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Bourne to be alive

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Film Tv (attualmente in edicola), che ringraziamo.

di Mauro Gervasini

Lo dice già sui titoli di testa: «Ricordo. Ricordo tutto». Ricollegandosi di fatto a sviluppo ed epilogo di The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo (2007), dopo il quale c’è stato un episodio semi-apocrifo, The BourneLegacy (2012), senza il protagonista Jason Bourne e il suo interprete Matt Damon.

Operazione curiosa ma fallimentare che ha visto l’uscita di scena dell’originale “showrunner” della saga, Tony Gilroy, co-sceneggiatore dei primi quattro episodi della serie, assente dalla produzione di Jason Bourne, in sala dal 1° settembre. Resta un solo uomo al comando: Paul Greengrass, regista, produttore e sceneggiatore. Diamo però a Cesare: l’intuizione di trasformare Bourne da smemorato sicario reduce dal Vietnam, come nei romanzi originali di Robert Ludlum (consigliamo almeno il primo, Un nome senza volto, Rizzoli, 1981), in mina vagante in cerca di identità in un mondo ipertecnologizzato alienato e alienante, è appunto di Gilroy e del regista e produttore del primo episodio, The Bourne Identity, Doug Liman.

Torniamo all’oggi. Matt Damon dichiarò nel 2008 che la storia di Jason era ormai stata raccontata interamente, non c’era altro da aggiungere. Ma data la sua stima e amicizia per Greengrass, se lui, magari dopo dieci anni, gli avesse chiesto di tornare nel ruolo ci avrebbe fatto un pensierino. Da The Bourne Ultimatum all’inizio della lavorazione di Jason Bourne di anni ne sono passati otto, evidentemente sono bastati a Damon per convincersi. Nonostante la nuova trama offra poche novità.

L’ex sicario della CIA è ancora in fuga, un nuovo direttore dell’agenzia (Tommy Lee Jones) lo vuole morto, una sua collaboratrice sveglia (Alicia Vikander) forse no. La sua eliminazione fisica è invece un affare personale per il feroce asset Vincent Cassel, mentre la sola cosa ancora da capire è quale ruolo abbia avuto il padre di Bourne in tutta la faccenda. Il resto è lo spartito di sempre: macro-inseguimenti, sontuose scene d’azione, intrighi anti-democratici, suonato da ottimi musicisti e quindi abbastanza emozionante per chiunque ami il genere.

Ma c’è un però. Quel «ricordo tutto» dal quale siamo partiti. La rivoluzione di Bourne in campo action stava nella sua totale inconsapevolezza. Per questo (e anche per questioni di messa in scena: poi ci arriviamo) il mio capitolo preferito resta The Bourne Identity (2002). Un film sul “corpo cosciente”, uno dei principi, credo il più importante, delle arti marziali. Il cui obiettivo è quello di riuscire a “ricordare” al corpo posture e movimenti che non sa (più) di essere in grado di fare. Jason Bourne non agisce per istinto, è assolutamente razionale, ma è la memoria del corpo a salvarlo da tutte le situazioni. Naturalmente i sensi, a partire dallo sguardo, contano come i muscoli.

Per questo la parabola di Jason Bourne è eccezionale finché resta amnesico: la sua mente è una tabula rasa, ma il suo corpo sa. Superato lo scoglio, diciamo così, filosofico (non uso la parola a caso: il passaggio successivo nelle arti marziali, raggiungibile dopo anni di pratica sensata – quale non è, e non può essere, quella di chi non saluta l’avversario come è successo alle Olimpiadi di Rio 2016 – è quello del “corpo filosofo”) resta lo spettacolo. Che anche in Jason Bourne è assicurato da una messa in scena potente, un protagonista formidabile e da almeno una sequenza magistrale, quella nella piazza Syntagma di Atene (in verità girata a Tenerife).

Non ci sono dubbi che a Paul Greengrass non interessi essere “solo” un regista di genere, come dimostra il suo penultimo, ottimo film, Captain Phillips  Attacco in mare aperto (2013). Da un punto di vista estetico il suo lavoro con il direttore della fotografia Barry Ackroyd, un tempo braccio destro di Ken Loach, è davvero interessante (in Jason Bourne, per esempio, c’è una sorta di continuità tra gli esterni notturni e gli interni, “dark” anche se illuminati). Da un punto di vista contenutistico, Jason Bourne coglie in pieno le fobie collettive del nostro tempo, dalla paranoia del controllo tecnologico al fiato sul collo del terrorismo (vedere continue evacuazioni e un mezzo pesante lanciato con forza cieca di baleno contro macchine e folla mette i brividi).

I dubbi, con Greengrass, sono sullo stile, frenetico e frammentato, che a volte non fa respirare le scene d’azione (soprattutto i corpo a corpo). Facciamo un esempio. The Bourne Identity, regia Doug Liman, sequenza in un appartamento di Parigi, un asset sfonda la finestra e piomba su Bourne, che poi lo sconfigge utilizzando una biro. Dall’ingresso del nemico al suo atterramento la scena dura un minuto e 41 secondi per 82 inquadrature. The Bourne Ultimatum, regia Paul Greengrass, sequenza in un appartamento di Tangeri, praticamente speculare: è Bourne che sfonda la finestra e precipita sull’asset (interpretato da un vero artista marziale, Joey Ansah).

La sequenza dura un minuto e 47 secondi ma io di inquadrature ne ho contate 116 (certi raccordi sono talmente rapidi che è difficile essere precisi). Le due scene sono quasi identiche – anche nella seconda Jason usa un’arma impropria, un libro – ma è cambiato il regista e dunque sono diverse. Il confronto serve per comprendere due concezioni dell’“immagine-movimento”: Liman è più classico, forse anche meno personale; Greengrass paradossalmente desume la pratica action da un’idea molto autoriale di cinema-verità (cogliere la realtà quando accade e come accade, velocemente), peraltro già dimostrata in un film non di genere come BloodySunday (2002). Preferire il primo approccio al secondo, e viceversa, è solo questione di gusto personale.

Ci sarà un capitolo sei?Speriamo di no. Se Greengrass e Damon non si lasciano tentare dal successo di Jason Bourne dovrebbero avere l’intelligenza di chiudere qui la serie, per evitare ridondanze e ripetitività i cui primi segni, peraltro, sono presenti qua e là in questo quinto capitolo. La saga di Bourne ha già così, a pieno diritto, un posto di rilievo nella storia del cinema.

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