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Droga: guerra e pace

Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Pablo Escobar davanti alla Casa Bianca.)

La guerra alla droga è fallita. Lo dice Breaking the taboo, documentario di Fernando Andrade e prodotto da Richard Branson, eccentrico e biondissimo patron di Virgin, con un cast che include Bill Clinton, Fernando Cardozo, César Gaviria, ex presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, ex presidente del Messico, Ruth Dreifuss, ex presidente della Svizzera. “Non che sia mai andata bene”, è l’immaginario sottotitolo. Il taboo in questione è legato alla droga, ed è quello che ha sempre impedito, a livello ufficiale, di poter parlare di soluzioni alternative al proibizionismo, alla lotta (militare, fisica, distruttiva), al carcere.

Tre fattori sono particolarmente rilevanti in Breaking the taboo: le voci, le immagini, e il fatto che sia stato, dallo scorso dicembre, in streaming gratuito (ufficiale) su Youtube – conclusosi nella notte di lunedì, con un disclaimer: presto sulle Tv di tutto il mondo. Le voci (quella narrante di Morgan Freeman, quelle dei vari protagonisti della politica internazionale che hanno preso parte, quelle di professori, economisti, ex ministri, ex tossici) raccontano numeri e fatti: sono i numeri e i fatti della fallimentare War on drugs iniziata da Richard Nixon nel 1971, sono i numeri e i fatti di ciò che cambierebbe, forse, con una soluzione meno criminalizzante, sono i numeri e i fatti della diffusione, della spesa, degli sforzi.

Le immagini (da Rio de Janeiro alla giungla colombiana, dal Messico all’Afghanistan a Baltimora) raccontano, semplicemente, morte e violenza, così suddivise: vittime dei cartelli in Messico, vittime dei cartelli in Colombia, una sparatoria degli uomini di Escobar in Colombia, una sparatoria in una favela di Rio, scene dalla Svizzera anni ’80 con centinaia di persone che si bucano in un parco pubblico, arresti della polizia statunitense nei confronti di presunti spacciatori, intere piantagioni di cocaina o papaveri da oppio in fiamme. Perché è importante, infine, la gratuità di un tale documento/documentario è evidente, tra le righe, in seguito.

La storia della Guerra alla droga inizia dunque nel giugno 1971, con la scelta di Nixon di impegnarsi in un conflitto più grande, e ancor più difficile e folle, di quello in Vietnam. La droga, dice l’allora presidente in un discorso, è il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti. Nonostante la politica anti-criminalizzazione di Jimmy Carter, che porta, nel 1979, la depenalizzazione in 10 stati, Ronald Reagan torna sui passi di Nixon, e torna con lui la tolleranza zero. Uno dei protagonisti di Breaking the taboo è Robert DuPont, ex responsabile della propaganda anti-droga della Casa Bianca dal 1973 al 1977, sotto i presidenti Nixon e Ford. Oggi, è uno dei principali oppositori alla guerra. Giustifica il suo passato, in parte, così: «Il governo era completamente impreparato all’esplosione del problema della droga. We totally misunderstood cocaine».

Nel 1989 negli Usa il presidente è George H.W. Bush (Senior), e Forbes elegge Pablo Escobar, 40 anni, settimo uomo più ricco del pianeta, con un patrimonio stimato in 25 miliardi di dollari. Escobar trasportava 15 tonnellate di cocaina al giorno nei soli Stati Uniti. Tra i protagonisti del doc c’è anche César Gaviria, presidente della Colombia dal 1990 al 1994, gli anni d’oro del più grande narcotrafficante del mondo. Inizialmente la Colombia era il paese dove si processava la droga, che veniva coltivata in Bolivia e Peru. Quando anche la produzione arrivò a Medellin, nacquero i grandi cartelli. «La gente» spiega Gaviria «aveva paura di Escobar». Forse. Ma fu proprio quando Stati Uniti e Colombia decisero di sfidare il potere del suo cartello che esplose una vera e propria guerra che portò 50.000 morti in due anni.

Le immagini, a questo punto del documentario, mostrano piantagioni in fiamme e attacchi chimici su campi coltivati, da parte di aeroplani. La Colombia è l’unico paese al mondo in cui fu utilizzata questa tecnica, chiamata affumicazione aerea, che spesso colpiva e uccideva, però anche raccolti “innocenti” e circostanti. Facile, in queste situazioni, immaginare la spontaneità con cui le popolazioni locali simpatizzassero con i narcos. «Non puoi fare una guerra alla droga» aggiunge Ruth Dreifuss, ex presidente svizzera, «senza fare una guerra al popolo».

Dall’inizio del Plan Colombia nel 1999, l’iniziativa studiata dall’allora presidente sudamericano Pastrana e da Bill Clinton (un altro dei “pentiti”) per fermare la guerriglia colombiana e l’esportazione di cocaina, il numero dei paesi “coltivatori” passò da otto a ventotto. Oggi il traffico di droga mondiale ammonta a 320 miliardi di dollari l’anno, il più grande mercato clandestino del pianeta. Senza leggi a regolare questo traffico, come dice Morgan Freeman, armi e violenza sono i metodi di controllo più efficaci.

Andrade si sposta poi in Brasile, accompagnato da Fernando Cardozo, anche lui, manco a dirlo, ex entusiasta della Guerra alla droga. Le immagini parlano di sparatorie, ragazzi che si nascondono dietro macchine e riprendono il fuoco, pallottole che si sentono ma non si vedono, adulti e bambini che scappano nel panico. Si concludono con il pianto dei superstiti su alcune vittime, sdraiate in una strada e coperte da una plastica gialla trasparente, qualcosa che richiama, insieme, un imballaggio da banco frigo di un supermercato e una “panetta” di droga.

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Davide Coppo, milanista, è redattore di Studio. A volte scrive anche altrove, su web o carta stampata.
Commenti
Un commento a “Droga: guerra e pace”
  1. elze scrive:

    il proibizionismo è solo un regalo alle mafie

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