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Brianna Carafa o della qualità narrativa

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di Anna Toscano

Brianna Carafa è una autrice che negli anni Sessanta inizia a essere conosciuta dopo la pubblicazione delle sue poesie per l’editore Carucci e, subito dopo, per i suoi racconti usciti nella rivista Botteghe Oscure. La sua scrittura non passa inosservata nel gruppo di intellettuali che frequenta in quegli anni a Roma, tra i quali Angelo Maria Ripellino, e nemmeno a Italo Calvino che probabilmente in Einaudi caldeggia i suoi due romanzi che escono nel 1975, La vita involontaria, e postumo, nel 1978, Il ponte nel deserto.

Nei decenni Carafa viene dimenticata, destino comune a molte altre scrittrici di quegli anni, i suoi libri si trovano nelle bancherelle dell’usato a prezzi accessibilissimi, rarissimamente i suoi libri sono rintracciabili nelle biblioteche, come se il velo della polvere dell’oblio avesse reso inaccessibile al mondo la potenza straordinaria della sua scrittura. Fino all’anno corrente in cui la casa editrice Cliquot ristampa il suo primo romanzo, La vita involontaria.

Tornare ai libri di Carafa è una contingenza che fa bene alla lettura per via del suo stile al contempo di allora e di oggi, una scrittura curata, il lessico sorvegliato fino ai minimi dettagli, e le storie che narra così sul filo della contemporaneità pur essendo senza tempo. Carafa, architetta e psicologa, intesse storie cristalline nel loro essere torbide, affonda le mani nel fango dell’umano per stenderlo sulla carta ed evidenziare il baldacchino soffocante e traballante dello scacco della società.

Ne La vita volontaria la vita di un ragazzo che passa dalla scuola superiore all’università è una sorta di romanzo di formazione, il cui punto di saldatura costante nei fatti è la riflessione su cosa determini ciò che siamo. Il protagonista è ossessionato da ciò che gli altri volevano e vogliono da lui, dal destino sulle vite, dalle congiunture catastrofiche che possono affondare le generazioni a venire.

La madre di Paolo Pintus muore di parto, il padre perisce in guerra quando lui è ancora molto giovane, muore da eroe racconta la medaglia al valore da sempre esposta in salotto, ma probabilmente è stato un atto suicida. Lui è stato cresciuto da una zia, attorniato da quadri che ritraggono tutta la famiglia quasi a farlo soccombere. Ma la scelta del padre è stata predeterminazione o disperazione? Di questo non ne può parlare, come non si può parlare di un nonno che urlava sempre e che veniva tenuto chiuso nelle sue stanze. Il nonno urlava la sua ribellione o, come tutti gli suggeriscono, era impazzito per la morte del figlio? E il grande edificio coi tetti rossi che vede sempre andando a scuola, e di cui è vietato parlare nel paese, è pieno di quale tipologia di matti? Di quelli che urlano il loro dissenso o che vorrebbero morire? Probabilmente entrambi, ma di certo sono poveri e non possono permettersi di stare in casa come suo nonno.

Sullo sfondo di una città fredda e distaccata, città di invenzione e collocata in Germania,il ragazzo Pintus decide il suo percorso di distaccamento dal luogo natio, andando a studiare in un’altra città, e da se stesso, iniziando un cammino verso il disconoscimento di sé, delle proprie origini, del desiderio degli altri su di sé, della memoria legata a un senso di predestinazione. Solo così, con due dita sul bordo della vita che lo tengono a galla da un mare di alcol, intraprende la sua strada studiando la mente degli altri per curare la propria.

Il sicuro, eterno silenzio, dello zio Ulderico mi dava la certezza che nessuno avrebbe più allungato la mano, dal tempo perduto, per frugare nelle mie azioni o nei miei pensieri. E se lo avesse fatto, sarebbe stata un’ombra.

Le vicende accadono in due città tedesche fittizie, fredde in maniera diversa, estranee in maniera diversa; gli interni parlano di case ricche e arroccate sui ninnoli di famiglia come fossero radici nella terra. Le ambientazioni di questo romanzo di Carafa ricordano molto quelle ungheresi dei romanzi di Magda Szabó e quelle del romanzo Anna Édes di Dezsó Kosztolányi: la nitidezza del contrasto tra i luoghi e le persone che li vivono, lo stridere dello scenario su vite per la società imperfette, lo stridere di vite imperfette che entrano in scenari predestinati.

Il ponte nel deserto è un romanzo che narra il confine che la società impone al temine accettabilità. Quello che fa Bobi Berla, il protagonista, è il medesimo braccio di ferro con l’ambiente in cui è nato e in cui poi si ritrova a vivere che Pintusha fatto. Ma con risultati molto dissimili.

Se Paolo Pintus decide, in un punto preciso della sua storia, di praticare l’autodeterminazione per rivalersi del destino che gli era stato prefabbricato, annullando il proprio passato e i propri ricordi, Bobi Berla non può riscattarsi da una patologia mai pronunciata fuori dalle mura di casa, e insieme alla quale soccombe al giudizio del mondo. Bobi, affetto da una forma di “labilità nervosa”, viene curato dalla madre con olio di ricino e infiniti rimproveri.

Pareva gli sfuggisse il nesso fra causa ed effetto, tanto che da adulto fu sempre incline a situare gli eventi in una successione del tutto casuale. Fu allora che il medico diagnosticò quella tale «labilità nervosa» che convinse solo a metà la signora Leda, preferendo lei attribuire al figlio una colpa piuttosto che una malattia. Del resto, con il sicuro istinto del possesso materno, sapeva che c’era un punto nascosto in cui malattia e colpa si fondevano. Ed era là che aveva inizio la ribellione di Bobi – Dio sa a che cosa e perché – un’insensata, cieca ribellione, qualsiasi nome le avessero poi dato.

Bobi vivrà una vita sempre ai margini nella sua infanzia e adolescenza in una famiglia ricca di ninnoli e colpe, ai margini nella sua carriera come genio dell’ingegneria, genialità che non viene perdonata a uno con le sue lontananze dalla realtà, fino a finire rinchiuso in un margine, il carcere: luogo che sembra il più adatto a una persona distante dalla concretezza del quotidiano imposto e vicina al reale dei propri sogni e dunque facile a cadere in inganni.

Il processo di Bobi è una narrazione perfetta della messa in scena della cattiveria umana, del desiderio di distruggere chi non sa o non riesce a difendersi, la cacciata della pecora nera, colui che non sa stare dentro a confini predisposti. Il processo e la cella di Bobi ricordano moltissimo il processo di Meursault ne Lo straniero di Albert Camus, del quale non è di certo un esempio minore.

Le poesie di Carafa, uscite due decenni prima dei romanzi, annunciano una nitidezza di visione sulle cose che è quasi abbagliante. Sono poesie in cui si possono rintracciare frammenti di una storia personale e pure una riflessione su temi che vanno poi a intersecarsi nella sua scrittura in prosa. Parla in versi di morte, di una simbiosi salvifica tra natura e persona – “[…] i rami ti abbracciano le tempie / come vene / disegnano le mani […]” – di vicinanze umane e di vita. Una poesia sembra la genesi di Bobi Berla, lì da dove è nato il personaggio:

Io vi chiedo se le vostre voci
mi giungono
come in dormiveglia di treno, la notte,
o durante la febbre.
Ma un’ape ho nell’orecchio, che ronza
e vi depone miele.

A noi lettori non resta che sperare in una ripubblicazione di tutti i suoi scritti così da divulgarne l’opera, e auspicare la pubblicazione di testi inediti per poterne gioire; Brianna Carafa è una scrittrice che deve tornare tra i grandi nomi della letteratura italiana, lì è il suo posto.

Commenti
3 Commenti a “Brianna Carafa o della qualità narrativa”
  1. Maria Allo scrive:

    Anna, il ritardo con cui le donne entrano nel mercato editoriale italiano e, la loro marginalità garantiscono paradossalmente che siano più originali e indipendenti da scuole e indirizzi, più genuine, più sincere. Grazie per il prezioso contributo e mi associo al tuo appello. Brianna Carafa deve tornare alla luce…

  2. Grammarnazi scrive:

    “Di questo non ne può parlare”… povera lingua italiana.

  3. sergio falcone scrive:

    Quanti autori vengono ignorati? Tanti, troppi. O fai parte del “giro” mafioso, o vieni dimenticato. Non faccio nomi per evitare querele. Ho avuto la mala sorte di inciampare in un critico letterario che pretende d’essere di sinistra. Un autentico stronzo.

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