John-Stezaker

Brechtdance

Le pagine che seguono sono tratte da Brechtdance, uno dei racconti contenuti in Tutto quello che posso (minimum fax, 2005) di Giordano Meacci. Il racconto, ambientato nel 2014, è stato scritto tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004. A nove anni dalla stesura definitiva, vale forse la pena rileggere alcune descrizioni allora-future che ci riguardano adesso. Anche solo per vedere cosa c’è e cosa ancora manca. (Immagine: John Stezaker.)

di Giordano Meacci

[Da Brechtdance, in Tutto quello che posso, pp. 120-24]

[…]

«Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, dopo anni di prove generali, la Riforma della scuola riuscì a dare l’ultima spallata al sistema già traballante dell’istruzione pubblica, dimezzando di nuovo i fondi per la ricerca e l’insegnamento e causando smottamenti progressivi dalla prima elementare fino all’ultima sessione universitaria.

Il progetto “equiparazione totale”, varato dal ministero, prevedeva un accorpamento (e un insediamento) indiscriminato dei docenti delle scuole private nelle scuole pubbliche; e trasformava in insegnante di ruolo chiunque avesse avuto, per almeno tre anni consecutivi, una “nomina attiva” in una qualunque scuola italiana “autorizzata a impartire lezioni di ogni ordine e grado”.  Un’equiparazione totale, questa, che vide la colonizzazione selvaggia di tutte le cattedre pubbliche da parte di qualsiasi insegnante che – docente privato per ripiego o per consanguineità con i presidi d’istituto non aveva importanza – avesse educato per “non meno di due ore alla settimana” una scolaresca di “sette persone o più”. A discapito, ovviamente, di tutti i precari pubblici, anche vincitori (o piazzati) del concorso del 1999, che – non ancora “di ruolo” – si videro scavalcati dai loro colleghi “più in linea con il nuovo corso meritocratico della storia”.

Non solo: in base alla nuova legge, non erano necessari, in sé, lauree o diplomi di specializzazione. Riecheggiò il grido “Vale più la pratica che la grammatica”, rinfacciato dal governo in carica all’opposizione di sinistra come “un loro parto degli anni Sessanta e Settanta”. Mutuando il concetto di “libera docenza ordinaria” dalle università (e applicandolo anche a tutti gli altri cicli scolastici primari e secondari) venne ratificato per legge il principio dell’autonomia iudicandi del direttore di ogni scuola.

Così da aprire le porte dell’insegnamento a chiunque, a insindacabile giudizio dei direttori e dei presidi, sembrasse in grado di “educare e formare bambini e ragazzi dai 5 ai 23 anni”. In una lunga intervista rilasciata al Foglio in quei mesi cruciali, Ferdinando Adornato – uno degli estensori del Manifesto programmatico dell’equiparazione – spiegò a chiare lettere: “Se Ungaretti ha potuto insegnare Letteratura italiana all’università La Sapienza di Roma senza essere laureato, perché ad esempio io non dovrei insegnare diritto internazionale nei licei; o storia dell’arte al Politecnico, visto che frequento con passione entrambe le materie da anni?”

Naturalmente, Eugenio fece da subito parte della larghissima fetta dei “tagliati fuori” per decisione ministeriale. Per tutto il 2006 e il 2007 riuscì a barcamenarsi tra supplenze saltuarie in due istituti diversi – distanti tra loro una trentina di chilometri – e speranze di revisione strutturale della Riforma, presto vanificate dalla crisi di governo del 2008 e dagli aggiornamenti costituzionali del 2009.

Nel settembre del 2009 Eugenio, dopo parecchi mesi di disoccupazione forzata, si trovò costretto ad accettare il ruolo di “insegnante ausiliario” per il teatro e le attività ricreative – una nuova qualifica professionale tutelata da contratti di lavoro semestrali – contemporaneamente, in una scuola media e in una scuola elementare di Roma.

Un lavoro, questo, che era stato molto utile alla famiglia Calveri; soprattutto in quel periodo di “rialzi programmati” del carovita. Nel 2010 (l’anno della “privatizzazione dissociata”), l’ospedale di Marino in cui Vittoria era stata trasferita d’ufficio, in seguito alla ristrutturazione del San Giovanni di Roma, venne chiuso per mancanza di fondi. E si ricorse – per lei e per tutto il resto del personale – a una forma di cassa integrazione leggera. Un terzo dello stipendio mensile, “a patto che ci si dichiarasse reperibili almeno otto ore al giorno per chiamate urgenti (in istituti ospedalieri a non più di dieci chilometri dal proprio luogo di abitazione)”.

Così erano trascorsi altri tre anni in cui Eugenio e Vittoria si erano dedicati alla blanda sopravvivenza: concentrandosi sulle spese utili, limitando gli acquisti voluttuari come libri e compact disc; facendo una lista rigorosa delle uscite mensili: il cinema ogni venti giorni; ristoranti o pizzerie una tantum, sfidando l’incoscienza casuale dell’umore.

Fino all’avvento dell’ipofasia di Dipentelz nelle loro vite, il momento più memorabile di quel triennio era stato quando, nel 2012, Eugenio era stato costretto dalle ristrutturazioni a cambiare scuola e ad accettare l’incarico di insegnante ausiliario alla Bettino Craxi di Ariccia.

Perché c’è sempre una storia universale di sottofondo,

nelle vite particolari degli individui. E l’esistenza “a recupero costante” di Vittoria e di Eugenio non era dissimile da quella di moltissimi loro connazionali. Il settanta per cento, a voler dare retta ai dati – soggetti peraltro a un ribasso pilotato – divulgati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

La Riforma della scuola era solo uno degli aspetti della vita del Paese: e la storia recente della fine dell’istruzione pubblica solo uno dei rivoli che, interrogativi e sculettanti come bisce in un cesto da incantatori, confluiva poi nel fiume largo e fluido della storia italiana d’inizio secolo.

Tra il 2006 e il 2014 si erano alternati alla guida del Paese sei governi e otto presidenze del consiglio, tra “premier esecutivi” e primi ministri aggiunti.

Nella primavera del 2006 la maggioranza uscente era stata battuta di misura dall’opposizione di sinistra; per due anni il governo aveva, timidamente, cercato di riconsiderare, almeno, le decisioni prese dalla coalizione appena sconfitta. Ma, tra liti di partito e impossibilità strutturale di capire che l’elettorato di base della maggioranza in carica non era quello moderato, il governo riuscì a resistere – appunto – appena due anni: fino al 2008; quando si spaccò in una tale congerie di microalleanze che si dovette ricorrere alle elezioni anticipate. Vinte, di nuovo, dalla destra con oltre il sessanta per cento dei consensi.

Rinfrancato da un tale plebiscito, il nuovo governo in carica iniziò una serie di modifiche strutturali della Costituzione. Abrogò definitivamente i titoli provvisori, aggiunse precisazioni in chiave ipercattolica degli articoli inerenti la famiglia (specificando le distinzioni sessuali, prima lasciate implicitamente fuori dalla lettera del testo). Soprattutto innescò, a partire dal 2009, il meccanismo a orologeria che avrebbe condotto alla Grande Riforma Fiscale. Alla nuova ripartizione delle fasce erariali. All’idea delle tre fasi di inflazione “a rialzo programmato”.

Giulio Tremonti, rinominato a sorpresa ministro dell’economia, aveva ideato un piano di sviluppo a suo dire “semplice e risolutorio”. Bastava, secondo Tremonti, calcolare il tasso d’inflazione e “aumentarlo surretiziamente di due punti ogni anno per i tre anni  successivi”. In questo modo, spiegava il ministro, “la popolazione italiana si adeguerà, gradatamente, a sacrifici sempre più intensi che però, di qui a poco, porteranno al risanamento integrale delle finanze dello Stato”.

Ribaltando diametralmente le già fallaci teorie economiche degli anni precedenti, il ministero dell’economia aveva deciso di sottoporre il Paese a uno sforzo insensato e – dal punto di vista strettamente tecnico – privo di fondamento. Con inevitabile crollo, in Italia, del potere d’acquisto dell’euro e timidi accenni di dissenso da parte della Comunità Europea che rimasero, comunque, inascoltati.

Il contraccolpo della Grande Riforma Fiscale costrinse la maggioranza a un doppio rimpasto di governo tra il 2010 e il 2012. Il tempo giusto per mettere mano all’ultima delle grandi opere, la ricomposizione del sistema elettorale.

Sul modello delle squadre di calcio, venne proposto il sistema del “premierato oligarchico”. Le strade vennero tappezzate di manifesti inneggianti a questo modulo “più democratico e liberista”. Al premier esecutivo designato – espresso dalla coalizione vincitrice – si sarebbe affiancato il primo ministro aggiunto: a scelta, il candidato più votato o il leader dell’opposizione. “Questo”, aveva detto Silvio Berlusconi, “garantirà una maggiore, più ecumenica, governabilità”.

Il nuovo corso creò evidentemente problemi iniziali di adattamento. Nel giugno 2012 Giuliano Amato si insediò come premier della maggioranza e Silvio Berlusconi come primo ministro aggiunto. Ma le pressioni dell’estrema sinistra portarono Amato, da lì a un anno, alle dimissioni. In luogo del ritorno alle urne, il presidente della Repubblica consigliò un rimpasto di maggioranza. Tanto che il posto di premier vacante venne assegnato a Enrico Letta. Recisa via per sempre la componente di estrema sinistra dell’esecutivo, Letta – sotto il sole sbiadito del febbraio del 2013 – sembrò l’anestesia adatta per la febbre malarica che andava covando nella palude bicamerale.

E la biga Letta-Berlusconi resisteva ormai da venti mesi alle redini del governo di unione nazionale permanente. Questo, malgrado la crisi economica e sociale più disastrosa e duratura della storia repubblicana».

[…]

Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.
Commenti
13 Commenti a “Brechtdance”
  1. Francesca Serafini scrive:

    Quando si dice uno scrittore.

  2. marco m scrive:

    l’unico commento possibile, oltre a un blando e persino banale – e prevedibile – “complimenti a Giordano”, mi pare questo:
    “minchia.”

  3. Francesca Serafini scrive:

    “Minchia” (cit.).

  4. Nicola Lagioia scrive:

    Confessione pubblica: in sede di editing (consumatosi nel 2004 in alcune bellissime giornate primaverili a Villa Torlonia, o meglio: per opporre alla bellezza del contesto quel minimo di necessaria autocostrizione: su una specifica e molto scomoda panchina antistante l’ingresso della villa) io e Meacci facemmo una scommessa. Se almeno un terzo di queste previsioni si fosse realizzato previo camuffamento cui la realtà ricorre per non smentire il bellissimo rimprovero di Amleto a Orazio, avrei dovuto comprare una buona bottiglia di vino da bere insieme. O altrimenti lo avrebbe fatto lui.

    Poi – visto che la realtà non ha certo bisogno di certe gentilezze per esistere nella sua ferocia – sono successe tantissime altre cose, e io e Meacci, abituati a ridere uno sulla spalla dell’altro un giorno sì e l’altro pure (le lacrime erano tutte sue), abbiamo cominciato a vederci di meno. Poi molto di meno. Così ho dimenticato la scommessa.

    Ora, Giordano (visto che nella confusa mappa delle mie falsificazioni sei il meno reperibile dei due) tocca a te onorare il mio debito presentandoti un giorno da queste parti a mani vuote. La bottiglia l’ho comprata un quarto d’ora fa.

  5. Federico Cerminara scrive:

    Una volta Giordano mi ha detto di aver imparato da Obi-Wan a vedere il futuro.

  6. Loris Righetto scrive:

    In effetti la cosa più banale da dire sarebbe ‘bravo, Giordano’. Profetico si avvicina di più; in realtà sono impressionato dalla tua immaginazione profetica, che si avvicina così tanto alla realtà delle cose, e dalla descrizione così precisa dell’effetto valanga che queste cose ha sull’individuo. Su Don Abbondio, forse diresti tu. Complimenti, bellissimo pezzo.

  7. Silvia scrive:

    Che dire? La prevedibilità degli italiani è sconcertante! E temo che il futuro non ci riservi grandi cambiamenti… Complimenti a Giordano Meacci! A questo punto dovrò leggere tutto il libro!

  8. Francesca Serafini scrive:

    Se eleggono Enrico Letta (per altro in competizione proprio con Amato) come leggo ora, la profezia è completa.

  9. Nicola Lagioia scrive:

    Oh mio Dio. Beccasti pure Letta. Giordano, avrei dovuto pensarci in fase di editing a annullarti le centurie. Ora mi fai paura, non voglio più avere a che fare con te.

  10. Fabio scrive:

    E poi, Giordano? E poi? Come va a finire? Complimenti davvero.

  11. Francesca Valente scrive:

    Alla biga Letta-Berlusconi e la scuola Bettino Craxi di Ariccia son rabbrividita. Sono cose forti.

  12. Teo scrive:

    L’inquietudine di vivere in una virtualità realizzata (o viceversa). La claustrofobica sensazione di procedere stretti tra altissimi muri senza finestre, la cui ombra perenne preme autoritaria sulla nuca e schiaccia al pavimento la vista.
    Scrittore, vate o fratello dei demoni?

  13. DaniMat scrive:

    Ma è disastrosamente fantastico!

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