1vuong

Dal cuore del miracolo. “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong

1vuong

«Una migrazione può essere innescata dal taglio di un raggio di sole che indica un cambio di stagione o di temperatura, di stadio nella vita vegetale o di assenza di scorte di cibo. Le femmine della farfalla monarca depongono le uova rosse durante il tragitto. Ogni storia ha più di una diramazione è la storia di una divisione. Il viaggio richiede settemilasettecento chilometri, più della lunghezza di questo intero paese. Le farfalle che volano al sud non torneranno a nord. Ogni partenza è dunque definitiva. Solo i figli tornano, solo il futuro ritorna al passato.»

Mi capita spesso quando leggo un romanzo – ma solo se il libro mi piace molto – di andare con la mente ad altre storie, a volte alle poesie, questo perché nella mia testa esiste una sorta di mappa letteraria fatta di incroci, rimandi, rette, diagonali, punti che si uniscono, frammenti che, come se provenissero da stelle esplose, guizzano lucenti da un libro all’altro, da un autore all’altro.

Una mappa che si è formata negli anni, fatta di gusti, certamente, ma anche di spigoli, botole che si aprono con personaggi che saltano fuori, per esempio, da un racconto di Buzzati mentre stringono fra i denti e poi recitano una poesia di Amelia Rosselli o un verso di Grace Paley, perché c’è un click nella mia testa che li mette insieme. Non so perché accada ma mi piace che accada. Se la letteratura ha tra i suoi compiti quelli di sparigliare le carte e di inventare nuovi linguaggi, nessuno ci vieta di far parlare un personaggio di Melville con uno dei detective di Bolaño. Tutto deve tenersi, come nelle armonie profonde di Sandro Penna, tutto si tiene, allora. Succede, ed è successo anche mentre leggevo il bellissimo primo romanzo del poeta Ocean Vuong, Brevemente risplendiamo sulla terra (La nave di Teseo, 2020, traduzione di Claudia Durastanti).

Ti ricordi il giorno più felice della tua vita? E che mi dici del più triste? Ti chiedi mai se la tristezza e la felicità possano essere combinate fino a creare una sensazione viola profondo, non buono, non cattivo, ma memorabile e degno di nota solo perché così non sei costretta a stare solo da una parte o dall’altra.

Fin dalle prime pagine, da ogni inesorabile e avvolgente “Quella volta che”, con cui Vuong comincia i brevi paragrafi della straordinaria lettera alla madre di cui è fatto il romanzo, ho avuto al mio fianco una breve e meravigliosa poesia di Giovanni Giudici, il cui primo verso recita “Parlo di me, dal cuore del miracolo”. Allontanandomi per un istante dall’intento di Giudici (ma poi l’intento del poeta non è sempre ampliato, trasfigurato, superato da quello del lettore?), penso al cuore del miracolo di Voung che è la somma di tante piccole cose, di tutti i detriti, le scie che formano questo romanzo.

Il cuore di questo romanzo, il cuore che lo scrittore ha costruito, è formato da memoria, tenerezza, dolore, crescita, formazione, amore, paura, disorientamento, accettazione, perdita, distanza, intolleranza, immaginazione, poesia, limpidezza, visione, paesaggio, abbandono. Il cuore di questo romanzo è denso di passato ma è costantemente proiettato verso il futuro. Parla di sé Vuong, di sua madre, di sua nonna, della sua famiglia, di immigrazione, di come sia arrivato dal Vietnam agli Stati Uniti, aveva solo due anni al tempo, delle difficoltà che vive chi deve integrarsi nell’America immensa, quando (e lo è quasi sempre) questa è ridotta a un sobborgo qualunque, nel caso di Vuong, del Connecticut.

Il talento di Vuong si traduce nel miracolo, nella seconda parte del verso di Giudici, di tenere tutte queste cose insieme in un tessuto delicato e armonioso, musicale e profondo. Questo libro ha il potere di suonare e – mentre lo fa – scava dentro ciascuno di noi, andando a rovistare nei nostri punti nascosti, muovendo qualcosa che non è semplicemente commozione, ma è un misto di ammirazione, scoperta, vitalità e gratitudine.

Ti scrivo perché io non sono quello che se ne va, ma quello che torna, a mani vuote.

Il Vietnam e l’America legate da un flusso di parole che si elevano da una piccola stanza da letto, dal negozio di manicure dove lavora Rose, la madre del narratore; che si stagliano sul fondo dei racconti della nonna Lan che vanno agli anni della guerra, a prima della guerra e ritornano; che si solidificano a mezz’aria, lì dove le poggia Litte Dog, il nostro protagonista, e costruiscono un ponte tra l’impossibile e il possibile. Mentre Vuong ricostruisce la storia della sua famiglia si assume il compito di farci passare in mezzo la sua formazione, la sua crescita intellettuale e sentimentale, la scoperta dell’amore, le paure del ragazzino che viene bullizzato, di raccontare un paese che per gli immigrati è fatto di sussidi e rinunce, di letti condivisi, di ghettizzazione, di centri commerciali, di piccole feste, di un gelato, di una pizza, di una carezza. Dove sono gli States? Cos’è rimasto del Vietnam? Cosa possiamo portarci appresso? Cosa è cucito nelle nostre memorie? Le storie finiscono quando si mette il punto o, più semplicemente, si trasformano? Sono queste alcune delle domande che Vuong formula in questa lunga lettera a Rose.

A Vuong però non interessano soltanto la sua formazione, i sentimenti, la memoria, gli interessa il linguaggio, sotto due aspetti. Il primo è quello che serve a legare la storia familiare, spetta al più giovane interpretare le parole di Rose e Lan che non hanno mai imparato l’inglese e trasformarle in racconto, spetta a lui condurre le due donne sulle strade d’America. Vuong è prima interprete e figlio, poi figlio scrittore, prima e dopo soltanto figlio.

La verità è che sono venuto qui sperando di trovare una ragione per restare. A volte le ragioni sono piccole: il modo in cui pronunci la parola spaghetti “bahgeddy”.

C’è poi il linguaggio che lo scrittore sceglie di usare per far sì che la narrazione stia in piedi. È una lingua melodiosa, sostenuta dal ritmo, dai salti compiuti da un modo di raccontare all’altro, dai dialoghi inseriti con sapienza, dalle metafore raffinate, dalla forza delle immagini. Lingua che non è fatta solo di parole ma anche di gesti, nei modi di Rose vediamo tutte le difficoltà, ogni paura. In lei, per via dello stress post-traumatico, si alternano scatti violenti e indimenticabile tenerezza.

Tutto si tiene, dicevamo, e se accade qualcosa lo dobbiamo anche alla traduzione di Claudia Durastanti che mi pare sia entrata dentro le intenzioni di Vuong, intuendo quello che dietro alle parole sta.

Brevemente splendiamo sulla terra è un romanzo molto riuscito che ha la capacità di accompagnare il lettore in posti dove è stato e in altri che non conosce, in alcuni che rimpiange; è un romanzo retto dalla bella scrittura che non è fine a sé stessa nemmeno per un istante.

La poesia di Giudici chiude con “presumo di non cedere”, Little Dog non ha ceduto, Rose non ha mai ceduto, Lan non ha mai ceduto, c’era una strada da fare e l’hanno percorsa ognuna a suo modo. Vuong ha tenuto le sue donne per mano e da lì ha saputo andare nel suo mondo a venire, come direbbe Ben Lerner suo amico e maestro.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
Un commento a “Dal cuore del miracolo. “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] «Una migrazione può essere innescata dal taglio di un raggio di sole che indica un cambio di stagione o di temperatura, di stadio nella vita vegetale o di assenza di scorte di cibo. Le femmine della farfalla monarca depongono le uova rosse durante il tragitto. Ogni storia ha più di una diramazione è la storia di una divisione. Il viaggio richiede settemilasettecento chilometri, più della lunghezza di questo intero paese. Le farfalle che volano al sud non torneranno a nord. Ogni partenza è dunque definitiva. Solo i figli tornano, solo il futuro ritorna al passato.» [Leggi l’articolo su minima&moralia] […]



Aggiungi un commento