Bronx & Poetry

di Tiziana Lo Porto

Si chiama To Be Heard (www.tobeheard.org) ed è un documentario girato nel Bronx che racconta le storie (vere) di tre adolescenti a cui la poesia ha cambiato la vita. Girato in quattro anni, e presentato nei mesi scorsi a festival del cinema e del documentario di mezza America (incassando anche parecchi premi e soprattutto il consenso e l’entusiasmo unanime di pubblico e critica), il film nasce da un’intuizione di tre insegnanti newyorkesi che sette anni fa hanno deciso di avviare in un liceo pubblico del South Bronx un progetto di poesia. Il progetto si chiama Power Writing, e la filosofia che c’è dietro è ben sintetizzata nella frase: «Se non impari a raccontare la tua storia, sarà qualcun altro a farlo al posto tuo». Ragionamento che non fa una piega e che nella sua semplicità permette a ragazzi del Bronx e di altri quartieri di New York di capire l’importanza dello scrivere. Alle lezioni di Power Writing viene chiesto loro di mettersi in gioco, con la poesia o con il rap, di usare la parola per tirare fuori quello che hanno dentro. «Ognuno di noi tre ha iniziato a lavorare a Power Writing portandosi dietro un bagaglio di idee, di esperienze, e di metodi di insegnamento. Ma tutti e tre sapevamo da subito che non si trattava tanto di insegnare, quanto di ascoltare questi ragazzi», mi spiega Roland Legiardi-Laura, uno dei tre insegnanti del progetto, coregista e coproduttore del film, poeta con alle spalle anni di insegnamento in scuole pubbliche, carceri e ospizi per anziani. Gli altri due insegnanti sono Amy Sultan e Joe Ubiles, la prima impegnata da anni nel sociale e anche lei coregista e coproduttrice di To Be Heard, e il secondo ex professore di liceo. A codirigere il film i registi Edwin Martinez e Deborah Shaffer. E a interpretarlo tre ragazzi del Bronx – Anthony Pittman, Karina Sanchez e Pearl Quick – che con generosità hanno condiviso con registi e cameramen quattro anni della propria vita per scoprire insieme a loro quanto la poesia li avrebbe cambiati.

Proiettato una sera di fine settembre in un parco del South Bronx, il documentario si apre con una manciata di potentissimi versi di Anthony, Karina e Pearl, che senza girarci tanto intorno danno un quadro del contesto in cui sono cresciuti. Sono versi come: «Sono stanca di dovere scegliere tra la cena e il biglietto dell’autobus per andare a scuola». Oppure: «In questa città non ti aiuta nessuno. Ti danno solo un pallone da pallacanestro e una pistola, e ti dicono tira e fai canestro oppure tira il grilletto». O ancora: «Questo è il mio quartiere… io e mio fratello lo chiamiamo il Viale dei Sogni Infranti». I tre giovani protagonisti del film si sono conosciuti alle lezioni di Power Writing, e da lì sono diventati amici al punto da fare famiglia tra loro. Le rispettive famiglie, quelle vere, hanno un carico di problemi alle spalle talmente pesante da risultare loro malgrado inadeguate: il padre di Anthony è stato in galera per quasi tutta infanzia e adolescenza del figlio; la madre di Karina ha avuto (e continua ad avere – l’ultimo nasce durante i quattro anni di riprese del documentario) una sfilza di figli a cui Karina si ritrova a fare da madre più che da sorella maggiore; la famiglia di Pearl non può permettersi di pagarle gli studi, costringendola a trovarsi un lavoro part-time per pagarseli da sé. Per questi ragazzi la vita è così dura che prima ancora di arrivare a diciotto anni la rabbia rischia di diventare l’unico sentimento in grado di definirli. Da qui l’esigenza di canalizzare la rabbia, di fare in modo che esca fuori, in forma di versi o di rap che sia.

«Ai ragazzi che seguono i nostri corsi non diciamo subito di scrivere poesie», mi racconta Roland Legiardi-Laura, «diciamo loro di scrivere e basta. E a quell’età la cosa che viene fuori scrivendo è la passione. Spesso sono ragazzi poveri, di colore, neri o ispanici, cresciuti nella cultura rap e hip hop. Per cui anche se nessuno di noi chiede di scrivere rap e hip hop, loro trovano la loro voce e il loro posto nel mondo facendolo. Fare un corso del genere nelle scuole è una grossa sfida, perché non è una cosa a cui il sistema è preparato. Il sistema ti insegna il controllo, ti insegna a diventare un futuro consumatore di questo paese. Scrivendo, questi ragazzi imparano ad articolare la sofferenza e la rabbia che provano, e si ritrovano forzatamente a mettere in discussione il sistema». Come insegnanti, Roland, Joe e Amy sono considerati e si considerano degli outsider, sempre pronti a mettersi in discussione se stessi, mossi dall’ammirevole principio che la cosa più importante nell’insegnamento sia l’ascolto, e decisi nel dire che nelle loro classi nessuno è capo di nessuno. Dalle immagini del documentario si vede come i loro metodi educativi siano qualcosa che va al di là delle quattro pareti di una classe. Se uno dei ragazzi che frequenta le loro lezioni comincia ad assentarsi loro scendono in strada o vanno direttamente a casa sua a cercarlo, tengono i ragazzi il più possibile fuori della scuola, facendoli studiare a casa loro, o all’aria aperta, o portandoli il sabato a visitar musei o al cinema a vedere film in altre lingue sottotitolati. «È un modo per non farli sentire esclusi dalla cultura», dice Roland, «per far capire loro che la cultura è un diritto di tutti. Che se vuoi entrare in un museo qui a New York puoi pure lasciare un penny all’ingresso, perché il prezzo del biglietto sei tu a deciderlo, anche se nessuno te lo dice».

Poi aggiunge che il film non parla solo del Bronx, né del sistema scolastico americano. «Viviamo in un’epoca in cui l’alfabetizzazione è in crisi», dice, e a conferma mi dice che dai sondaggi del National Assessment of Adult Literacy lo scorso anno è venuto fuori che in America solo una persona su otto sa leggere a sufficienza da capire la costituzione. «Gli altri sette americani su otto non hanno idea di come funzioni il paese», dice. «L’America è una terra di ignoranti, e se fai parte della middle class pensi che la cosa non ti riguardi. To Be Heard è un film che parla del come se non sai né leggere, né scrivere, né parlare qui in America non hai il diritto di scegliere. E del come la nostra società stia diventando sempre più ignorante a scapito della democrazia». In pratica, mi spiega, il cattivo funzionamento del sistema scolastico è il sintomo e non la causa, e attribuire agli insegnanti o alle istituzioni responsabilità e colpe non risolve nulla. «In questo momento in America vengano attaccati gli insegnanti, dando a loro tutte le responsabilità del fallimento del sistema scolastico americano. Senza tenere conto del fatto che un dibattito sul sistema scolastico è già una questione che può essere affrontata solo da quella minoranza che sa leggere, scrivere e parlare, tagliando fuori il resto del paese».

Il mese scorso su Harper’s Magazine, in un lungo articolo intitolato «Getting Schooled. The Re-Education of an American Teacher», lo scrittore e saggista americano Garret Keizer scriveva più o meno le stesse cose, osservando come gli insegnanti spesso non abbiano colpe e che la maggior parte dei cambiamenti che ha subito la scuola negli ultimi decenni di fatto siano di natura tecnologica: più onde elettromagnetiche dentro gli edifici scolastici, e ragazzi che vanno negli spogliatoi non a fumare ma a mandare sms.

Alla stessa conclusione è arrivato Roland Legiardi-Laura, che nel dirmi quanto i cellulari siano importanti per i ragazzi («per loro sono più importanti delle scarpe», dice), aggiunge che è una battaglia persa quella dei docenti e genitori per cercare di impedirne o ridurne l’uso. «Quando sette anni fa abbiamo avviato il progetto», mi racconta Roland, «davamo a ogni ragazzo un diario su cui scrivere le proprie poesie. Negli ultimi due anni ci siamo accorti che nessuno se lo portava più a lezione, e che le poesie le scrivevano direttamente sui cellulari. Così mi sono messo a fare qualche ricerca, e ho scoperto da uno studio del Pew Research Center che il 75 % degli adolescenti americani possiede un cellulare, e che un adolescente americano su tre manda più di 100 sms al giorno. Nessuno di questi ragazzi è disposto a rinunciare al proprio cellulare, e allora tanto vale sfruttarlo». Ha ideato così un’applicazione che si chiama Power Poetry e che permette ai ragazzi di condividere le proprie poesie mettendole in rete e di farle circolare. “Le poesie che scrivono questi ragazzi parlano di abusi sessuali, di violenze domestiche, di amore, di prigione, di esperienze dirette condivise e condivisibili. Farle circolare non può che essere di aiuto”.

Chiedo a Roland che cosa fanno oggi Anthony, Karina e Pearl, che ne è stato di loro dopo il film, e dopo il liceo. E lui mi dice che dei tre il più problematico è Anthony. Che la scrittura di sicuro lo aiuta, ma che ancora non sta basta. «Durante le riprese del documentario è stato arrestato per avere fatto sesso con una minorenne ed è come se la cosa lo avesse stigmatizzato», mi dice. «Da quando è uscito dal carcere c’è tornato tre volte per non avere rispettato il coprifuoco mentre era in libertà vigilata. Continua a scrivere, scrive un sacco, ma deve ancora accettare il fatto che non tutte le colpe sono della società, che è anche lui responsabile della propria vita». Le due ragazze, invece, sembrano cavarsela meglio. «Pearl è entrata a settembre al Sarah Lawrence College, studia più che mai, è innamorata, ed è assolutamente felice. Mentre Karina è andata via di casa e vive col suo compagno, con cui ha avuto un bambino. Promette che proverà a entrare anche lei al college, e prima o poi manterrà la promessa. Intanto ci dà una mano insegnando poesia ai nostri corsi, ed è un’insegnante meravigliosa».

Nel frattempo nel parco del Bronx la proiezione del film prosegue sullo schermo e i pochi spettatori occasionali (un manipolo di bambinetti, qualche ragazzo e un paio di barboni) sono inchiodati alle immagini. Guardano attenti e interessati alla possibilità che la scrittura sia davvero una via di fuga, un’alternativa, un modo per uscire dal ghetto.

A confermarmi che il messaggio arrivi è una bambina del Bronx. Nera, più o meno sette anni, la faccia sveglia, mille treccine in testa e altrettante mollette colorate. Dev’essersi accorta che sono l’unica bianca tra gli spettatori, e a fine proiezione si avvicina e mi dice: “Tu non sei di qua”. Le dico che no, non sono del Bronx. Mi chiede: «E allora che ci fai qua?» Le dico che sono venuta per il film, che ci tenevo a vederlo, che voglio scriverne. Ci pensa un po’ su e poi mi dice che anche lei vorrebbe scrivere, che vorrebbe scrivere libri, ma non ci riesce, e allora prende dei pezzi dei libri che ha casa, li mette insieme, e fa dei libri tutti suoi. Le dico: «Bello», affascinata da lei più di quanto lei possa esserlo da me. Poi comincia a snocciolare un’infilata di titoli di libri per bambini, chiedendomi di ognuno se sono stata io a scriverlo. Le dico di no, uno dopo l’altro. È un po’ delusa, ma non lo dà a vedere, e continua la sua improbabile indagine a caccia del libro che potrei avere scritto. Alla fine si arrende, e con tutto il candore e l’ottimismo dei suoi sette anni, dice: «Va bene, ho capito, ancora non sei famosa. Ma, non preoccuparti, se scrivi prima o poi lo diventerai». Poi mi sorride, e se ne torna a giocare.

Questo articolo è uscito per «D-Repubblica»

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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