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“Brama” di Ilaria Palomba

di Manuela Maddamma

Non esistono amori felici, recita Louis Aragon, e Bianca, protagonista feroce di “Brama”, ultimo romanzo della poetessa pugliese Ilaria Palomba, sembra vivere questa impossibilità sulla sua pelle, in fondo alle ossa, fin da bambina. Il sud sembra scorrerle nel sangue. Vittima del padre, psichiatra isolato nel suo mondo fatto di letteratura, lirica e donne raggiungibili solo con l’immaginazione, padre-imperatore che tutto dà e tutto toglie, padre che la ammala e la cura, che la vorrebbe ora evoluta e lontana ora vicinissima eterna piccina. Vittima di una madre morbosa e esibizionista: “Ricordo la prima volta che ho scoperto l’intimità di mio padre, ero piccola e lui era nudo nella vasca. Entrai, non avevo mai visto dei genitali maschili, mi sembrò una mano e dissi: ‘Cos’hai lì?’. E disse: ‘Cos’ho?’. E dissi: ‘Una mano?’ E disse: ‘Ti sembra una mano?’. Restai imbambolata a fissarlo, lui chiamò mia madre e mi sbeffeggiò di fronte a lei. Monica, la bambina dice che ho una mano lì. Lì dove?, disse mia madre. Mio padre s’indicò le parti intime. ‘Se vuoi ti aiuto a toglierla’, dissi. ‘Gliela tolgo io’, disse mia madre. E gli toccò lo scroto, le dita si allungarono sul prepuzio. Mio padre ebbe un accenno di erezione. Io restai a guardare. Mi sentii fuori luogo. Avevo pronunciato eresie. Crescendo indugiai a lungo sulla visione dei miei genitori divertiti in quel gioco erotico davanti a me bambina ma ancora fatico a rintracciarne le ragioni. Resta tra le labbra un retrogusto amaro per aver pronunciato parole così stolide, anche se una bambina di quattro anni non può avere contezza della scempiaggine di ciò che dice, tornano alla mente, quelle parole, una nota stonata, diedero avvio al resto di un’esistenza stonata, fuori tema, fuori traccia, fuori tempo”.

Un’esistenza stonata, fuori tempo: l’infanzia è sbagliata, l’adolescenza è sbagliata tra rave e sostanze stupefacenti nelle notti sballate a Bari, la giovinezza è sbagliata. Non esistono amori che non strazino, e infatti l’Innominato, l’amore dei suoi vent’anni, la frusta, e Bianca gode, perché dal dolore e dal dolore soltanto prova godimento e piacere. E così l’amore dei trent’anni, Narciso, che la ammanetta, gioca a far da padrone, la deruba e la prende a cinghiate. E Bianca, evanescente e fragile, tenta più volte il suicidio. Non esistono amori che non lascino il segno, ed eccoli i segni sul corpo di Bianca: cicatrici di sigarette sulla schiena, tagli sui polsi come piccole croci. Finché arriva, a Roma, l’incontro con il filosofo Carlo Brama, ambivalente oggetto di desiderio, che rende ancor più precario il suo stare al mondo. In principio è la sua àncora. Carlo le insegna tutto, Carlo le offre un mondo fatto di musica, di letteratura, di filosofia, Carlo le spiega l’arte e l’architettura, passeggiando tra le rovine del Foro Romano, persi in tramonti senza fine. Carlo la introduce nel suo ambiente essenziale: la sua stanza angusta, stratificata, di Campo de’ Fiori, dove vive da solo, insonne, inappetente, combattendo contro i muri in un labirinto senza sbocco gremito di fantasmi; le presenta la sua amica “gemella”: la magnetica Elena custode dei suoi segreti. In principio la storia con Carlo sembra una fiaba a lieto fine, ma poi, pianissimo, si avvelena trasformandosi in una radiografia della psiche, un legame tanto carnale quanto spirituale che, come in un rito, nel suo compiersi conduce al trascendimento della ragione.

Tra Carlo e Bianca si instaura un gioco crudele che diventa una condanna, una tessitura di destini, sacra e terribile, cui cercano entrambi di sfuggire. Ma è il nostro amore di noi due, canta Aragon. Perché sì, di amore si tratta, sebbene sia un amore affamato: “Ascoltiamo Vivaldi, La Follia, ci piace tanto, siamo una preghiera di lividi, lo desidero come la terra brama il cielo. Ci addormentiamo ebbri e colmi di una felicità che ci rende ciechi. Mi sveglio e non c’è più. Lo cerco. È sul divano, nel soggiorno. M’inginocchio sul pavimento, gli bacio il collo. ‘Adesso però torniamo a letto?’, dico. ‘Torniamo’. Mi abbraccia, non l’ha mai fatto. ‘Sai, sono andato di là perché sono molto sensibile ai rumori e qui sembra di essere in strada. Devi scusarmi, sono un po’ pazzo, dice e sbarra gli occhi tenebra’”. E nei suoi occhi di tenebra, col passare dei giorni, la luce se ne va. La ingoiano i suoi occhi la luce, e con la luce si rubano anche le parole, che perdono il loro senso, non nutrono più, non c’è più nulla da dire, nulla da dare. E Bianca, vampira burattino bambola involucro, si inaridisce. E così mentre lei vive nella speranza di sentire, Carlo vive nell’auspicio di comprendere: “Ho la sensazione abbia compreso così a fondo l’esistenza da avervi rinunciato”.

Carlo vive nella morte ormai, nell’essere per la morte. Studia libri di fisica quantistica, è ossessionato dal tempo. “Ma perché il tempo?”, le chiede lei. “È il sottrarsi della vita, in ogni istante un segmento di possibile è cancellato”, dice lui. Non c’è più nessuna speranza, allora. E l’involucro Bianca, della bianca bellezza dei sogni, si fa sempre più cavo, e la cavità fame, e le sue mani si fanno coltelli, e non resta che un modo per preservare il suo amore: divorarlo come un uccello ferito.

 

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