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Gianni Brera, il padano globale

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(fonte immagine)

Da qualche giorno è in libreria “I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva” (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l’editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

Gianni Brera, oltreché un grande studioso dello sport è stato l’inventore dell’erotismo sportivo, giornalisticamente sino a lui oggetto di amore e basta. Ho già scritto e qui ribadisco che darei molto della mia vicenduola giornalistica per avere scritto cinque righe come le sue. L’episodio che ho ricordato in apertura non deve far pensare che fosse una persona insensibile e ne ho la prova. Da piccolino il mio terzo figlio aveva avuto un brutto incidente domestico, perdendo due falangi delle dita di una mano negli ingranaggi della cyclette e da allora Gianni non ha mai lasciato passare uno scambio di saluti, per quanto rapido, senza domandarmi sue notizie.

Quando al Tour de France il grande Mario Fossati annunciava Brera in arrivo, sapevo che per me c’era posto alla tavola dove Gianni consumava la sua prima cena in terra gallica, spiegandoci che in qualsiasi bettola della Bassa lombarda si mangiava meglio che nel più celebre ristorante di Francia. Alla fine bevevamo cognac preceduto da una sorsata d’acqua, così lui ci ordinava. Lui che era stato corrispondente della «Gazzetta dello Sport» a Parigi, che parlava bene il francese, che aveva succhiato il meglio della Ville Lumière senza però cedere a nessunissima sottomissione da provinciale. Ribadiva che il ragù d’oca della sua Bassa era il miglior cibo del mondo, altro che quello degli chef stellati dei grandi ristoranti d’Oltralpe.

Aveva studiato sport, davvero e seriamente, cominciando dall’atletica. Non c’era discussione in cui non sostenesse la sua tesi sul filtro delle razze. Un giorno gli dissi che mi rifiutavo di credere che un tal centravanti avesse sbagliato un gol fatto perché di origini lucane e venni trattato malissimo. Tuttavia giurava di non essere per questo razzista, ed era troppo intelligente per esserlo davvero. Era casomai uno studioso delle razze, di cui sottolineava le differenze e riconosceva l’importanza, a patto che non si mettesse in discussione la superiorità di quella padana. Il fatto che io avessi dato non pochi esami della mia inutile avanzata verso una laurea in Giurisprudenza all’università di Pavia mi aveva giovato per avere accesso privilegiato alle sue disquisizioni.

Naturalmente era stato lui a convincermi a lasciare Torino, dove avevo professori secondo me ostili che si ostinavano a pretendere che studiassi anziché lavorare, trasferendomi a Pavia, dove lui conosceva tutti e soprattutto dove potevo mangiare le rane in riva al Ticino e addirittura passare la notte prima dell’esame in uno dei due più celebri casini della città, Grotta Azzurra o Villino Novecento, per tradizione goliardica aperti la notte (senza la presenza delle loro signorine, però) agli studenti «di fuori», affinché potessero sonnecchiare sui divani.

Brera era perfettamente al corrente del fatto che scrivere di sport era in fondo una limitazione, per uno come lui. E se ne compiaceva. Possedeva esperienza internazionale; sapeva addentrarsi nei meandri della lingua italiana a cui contribuiva sfornando continui neologismi; conosceva, oltre al francese, pure il tedesco e l’inglese; fumava scenograficamente bene la pipa. Però non accettava che gli si dicesse che in fondo era sciupato a stare nella tribuna stampa degli stadi. Affermava che scrivendo di sport si può scrivere di tutto, sia perché ci si allena al lavoro veloce dei reportage, stando «sul pezzo», sia e soprattutto perché lo sport ha molte sfaccettature che rispecchiano il resto del mondo e della vita. Non stimava la letteratura contemporanea, tranne Umberto Eco, che era di Alessandria e quindi già bassaiolo.

Gianni Brera ha scritto libri bellissimi (e padanissimi) senza riferimento alcuno allo sport, ma giocava a far credere che li avesse scritti con la mano sinistra. Era molto serio quando in tribuna, prima del via di una partita di calcio, a voce alta annunciava chi avrebbe giocato da libero (allora il ruolo c’era), chi a centrocampo, chi sulla fascia. Più che probabilmente dentro di sé sghignazzava, vedendo che tutti prendevano appunti per uniformarsi al suo dire. Alla fine della sua grandiosa carriera, quando declinava fisicamente, gli stessi paggi che gli s’inchinavano pochi mesi prima presero a trattarlo malamente, fingendo di non sentire le sue domande. E questa è una delle cose più tristi e vili che abbia visto in una tribuna stampa.

Non credo che capisse di sport quanto lui diceva di capire, penso addirittura che a un certo punto avesse smesso di informarsi per arroccarsi sulle sue posizioni dogmatiche. Ma chi se ne frega? Era bravo, anzi bravissimo, anzi straordinario a scrivere, a raccontare. Noi vedevamo la partita con i nostri occhi poi però andavamo a leggere come l’aveva vista e la raccontava lui. In ogni caso, trattava lo sport sempre con maggiore competenza di tutti i suoi predecessori. Guadagnava molto e spendeva molto: era generoso. Un giorno gli dissi che poteva anche chiedere a ognuno di noi suoi colleghi una tangente sullo stipendio, cresciuto con la crescita di considerazione del giornalista sportivo avvenuta grazie a lui. Rispose che ero un pericoloso cretino ma credo stesse mentendo e avesse apprezzato.

Mi è morto di incidente stradale, non sono riuscito mai a dirgli quanto gli ero grato, e come gli avevo voluto bene: anche se ero del Toro e lui si diceva del Genoa ma tifava le milanesi, anche se amavo un villaggio (in paragone a Pavia e Milano) chiamato Torino e lui lo ascriveva alla mia pochezza provinciale (ma non bassaiola, ahimè), anche se non condividevo un’acca del suo modo di giudicare e classificare il calcio utilitaristicamente, prediligendo il difensivismo becero, anche se non stavo alla sua corte. Amava il paradosso e se lo palleggiava bene. Era ridicolo, anche per via dell’epa, quando simulava di dare calci al pallone o persino di mettersi in guardia per un match di boxe, ma lo sapeva e rideva di ei stesso prima che noi sorridessimo di lui. Giudicarlo è impossibile: si era già giudicato da solo, meglio e più severamente di quanto chiunque altro avrebbe potuto fare.

 

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