Foto 1 Capello Dylan 2018

Bob Dylan e l’epos del Novecento

di Teresa Capello

Bob Dylan ha ripreso il suo “Never Ending Tour”:  è tornato in Italia dopo tre anni, nel mese di aprile,  e poi – per tutta l’estate 2018 – resterà in Europa. È stata proprio questa nostra vecchia Europa a riconoscere al grande musicista di “aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”: che piaccia o meno, come al solito per ponderata scelta dei Maestri del Premio Nobel nel 2016.

Il vecchio Occidente, ormai al tramonto, deve insomma aver avvertito che in quest’uomo, nella sua musica, nel suo pensiero poetico, c’era qualcosa di fondamentale. Certamente non solo per riconoscere la “canzone americana”, ma – per spingere ad uno scarto così importante rispetto alla stessa consuetudine del premio –  deve essere stata riconosciuta la matrice stessa della propria identità culturale. A margine di alcune polemiche, annoto qui che tendo a dubitare seriamente che un Nobel alla Letteratura possa non avere motivazioni fondate mentre risulta più che tangibile il legame dell’Europa del XX secolo con gli USA – federazione prima propaggine dell’Occidente, poi colonizzatrice della sua stessa matrice – come un vincolo ad un vero e proprio cordone ombelicale.

Negli ultimi anni del XX secolo, a partire dal 1986, tra i criteri orientativi dell’assegnazione del premio c’era stato il contesto della “literature of the Whole World”, un tentativo di portare avanti in un orizzonte internazionale: si legge infatti “…it was an attempt to understand and carry out Nobel’s intentions. His will had an international horizon, though it rejected any consideration for the nationality of the candidates”.

Nella motivazione di questo Nobel però c’era invece, molto probabilmente, non solo un “orizzonte internazionale”, bensì piuttosto ‘opposto, ovvero la radice di qualcosa di fondamentalmente europeo. Una questione insomma di “generi letterari”, così come Lui stesso, nel discorso pronunciato otto mesi dopo, ha ribadito, citando, tra i testi della tradizione letteraria del Mediterraneo, proprio l’Odissea, anche nella chiosa, essa stessa musicale ad arte.

Con il Nobel Prize a Bob Dylan, pare dunque che il XX secolo si sia consegnato – per trovare riconoscimento della propria identità estetica – sul finire del primo ventennio del XXI –  ad un genere nuovo, quello della musica popolare: per certi versi, come vorrei cercare di sottolineare, –riprendendo, ancora una volta, le parole dello stesso musicista – un genere nuovo che  è imprescindibilmente da riconoscere nello sguardo estetico sul Novecento, ma, per i suoi presupposti legati alla percezione ed al sentire dei popoli, risulta affine all’epica antica. Un’epica del XX secolo.

Negli otto mesi di tempo che sono intercorsi tra il premio ed il discorso, Dylan ha pensato a lungo alla motivazione del riconoscimento. E così, nel video, ha esordito:

When I first received this Nobel Prize for Literature, I got to wondering exactly how my songs related to literature. I wanted to reflect on it and see where the connection was. I’m going to try to articulate that to you. And most likely it will go in a roundabout way, but I hope what I say will be worthwhile and purposeful.

In un primo momento, quando ho ricevuto questo Premio Nobel per la Letteratura, ho sentito di dovermi chiedere nel modo il più chiaro possibile che relazione avessero le mie canzoni con la letteratura. Volevo rifletterci su un po’ e vedere quale fosse la vera connessione. Sono qui ora per provare a spiegarvi le conclusioni cui sono giunto. E più precisamente la prenderò un po’ alla larga, ma spero che quel che sto per dirvi sia utile e volutamente esplicito.

Nel video (diffuso il 5 giugno 2017) compaiono però, per così dire, sia Bob-Robert che Dylan-Zimmerman. Bob-Robert è l’uomo di 76 anni, che conserva, sulle rughe millimetriche, la traccia della sua natura ironica e sanguigna e, con la voce, ti prende, con quella voglia di raccontare in musica che l’ha animato da sempre e che lo ha rimesso in tour, senza che sia trascorso neppure un anno dal discorso che l’altro – Zimmerman-Dylan (o forse oramai Dylan–Zimmerman, perché l’artista comprende in sé la Persona) – ha tenuto abilmente, con vera e propria arte retorica.

Zimmerman-Dylan infatti non parlava tanto da menestrello quanto come Nobel Prize Man, ora per sempre inscritto nella Storia del Premio, nella storia del Novecento. Quando Zimmerman, con le sue radici familiari ucraine, turche ed ebraiche, parla davanti ad una telecamera che lo riprende, son già passati 240 lunghi giorni dal comunicato del 13 ottobre 2016 e sei mesi dalla consegna a dicembre:  consapevole delle altre tre precedenti candidature, egli ricorda bene il Pulitzer, ricevuto nel 2008; sa pure di essere stato posto da “Rolling Stone” come secondo in classifica dopo i Beatles in quanto a grandezza; non dimentica neppure l’Oscar per la Colonna Sonora di “Wonder boys” nel 2001.

Quello pseudonimo che egli scelse ora però lo distanzia, come uomo, dalla portata della sua arte. Robert Zimmerman ha creato Bob Dylan, gli ha permesso di incarnare tante generazioni che in lui si sono riconosciute ed ancora si riconoscono.

Foto 3 capello Dylan 2018

Dylan-Zimmerman però sa bene quanto è importante quel momento, proprio per tutti coloro che lo hanno amato, per coloro che lo amano e lo ameranno, riconoscendogli quell’arte che – con il Nobel – è stata riconosciuta.  Bob Dylan sa bene, tuttavia, quanto l’arte del canto in poesia fosse nel cuore antico del Mediterraneo.

Ed infatti, il suo discorso si chiude con la citazione dell’Odissea:

When Odysseus in The Odyssey visits the famed warrior Achilles in the underworld – Achilles, who traded a long life full of peace and contentment for a short one full of honor and glory –  tells Odysseus it was all a mistake. “I just died, that’s all.” There was no honor. No immortality. And that if he could, he would choose to go back and be a lowly slave to a tenant farmer on Earth rather than be what he is – a king in the land of the dead – that whatever his struggles of life were, they were preferable to being here in this dead place.

È necessaria una piccola riflessione non superflua. Quando Odisseo nell’Odissea visita il grande guerriero Achille nell’Oltretomba, Achille, che ha abdicato ad una lunga vita piena di pace e misura per condurne una breve piena d’onore e gloria – dice ad Odisseo che quella sua scelta era stata un errore – “Infine son morto, e questo è tutto”. Non contava l’onore. Non l’immortalità. E aggiunge che, se potesse, sceglierebbe di tornare indietro nel tempo e divenire, nella Terra dei viventi, un umile schiavo di un proprietario terriero piuttosto di essere qual che è – un re nella terra dei Morti – ed infine dice che qualsiasi cosa possa tormentare in vita, è preferibile a restare re in quel luogo di morte.

Prosegue Bob Dylan:

That’s what songs are too. Our songs are alive in the land of the living. But songs are unlike literature. They’re meant to be sung, not read. The words in ShakespearÈs plays were meant to be acted on the stage. Just as lyrics in songs are meant to be sung, not read on a page. And I hope some of you get the chance to listen to these lyrics the way they were intended to be heard: in concert or on record or however people are listening to songs these days. I return once again to Homer, who says, “Sing in me, oh Muse, and through me tell the story.

Questo discorso è paragonabile a quel che sono le canzoni. Le nostre canzoni sono vive nella terra dei vivi. Ma le canzoni sono diverse dalla letteratura. Esse hanno bisogno di essere suonate, non lette. Le parole delle opere di Shakespeare sono state pensate per essere agite sul palco. Proprio come la poesia che c’è dentro le canzoni è concepita per esser suonata, non letta sulla pagina. Ed io spero proprio che qualcuno di voi faccia la scelta di ascoltare queste canzoni nel modo in cui sono state pensate: in concerto dal vivo, registrate in qualsiasi modo le persone oggi possano ascoltarle in questi nostri tempi. Torno ancora una volta ad Omero, che dice: “Canta in me, o Musa mia, ed attraverso me racconta la tua storia”.

Nel discorso che Bob Dylan ha tenuto circa un anno fa non c’è stata alcuna ingenuità, nonostante qualcuno abbia potuto insinuarlo. È un discorso bellissimo, profondo, viscerale.

Il flusso delle canzoni, con la loro labilità che costituisce una grande ricchezza popolare di conoscenze e cultura, viene chiaramente –  nell’esempio precedente di Achille morto invano, incontrato dal curioso naufrago Ulisse – contrapposto al potere dei re. I giullari non amano i re, i guerrieri prescelti dalla loro madre e padre per diventare eroi. I re dei “luoghi morti”.  I dittatori feroci. I giullari amano, avendo la libertà di scegliere, gli “umili schiavi” di un proprietario terriero.

Il canto di Dylan, la sua voce, ha attraversato la seconda metà del secolo, lo ha segnato. In ogni sua canzone, una storia si dipanava. Il canto di Like a Rolling Stone, ha ora una risonanza in più.

Nell’Europa contemporanea, evoca la ricerca di una terra, come è il destino di Ulisse: l’Europa oggi è attraversata da un’altra ferita, la grande migrazione in atto, di popoli da est e soprattutto da sud:

How does it feel? How does it feel? To be without a home? Like a complete unknown?
Like a rolling stone? Aw, princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinking, thinking that they
ve got it made  Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you better pawn it, babe  You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you
ve got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal How does it feel? How does it feel? To be without a home? Like a complete unknown?
Like a rolling stone?

Come ci si sente? Come ci si sente? a non avere una casa? Come un completo sconosciuto?
Come una pietra che rotola? oh, principessa sul campanile e tutta quella bella gente
che sta bevendo, pensando che ce l’ha fatta  scambiandosi doni preziosi
Ma è meglio che conservi l’anello di diamanti, meglio che venga impegnato
Eri solita essere così divertita verso Napoleone con gli stracci e il linguaggio che usava
Va da lui ora, ti chiama, non puoi rifiutare Quando non hai nulla, non hai niente da perdere
Ora sei invisibile, non hai segreti da nascondere  Come ci si sente? Come ci si sente?
a non avere una casa? Come un completo sconosciuto? Come una pietra che rotola?

Il cuore del Mediterraneo è anche una infinita storia di contatti e migrazioni. Nessuno può né deve fermarla, questa bellissima storia, così come un Tour può chiamarsi per definizione Never Ending.

Nella parte iniziale del discorso video Dylan era andato però a ripercorrere un momento di vita, a diciotto anni, che lo aveva segnato. Robert va a trovare Buddy Holly, ovvero Charles Hardin Holley, che di anni ne aveva cinque di più e sarebbe morto poco tempo dopo quel loro incontro, in un incidente aereo. La leggenda vuole che la carriera di Dylan fosse stata segnata dall’incontro con Woody Guthrie, ma qui è evidentemente un’altra l’intenzione di Bob Dylan: cerca un esempio di un “grande” del rock’n’roll, che però se n’è andato troppo presto.

Chi sarebbe stato Buddy Holly se fosse vissuto? Fu uno dei primi ad essere posto nella Rock’n Roll House of Fame… se fosse vissuto, sarebbe stato lui, uno dei più grandi? Lui avrebbe potuto ricevere il Nobel al posto di Dylan? Questo è solo un esempio, forse un vero ricordo, ma più che altro vuol essere, molto probabilmente, il segno significante del flusso della musica popolare. L’esempio porta anche la traccia significativa del passaggio fra le vecchie generazioni e le nuove, così come la musica del menestrello nacque nel solco della storia musicale degli USA per poi rinnovarla totalmente.

Dylan sa – e questo vuole dirci – di essere uno dei tanti. Egli è uno fra i tanti, come tanti noi siamo, come ciascuno di noi, un Robert che Bob Dylan stesso costringe a salire sul palco quasi ottantenne, cantando scomodo con un problema all’anca, con qualche – ovvia – difficoltà: poiché porta una testimonianza. Ora c’è un motivo in più per stare sul palco: come se egli fosse un novello Orfeo interplanetario.

Apoteosi di Omero, III sec. a.C. British Museum

Apoteosi di Omero, III sec. a.C. British Museum

Anche qui, le radici sono importanti. Senza radici, non siamo nessuno. Orfeo, nel mito, era figlio di Calliope – la musa che successivamente avrebbe rappresentato l’Epica – ed è ben chiaro il legame che stringe la poesia alla musica, alla storia dei popoli. Le antiche Muse, da cui la parola stessa “Musica”– con la stessa radice in greco della parola “Memoria” – in origine però designavano non i singoli generi quanto proprio l’arte della musica, nel suo insieme.

Nelle epoche dei grandi passaggi culturali, come accadde chiaramente nel mondo greco in divenire – furono infatti i Greci la prima civiltà ad avere piena autocoscienza della propria identità antropologica – come poi nuovamente accadde nel Medioevo, con le tante ritmate Chansons, dei poveri soldati – mentre le lingue che si confondevano furono poi congiunte nella eroica Via Lattea dei paladini, trasfusa solo molto dopo, nel Rinascimento, nelle forme di epica letteraria ben codificata – solo la Musica dunque può essere un collante immediato ed empatico.

Unita al verso – la musica può portare il riconoscimento di una identità. L’epos dei popoli si esprime anche in questo modo.

Così, nel passaggio del Secolo Breve, segno dei cambiamenti irreversibili tracciati dalla impennata della parabola della tecnologia, le “canzonette” hanno formato intere generazioni, hanno raccontato storie, creato leggende, hanno portato la cultura laddove essa non poteva giungere che in questa forma.  Ci permettono di riconoscere la nostra identità, fatto che non possiamo trascurare. E così come il blues, la musica dei “diavoli blu”, portò, originariamente, il segno del cammino che i diritti di uguaglianza fra gli uomini dovevano trovare, mentre nella “formale” Europa lo stesso compito poté assolvere, in parte marginale, l’Opera. La strada dei popoli era segnata da un triste lamento che si innalzava, al di là dell’Oceano, nel Cotton Belt e giunge, oggi, ad un punto culminante con una invocazione ad Omero ed un Never Ending Tour.  Che forse si può rileggere con questa chiave interpretativa.

In Dylan questa consapevolezza culturale c’era tutta, c’è sempre stata ed era la sua forza: ebbe ad affermare “Ho fatto più io per Dylan Thomas di quanto lui abbia fatto per me”, alludendo ironicamente alla diffusione dei suoi testi poetici. E penso proprio avesse ragione, pure se facciamo ancora un salto indietro, molto più  vicino nel tempo, e pensiamo al discorso assai pessimistico ed apocalittico sulla poesia che pronunciò Eugenio Montale alla consegna del Nobel il 12 dicembre 1975: “…Non è credibile – disse Montale – che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione”.

Forse questo sta avvenendo, forse qualcuno se ne era accorto ed ora la luce del premio punterà il suo occhio di bue pure su questa importante epica popolare che per le masse è un vero linguaggio e potrebbe fare da argine e riflessione. La poesia c’era, bastava ascoltarla.

Dice Dylan:

When I started writing my own songs, the folk lingo was the only vocabulary that I knew, and I used it.

Quando ho iniziato a scrivere canzoni, il linguaggio del folk era l’unico che io possedevo e lo usai.

È chiaro che allude ai giovani, a chi ascolta un certo “solo” tipo di musica, che trova così la sua personale ed anche limitata chiave per conoscere il mondo, identificandosi con esso anche nell’abbigliamento.

La musica popolare, insomma, anche grazie agli strumenti tecnici che hanno permesso la sua diffusione ed una fruizione domestica, è stata – nel Novecento – come è stato studiato – uno dei linguaggi preminenti dei giovani, se non “il” linguaggio poetico universale; mentre la poesia tradizionale viveva invece nei purtroppo angusti ambienti a lei riservati. Basti pensare, come momento da rileggere in questa luce epica, alla musica che fece da sfondo al discorso di Martin Luther King, dove si auspica che il “sogno” possa, lentamente, faticosamente, dolorosamente – come è in effetti accaduto – divenire realtà. Ma non lo è in ogni luogo del mondo, dove non c’è uguaglianza fra esseri umani ed invece la separazione è la regola. Dove la musica è spenta.

Fernanda Pivano un tempo riportò su Dylan le parole di Allen Ginsberg: [Dylan] rappresenta la nuova generazione, quello è il nuovo poeta; [Ginsberg] mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo formidabile di diffusione disponesse adesso il messaggio grazie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non censurabili, attraverso i juke–box e la radio, milioni di persone avrebbero ascoltato la protesta che l’establishment aveva soffocato fino allora col pretesto della “moralità” e della censura“.

Il Nobel è – allora – in Tour europeo nel 2018 e sappiamo perché. Ce lo ha spiegato chiaramente, con il suo discorso. E lo ripete anche con Triplicity, l’ultimo prodotto in cui – ancora una volta con grande consapevolezza del proprio destino benedetto di menestrello interplanetario – reinterpreta i “classici” USA.

Concluderei questa riflessione  semplicemente con le sue bellissime parole (ed una piccola – minima – chiosa mia) :

So what does it all mean? Myself and a lot of other songwriters have been influenced by these very same themes. And they can mean a lot of different things. If a song moves you, that’s all that’s important. I don’t have to know what a song means. I’ve written all kinds of things into my songs. And I’m not going to worry about it – what it all means. When Melville put all his old testament, biblical references, scientific theories, Protestant doctrines, and all that knowledge of the sea and sailing ships and whales into one story, I don’t think he would have worried about it either – what it all means.
John Donne as well, the poet–priest who lived in the time of Shakespeare, wrote these words, “The Sestos and Abydos of her breasts. Not of two lovers, but two loves, the nests.” I don’t know what it means, either. But it sounds good. And you want your songs to sound good.

Così, che significa tutto ciò? Io stesso e molti altri autori di canzoni siamo stati influenzati tutti proprio dagli stessi temi universali. E questo può significare un sacco di cose diverse. Se una canzone ti smuove, questa è la sola cosa importante. Io non devo conoscere per forza che cosa significhi quella canzone. Io ho scritto di argomenti molto diversi nelle mie canzoni. E non sto lì a preoccuparmi di questo – di che cosa significhi. Quando Melville mette il suo antico testamento, tutti i suoi riferimenti biblici,  teorie scientifiche, dottrine protestanti, e tutta la propria conoscenza del mare, delle imbarcazioni e delle balene nella stessa storia, io non penso che neppure lui si sia preoccupato su che cosa significasse.
John Donne, il poeta mistico che visse nel periodo shakespeariano, scrisse “The Sestos and Abydos of her breasts. Not of two lovers, but two loves, the nests”…  Io non so che cosa significa, ma suona bene. E uno vuole soprattutto che le tue canzoni suonino bene.

Vero, verissimo. Perché, evidentemente è un rimando, “Le canzoni non devono essere belle, devono essere stelle, illuminare la notte, far ballare la gente, ognuno dove gli pare, ognuno come gli pare, ognuno come si sente” (Lorenzo Cherubini–Jovanotti).

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