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La più faticosa delle scienze: “Il cacciatore di piante” di Whittle

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Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

«Quale lavoro è più arduo, quale scienza più faticosa della botanica?», si domandava Carlo Linneo ragionando su una disciplina che già a metà ’700 avvertiva come poco o per nulla riconosciuta in tutta la sua importanza. Ciò che il grande naturalista svedese evidenziava era proprio la difficoltà a rendere percepibile e condiviso il nesso tra l’audacia e l’attrazione nei confronti del mondo arboreo. Un legame, va detto, non proprio immediato, tant’è che, nella maggior parte dei casi, dell’evoluzione della botanica si sa ben poco.

A diradare questo prevalente oblio facendo coincidere fitologia e avventura arriva I cacciatori di piante dello storico inglese Michael Tyler Whittle. Pubblicato nel Regno Unito nel 1970, in Italia dieci anni dopo, torna disponibile per iniziativa di DeriveApprodi (nella traduzione di Benedetta Bini e con la prefazione di Andrea Di Salvo).

A cominciare dal 1482 a.C., quando per ordine di Hatshepsut, regina d’Egitto, cinque navi vennero inviate fino alle coste dell’Africa orientale in cerca d’incenso, passando poi per le vicende di Alberto Magno, «primo ricercatore sistematico di piante della storia», per il costume, diffusissimo presso i gentiluomini di corte dei Tudor, delle arance e dunque delle orangeries, così come per le periodiche infatuazioni nei confronti di gigli, dalie, orchidee e tulipani, Whittle ricostruisce un percorso scientifico inseparabile dall’aneddotica più bizzarra.

Sulla falsariga di L’arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg – non solo uno studio sui sirfidi ma un esempio mirabile di come persino un insetto all’apparenza irrilevante, pura insignificanza fatta di ali e ronzio, possa essere scaturigine di slanci e tormenti – i botanici raccontati da Whittle sono figure in cui la passione si trasforma implacabilmente in ossessione. Tanto per il «botanico sanguinario» William Dampier, bucaniere ed esperto di flora tropicale, «sempre pronto a esaminare una pianta mentre andava a incendiare un villaggio», citato da Swift nei Viaggi di Gulliver e ispiratore della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, che per lo scozzese David Douglas, disposto ad affrontare a inizio ’800 una lunga esplorazione in territori lontani con il solo vestito che aveva addosso così da avere a disposizione più spazio per la carta (46 kg) utile a mettere ad asciugare le erbe raccolte, l’impulso a catturare piante è una forma di autoipnosi che nell’investire di un significato supremo la conquista di una specie rara riduce al minimo la percezione di tutto ciò che non è vita vegetale.

Che siano state cercate con tenacia e poi raccolte a costo della vita perché belle, buone, medicinali, redditizie o come souvenir, per studiarle, coltivarle o trarne decotti, nel racconto di Whittle le piante sono Moby Dick e i suoi cacciatori un capitano Achab spezzettato in una molteplicità di biografie in cui la temerarietà si mescola alla follia, la visionarietà alla più spudorata cialtroneria. Come nel caso del francese Philibert de Commerson, che insieme a Louis Antoine de Bougainville circumnavigò il globo tra il 1766 e il 1769. Di lui si racconta che sorpreso da una valanga durante una spedizione si raggomitolò lasciandosi intrepidamente rotolare giù per la montagna fino a mettersi in salvo. Per sua stessa ammissione, de Commerson si riteneva affetto da «botanomania».

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