio dell’astronauta Bowman in 2001 Odissea nello spazio, ma non può farlo, il blu ha già assorbito tutto di lui), si richiuda completamente, vuole che dall’esterno (per quanto lui sappia con chiarezza che non esiste nessun esterno, ma la sua coscienza a questo punto si trova su un altro livello quantistico, dal quale noi siamo necessariamente esclusi) non si colga più alcun segno del suo passaggio, vuole che il mondo torni alla quiete. Inconsapevole, falsa, rassicurante. La nostra quiete.

Lui ormai è per sempre laggiù.

Il pigmento puro è diventato il suo Dna, lo ha divorato gentilmente, lo ha creato una seconda volta, lo ha ucciso e lo ha risorto. La religione non c’entra, lui lo sa. Di questa storia non parlerà nessuno, il culto sarà totalmente fuori discussione. C’era solo una vasca e lui ci si è buttato. Nessuna metafora e nessun messaggio. Lui è un nuotatore, ha fatto quello che sapeva fare. E adesso, nel cuore del luogo dove si è spinto, vede Yves Klein giocare con il fuoco. Dire che non se lo aspettava sarebbe una bugia, ma nel blu le bugie, in fondo, non esistono o, meglio, sono, come ogni differenza, irrilevanti.

Fuori, lontanissimo, il neon sul soffitto continua a splendere ghiacciato sopra l’oltremare.

 

Questo racconto immagina che il nuotatore protagonista dell’omonima short story di John Cheever si trovi di fronte alla superficie blu dell’opera “Pigment Pur” di Yves Klein, un vasto rettangolo di materia sabbiosa dell’inconfondibile colore International Klein Blue, esposto al Museo del 900 di Milano in occasione della mostra “Klein Fontana – Milano Parigi 1957 1962”. L’opera dell’artista francese, celebre per i suoi quadri monocromi ma anche per le sculture di fuoco, è collocata nella Sala Fontana del Museo e sopra di lei brilla il magnifico neon “Soffitto spaziale” di Lucio Fontana. 

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