bob_dylan

Bob Dylan e le ragioni di un Nobel

bob dylan

Pubblichiamo un intervento di Luca Briasco sul Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. Oggi, venerdì 9 dicembre, Briasco presenta Americana a Più libri più liberi a Roma con Mattia Carratello: l’incontro è alle 16 in Sala Turchese. (Fonte immagine)

“Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”: questa la motivazione con la quale l’Accademia di Svezia ha accompagnato la propria decisione di assegnare a Bob Dylan il Premio Nobel della letteratura per il 2016.

“Per aver dato vita, in romanzi caratterizzati da forza visionaria e intensità poetica, a un aspetto essenziale della realtà americana”: questa, invece, la motivazione per il Premio Nobel attribuito a Toni Morrison, ultima americana ad aggiudicarselo, 23 anni prima di Dylan, nel 1993.

Si tratta, questo è ovvio, di formule intrise di ritualità, che non vanno prese alla stregua di giudizi critici. Presentano però più di un motivo di interesse, e soprattutto aiutano a comprendere il metodo che, da almeno tre o quattro decenni, guida le scelte dell’Accademia, e in particolare il suo modo di rapportarsi con una letteratura e una cultura che hanno egemonizzato a lungo l’immaginario collettivo, ma che sembrano aver perso, con il trascorrere del tempo e almeno agli occhi dei giurati del Nobel, la caratteristica che più di ogni altra ne aveva sancito la forza e l’impatto.

Per comprendere a quale caratteristica sto facendo riferimento è necessario tornare all’Ottocento, e a quello che F.O. Matthiessen battezzò, con formula immortale, il Rinascimento americano. In Hawthorne e i suoi muschi, recensendo Mosses from an Old Manse, prima raccolta di racconti del suo futuro mentore Nathaniel Hawthorne, Herman Melville esaltava l’indipendenza di pensiero dell’amico e la sua capacità di perseguire “la grande arte di dire la verità”, opponendosi al filisteismo puritano dominante nel New England ottocentesco e gridando “No! Con voce di tuono”.

Melville parlava in buona parte di se stesso, e aveva probabilmente già in testa la grande deflagrazione di Moby-Dick, ma la convinzione che la migliore arte americana – e fin dalle sue fondamenta, che le si identifichi con Hawthorne e Melville, con Thoreau o con Poe – nascesse da una intrinseca capacità di discostarsi dalle verità “ufficiali” e di svelare il cuore più nero e contraddittorio di una nazione, ha continuato a rafforzarsi di decennio in decennio, fino a costituire uno dei principali fattori propulsivi di quella grande “sbornia” di americanismo che, nel secondo dopoguerra, ha attraversato per intero un’Europa devastata e ferita da guerre e dittature.

Che si trattasse dei maestri del modernismo, da Fitzgerald e Hemingway a Faulkner e Steinbeck, o dei nuovi ribelli, il Salinger de Il giovane Holden o il Kerouac di Sulla strada, questa visione mitologica di un’arte capace di denunciare le contraddizioni e le imperfezioni di un paese costruito su un sogno e non sempre capace di dargli seguito, e di far risuonare alto il suo No! In Thunder, si è trasmessa di generazione in generazione, accogliendo al proprio interno, al fianco della grande letteratura, la musica popolare, il cinema e le stesse arti figurative.

Tutt’altro che insensibile alla forza trainante del mito americano, l’Accademia di Svezia lo ha premiato e messo sugli scudi con ammirevole costanza, attribuendo, in soli tredici anni, il Nobel a tre maestri come Faulkner (1949), Hemingway (1954) e Steinbeck (1962). Per poi ritrarsi progressivamente o rivolgere lo sguardo verso altri lidi, se è vero che, con l’eccezione di Saul Bellow (1976) e di due “americani acquisiti” come Isaac Bashevis Singer (1978) e Joseph Brodsky (1987), si è dovuto attendere il fatidico e già citato 1993 per veder premiata una scrittrice statunitense.

Né è casuale – e prescindendo dai meriti di Morrison, che appaiono indiscutibili – che per vedere il ritorno del Nobel in terra americana si sia dovuta attendere la definitiva affermazione, con Amatissima, di un’autrice donna e afroamericana. Negli anni successivi, i candidati più logici – accomunati, che si chiamassero Pynchon o DeLillo, Roth o McCarthy, dal fatto di essere maschi e bianchi – sono stati sistematicamente ignorati, e ora un maschio bianco riceve il Nobel, ma per dei testi da mettere in musica: scatenando, come prevedibile, una pioggia di polemiche legate alla sua ascrivibilità alla categoria stessa di “letteratura”.

Un punto mi pare chiaro, dalla motivazione: il Nobel viene attribuito a Dylan per il suo contributo alla canzone americana. Non, dunque, per i due libri che ha pubblicato fino a oggi: Tarantula, testo a metà tra il romanzo sperimentale e la raccolta di prose poetiche scritto tra il 1965 e il 1966, pubblicato nel 1971 e molto vicino alla sensibilità e alla ricerca dei beat, e Chronicles, primo volume di un’autobiografia tuttora in fieri. Una scelta, questa dell’Accademia svedese, del tutto condivisibile, perché nessuna delle due opere citate ha particolari meriti, o ha retto alla prova del tempo (perfino il valore dell’autobiografia è legato più ai contenuti che non alla lingua o alla capacità di racconto, entrambe molto superiori in Life di Keith Richards, o in Born to Run di Springsteen).

Dylan è e rimane dunque, in primo luogo, un singer-songwriter: pur essendosi cimentato in altri generi di scrittura, oltre che nella pittura, non si trova traccia, nella sua carriera, di quella fertile alternanza tra media diversi e di quella proprietà stilistica e di racconto che hanno in Leonard Cohen – o, per arrivare a tempi più recenti, in Nick Cave – i migliori esponenti.

Un’ulteriore mitologia da sfatare: non è vero che i testi di Dylan siano indipendenti dalla musica, come pure diversi, sedicenti esperti si sono affrettati ad affermare. Vale piuttosto l’esatto contrario, ed è proprio nella contaminazione tra i moduli del blues, del folk, del country, del gospel e le acrobazie di una lingua immaginifica, carica di metafore e di richiami a una pluralità di tradizioni letterarie, che risiede la grandezza e l’originalità di un poeta il quale è sempre stato prima di tutto compositore, e musicista. E che ha saputo rinnovarsi mille volte, mosso da quello stesso orrore per qualunque forma di ripetitività o di canonizzazione che lo ha indotto, in cinquant’anni e più di carriera, a eseguire dal vivo i suoi brani più celebri, da Blowing in the Wind a Like a Rolling Stone, da The Times They Are a-Changing a It Ain’t Me Babe, stravolgendoli fino a renderli irriconoscibili.

Questo orrore e questa perenne inquietudine, che vanno ben oltre la sprezzatura, sono probabilmente le vere ragioni che hanno spinto Dylan a rendersi irreperibile quando l’Accademia di Svezia ha cercato di contattarlo per “notificargli” il Nobel, e ora a disertare la cerimonia ufficiale della consegna, prevista per il 10 dicembre, pur accettando di inviare un discorso di accettazione e affidando a Patti Smith l’esecuzione di uno dei suoi pezzi “storici”, A Hard Rain’s a-Gonna Fall.

Entrambi i gesti hanno ovviamente esacerbato la vis polemica di chi ritiene il premio frutto di una scelta tanto opinabile quanto politica, quasi che la giuria – di fronte all’inquietante avanzare di un neo-conservatorismo aggressivo che ha in Donald Trump il suo corifeo – avesse voluto invitare l’intera cultura americana a riassumere quel ruolo di opposizione e coscienza critica che ne aveva scandito l’ascesa e la crescente centralità nell’immaginario europeo.

Peccato che, ancora una volta, Dylan sarebbe il primo a sottrarsi al gioco, sfuggendo ancora una volta a quel tentativo di trasformarlo in icona della canzone di protesta che si è ripetuto costante nel corso degli anni. E che troppo spesso induce critici, ammiratori e perfino detrattori a concentrare lo sguardo sui primi album di una carriera prodigiosa e sulle canzoni più strettamente legate ai prodromi degli anni Sessanta e alla scena folk del Greenwich Village.

Non resta allora che raccomandare un approccio completamente diverso: per provare a capire Dylan – o magari per rinunciare a farlo, accontentandosi di godere del suo genio – la via migliore è spaziare nella sua immensa discografia, scandita da una sfilza pressoché infinita di album leggendari. Non fermarsi ai primi, memorabili LP o ai mitici Sixties, ma spostarsi negli anni Settanta di Blood on the Tracks e di Desire; negli Ottanta di Infidels e di Oh Mercy; nei Novanta di Time Out of Mind.

Oppure acquistare Lyrics, i tre, corposi volumi del canzoniere completo, pubblicati da Feltrinelli a cura di Alessandro Carrera, e scoprire la ricchezza inesauribile delle fonti che Dylan assimila e rielabora, e la varietà dei temi affrontati. Si scoprirà, per fare solo un esempio, che i testi d’amore e le invettive più personali e apocalittiche vi occupano uno spazio infinitamente maggiore rispetto alle canzoni di protesta, e raggiungono esiti spesso superiori per complessità e inventiva.

Rimane, prima di concludere, da esprimere un giudizio sulla liceità del Nobel. La grandezza di Dylan, la continuità e varietà della sua ricerca espressiva, l’imprescindibilità del suo contributo alla cultura americana nel senso più ampio e nobile del termine, rendono la questione irrilevante. In fondo, le parole migliori le ha pronunciate proprio uno dei candidati più accreditati, Don DeLillo: “In questa decisione non c’è nulla che sia un problema per me. Ascolto la musica di Bob Dylan da decenni, e penso da sempre che sia un grande artista”.

Luca Briasco è stato editor di narrativa straniera per Fanucci ed Einaudi Stile libero. Ha scritto diversi saggi sulla letteratura degli Stati Uniti, con particolare attenzione al romanzo contemporaneo. Insieme a Mattia Carratello ha curato La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (Einaudi, 2011). Collabora da più di dieci anni alle pagine culturali del Manifesto. Ha tradotto una quarantina tra romanzi e raccolte di racconti, fra gli ultimi: Una vita come tante di Hanya Yanagihara, e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, Premio Pulitzer 2016. A novembre 2016 è in uscita per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea.
Commenti
7 Commenti a “Bob Dylan e le ragioni di un Nobel”
  1. LucaT scrive:

    Non ci sono argomenti persuasivi in questo articolo. Certo che Dylan ha introdotto nuove espressioni poetiche nella tradizione della canzone americana. Ma non è stato l’unico. Forse neppure il migliore, se pensiamo alla canzone in lingua inglese. Il periodo che inizia con “la grandezza di Dylan” confessa palesemente la propria circolarità, dunque non ha nessun valore argomentativo. Quanto all’affermazione di De Lillo, non va presa per un dogma o per un ipse dixit, figuriamoci. Dovremmo chiederci se il cantautore più acclamato e famoso del mondo aveva bisogno di un altro premio. Primo. Secondo: se questo premio che di solito ha a che fare con la carta, poteva indirizzarsi ad un lavoro riguardante parola e suono insieme. Non dico di no, ma magari parliamone meglio; lo sappiamo da tempo che il lavoro sulla parola dei (di molti) cantautori non è pari a quello dei poeti. Terzo: mi chiederei anche se non sia un ulteriore cedimento alla cultura pop. Quel prestigio, quella (quasi) milionata potrebbe andare a tanti scrittori eccellenti che non hanno già avuto l’attenzione dei non specialisti. Ma, certo, ci vuole coraggio.

  2. costanzo cloro scrive:

    @LucaT

    “Quel prestigio, quella (quasi) milionata potrebbe andare a tanti scrittori eccellenti che non hanno già avuto l’attenzione dei non specialisti. Ma, certo, ci vuole coraggio.”
    Non mi pare che l’Accademia abbia difettato in coraggio avendo premiato scrittori negli ultimi anni come Herta Muller, Le Clezio, Modiano, Aleksievič . E neanche questo premio, a giudicare dalle reazioni, mi pare sia stato pavido. Eppure di nomi per mettere d’accordo (quasi) tutti ce ne sarebbero, no?

  3. LucaT scrive:

    Ma certo, son d’accordo; proprio perchè in passato hanno avuto coraggio (vedi anche Heaney), perchè non ora? Le reazioni hanno riguardato, forse, più il fatto che si trattava di un cantautore. Per me la questione meno rilevante.

  4. Riccardo Manzi scrive:

    Grazie a Luca Briasco per questo articolo, interessantissima la cronologia dei premi!

    Il dato è: chi si occupa di musica, in genere riconosce la potenza dei versi di Bob Dylan ma stenterebbe a definirlo compositore; di contro chi è nelle “lettere”, lo vede come un musicista che necessariamente ha bisogno del suono e del canto per liberare le sue rime.
    C’è una terra di confine che va presa in maggiore considerazione per unire le due sponde, che si muove tra la lettura intima, individuale e la rappresentazione musicale; ed è il “racconto”, o se vogliamo, la declamazione. Tutto è ovviamente nelle mani dell’attore, del poeta o di chi decide di percorrere questo insicuro sentiero.

    Ascoltiamo le trasmissioni radiofoniche in cui Dylan Thomas recita le sue poesie, la musica è sempre lì che prova ad uscire; le note, più o meno temperate, sono percettibili, così da poter individuare una tonalità e suonarci sotto (per chi è interessato ad approfondire: https://soundcloud.com/riccardo-manzi-2/in-my-craft), se ricordi Nicola Lagioia, avevo inserito non a caso, una versione di In my Craft durante la presentazione de La ferocia).

    Un esempio italiano commovente è la lettura di Bufalino da parte di Herlitzka (http://www.radio3.rai.it/…/ContentItem-60f5921e-758a…).
    Venitemi a dire che non meriti un qualsiasi grande riconoscimento in ambito musicale!

    Molte fra le canzoni di Bob Dylan hanno questa potenzialità: ridursi o elevarsi, decidete voi, a ritornelli di tradizione orale e popolare, ad alta poesia. Hurricane, nella sua forma di biografia compressa, potrebbe essere un articolo di denuncia sociale.
    Certamente il testo di Knocking on Heaven’s door non possiede queste caratteristiche, pensarla come lettura è ridicolo, ma neppure la veste di canzone le rende piena giustizia; è con la struggente scena del film Pat Garret & Billy The Kid che si completa per quello che è: una colonna sonora, quindi fuori dal discorso.

    Non credo che Bob Dylan abbia reso irriconoscibili nei concerti le sue più famose canzoni per orrore della ripetitività. Sono decenni che la variazione è uguale a se stessa (mi riferisco solo alle versioni dal vivo, i dischi sono tutt’altro). In lui c’è un’idea di provocazione, qualche cosa come…questa è poesia pura! La melodia non serve! Purtroppo non ha mai avuto le capacità declamatorie del grande poeta gallese da cui ha preso il nome d’arte, e neanche l’empatia del suo maestro Woody Guthrie, così attento a vivere la canzone come forma di aggregazione sociale.

  5. Riccardo Manzi scrive:

    scusate per il riferimento a nicola la gioa nel mio commento precedente, è la mia risposta ad un suo post, qui ovviamente fuori contesto. grazie

  6. Daniele pelizzari scrive:

    Mi permetto di fare un’osservazione. Non ho letto “Life” di Keith Richard ma ho letto, con un certa ostinazione masochistica, “Born to run” di Springsteen. Lei reputa la lingua e la capacità di racconto di Springsteen in Born to run superiori a quelle di Dylan in Chronicles. Al contrario. La prosa di Dylan in Chronicles è epica e visionaria come in molte delle sue canzoni, la prosa di Springsteen è banale e dozzinale come gran parte della sua produzione musicale. Ogni qual volta che si paragona Springsteen a Dylan bisogna ricordarsi che ci si trova di fronte a un gigante dell’arte (Dylan) e ad un onesto intrattenitore (Springsteen).
    Che poi Dylan non sia stato premiato per i suoi libri, ci mancherebbe, credo sia noto a chiunque.

  7. enea anchise scrive:

    …che sia stato un beniamino della contestazione anticolonialista e antimperialista americana sono grato a Bob Dylan cantautore per quanto fatto e sostenuto in quegli anni. Era un mito popolare ? Si, lo era molto e lo si ascoltava e ricantava con simpatia come tutti coloro che, americani musicisti, cantautori o librettisti, hanno rivoluzionato in meglio la cultura della musica leggera popolare neel mondo spazzando via la Classica accademica dove, per essere un musicista mediocre, si deveva studiare sui loro spartiti come fossero materia di una Scienza dell’Arte occulta. Loro no, i nostri beniamini no, quella nuova generazione intraprese una nuova “strada proibita” cambiando il corso e il senso musicale sia all’arte cinematografica che televisiva, sia alla colonna sonora della nostra vita che gli abbisognava poche note certe per divulgare una poesia di speranza e amore politico.
    Come Picasso sosteneva che, chi incomincia a fare cose nuove le fa brutte, poi chi segue trasforma quella invenzione in cose belle, cosi i “dilettanti” della nuova musica Rock e Pop riuscivano con la loro bellezza apollinea e sorrisi smaglianti giovanili a trasformare quelle brutte note in belle, come oggi la critica anti contestazione, cerca di rilegare ancora nel “Brutto” quelle cose che per noi erano “Belle” così come erano. Bob Dylan nel coro di tutte voci Rock e Country contestatrici cantava la speranza di un mondo nuovo e migliore da costruire, mentre la nuova letteratura imperialista voleva vantare i peggiori peccati di un mondo che stava per progettare alle nostre spalle, oggi nutrita di “vedetta” e armi.

    Chissà, forse i Nobel lo stanno capendo solo ora di aver intrapreso allora la strada sbagliata nel premiare per anni i loro “agenti segreti” infiltrati nella Cultura e nell’Arte senza sapere che sarebbero arrivati in fondo a un vicolo cieco da quale è possibile uscirne solo se fanno marcia indietro. Ma quando si torna e si analizza il punto in cui le strade si divisero in “bivio” , obbligando in quegli anni i loro angioletti ad intraprendere a costo della violenza la strada che non volevano intraprendere facendo i capricci.; dopo il disastroso oscuro incidente in motocicletta a Dylan, (come di altri angioletti in overdose), il loro “piccolo profeta” minacciato, smise di cantare canzoni di contestazione e percorrere obbligatoriamente la strada dell’Amore mieloso, strada trita e ritrita, spegnendosi sul volto di Dylan la felicità spavalda e l’acutezza di pensiero quando rimprovera i suoi “superiori” cantando ” una dura, una dura pioggia cadrà”.
    Che i Nobel abbiano capito solo oggi l’errore fatto ai danni di Dylan nel fargli prendere forzatamente in gioventù la strada sbagliata al loro fratello di fede, spegnendolo, e che ancora offeso per quel “silenzio” impostogli egli abbia mandato una altra persona a ritirare quel “Prestigioso Premio Nobel”, Dylan lo avrà fatto per farci capire che quel premio lo trova” opportunista e sgradevole e infingardo” e a buon ragione, accettandolo tristemente come imposto altrimenti scomunicato dalle tribù e il loro potere.
    Penso che se i Nobel non avessero chiamato in causa Bob Dylan, il prestigioso premio Nobel non perdeva ancor più quella sua sacralità che da un po di anni si va spegnendo. Dylan, un lancio pubblicitario o un errore politico? A voi la risposta. Chi vuol intendere intenda.

    Enea

Aggiungi un commento