We get the media we deserve

Questo articolo è uscito per D-Repubblica.

di Tiziana Lo Porto

The Influencing Machine è un libro a fumetti che andrebbe regalato a tutti quelli che a vent’anni hanno rinunciato in partenza a credere nei media, a chi a sessanta non ci ha mai creduto o ultimamente ha smesso di crederci, a quelli che vedono complotti sempre e dovunque, a chi è convinto di abitare in un romanzo di George Orwell, o in uno di Ray Bradbury, a chi pensa che l’opinione pubblica subisca e non agisca, a chi ha smesso di fidarsi di giornali, radiogiornali, telegiornali e si tiene informato navigando su Internet convinto che l’informazione online sia più indipendente (e quindi affidabile) di quella ufficiale, a chi le notizie le legge solo su Google, sul proprio Smartphone, mentre corre sul tapis roulant nella palestra sotto casa, a chi le notizie non le legge affatto, né sui giornali né su Internet, a chi definisce i media “la macchina che ci influenza” senza capire che è lui a influenzarla.
A disegnare (magnificamente) il volume è stato Josh Neufeld, già disegnatore di Harvey Pekar nella sua storica serie a fumetti American Splendor e autore di testi e disegni di uno degli esempi migliori di graphic journalism degli ultimi anni, ovvero il reportage sul post-uragano Katrina A.D.: New Orleans After the Deluge (pubblicato negli States nel 2006, inedito in Italia, e a lungo nelle classifiche dei bestseller del New York Times). A idearlo e scriverlo è stata Brooke Gladstone, pluripremiata e brava giornalista newyorkese, da anni autrice e conduttrice del seguitissimo programma radio On the Media. Un’esperta di media che ama il proprio mestiere più di ogni altra cosa, trasformandosi in tutti gli effetti in paladina dell’informazione. Per farlo ha deciso di usare le immagini, scrivendo un graphic essay (primo nel suo genere, trattandosi di un saggio e quindi non di un reportage né di un memoir né di un romanzo a fumetti) per dimostrare la propria argomentatissima tesi. Vale a dire, mi spiega Brooke Gladstone a Brooklyn (dove abita, insieme al marito, giornalista anche lui, Fred Kaplan), subito dopo avere presentato il suo libro alla Brooklyn Historical Society: “Non è affatto vero che i media sono la macchina che ci influenza. I media sono solo lo specchio di chi li usa. Uno specchio a volte deformante, è vero, ma che comunque riflette le nostre immagini e quelle di chi non ci piace affatto. Chi ama i media li ama non solo per l’incredibile lavoro di informazione che fanno, ma perché ci raccontano come stiamo, quello che proviamo. Qui a New York è successo subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e poi è successo a New Orleans con Katrina. Entrambi gli eventi tecnicamente non hanno avuto una copertura adeguata, ma chi era lì è riuscito a raccontare la nostra angoscia e il nostro dolore. E il risultato è stato, in entrambi i casi, un’audience altissima. Questo per dire che i media siamo noi. Sta a noi decidere cosa farne. Abbiamo tutti gli strumenti per condizionare o cambiare quello che va in onda, e soprattutto abbiamo l’incredibile opportunità di scegliere cosa ‘consumare’”.
Il titolo è un po’ sviante (“Mal me ne incolse quando ho deciso di chiamarlo così, ma il mio intento era puramente ironico”, mi dice Gladstone), ma i disegni sono inequivocabili: più di centocinquanta tavole in cui una buffa versione a fumetti della giornalista radiofonica guida i lettori attraverso la rocambolesca storia del giornalismo americano per dimostrare che come mestiere è nato già con tutti i suoi difetti, ma che di esempi di buon giornalismo è costellato il suo cammino, e che è un dovere di tutti “partecipare attivamente, fidarsi dei giornalisti che si sono dimostrati affidabili, accettare di fare parte del villaggio globale”.
Le chiedo perché ha scelto proprio il fumetto per raccontare la sua storia, e mi risponde con una serie di validissime ragioni: “Prima di tutto, le immagini sono molto più efficaci e restano più impresse delle parole. E poi, in termini produttivi il fumetto è un mezzo molto più economico della radio, ma è anche il mezzo più simile alla radio che esiste. Il che può sembrare un controsenso, è vero. Ma anche se la radio non ha immagini, resta comunque il più narrativo dei media. E soprattutto dà l’illusione di un contatto individuale e diretto tra conduttore e ascoltatore. Sei lì che ascolti e senti il respiro di chi parla, ed è come se si stabilisse una relazione molto più forte di quella che hai con gli altri media. Quando accendi la tv, sei sempre consapevole che ci sono milioni di persone che in quel momento stanno guardando la stessa immagine. Quando ascolti la radio, perdi quella consapevolezza, ti dimentichi degli altri, in quel momento siete solo tu e la voce che ascolti. E io volevo fare esattamente questo: scrivere dentro dei baloon per innescare una conversazione, riuscire a guardare i lettori negli occhi e parlare loro direttamente. E il modo migliore per farlo era il fumetto”.
Aggiunge, scherzando, che diventare il personaggio di un fumetto è stato il coronamento del sogno di una vita: “Sono diventata come l’uomo ragno”. Ma ammette che i veri supereroi del fumetto sono quelli che come Joe Sacco, coi loro reportage disegnati, stanno cambiando in meglio lo stato delle cose. “Negli ultimi anni si sono resi conto tutti che gli adattamenti a fumetti della narrativa non fiction, dai memoir ai reportage di guerra, hanno il pregio di restare impressi nella mente di chi legge. La narrativa non fiction è diventata giornalismo a tutti gli effetti. E anche se non so se e in che misura un reportage di Joe Sacco possa influenzarne uno dell’inviato del New York Times, di sicuro l’irrompere in questi ultimi anni del graphic journalism mostra chiaramente che c’è una trasformazione in atto, che le parole hanno smesso di essere l’unico modo per trasmettere informazioni”. E narrativa non fiction a fumetti è anche il suo The Influencing Machine, anche se ci tiene a precisare che “nel mio caso ho cercato di usare il fumetto in modo non narrativo, frantumando la narrazione per riuscire ad andare avanti e indietro nel tempo. La tesi che volevo dimostrare era basata su una lunghissima serie di aneddoti storici, a cominciare dall’invenzione della scrittura fino al XXI secolo, e il necessario lavoro di sintesi non poteva essere lineare. Non è stato facile, ma mi sono divertita”. Capita così di incontrare, dentro il fumetto e a poche tavole di distanza, Thomas Jefferson e Albert Camus, e ancora, Carl Bernstein e Bob Woodward, e Michael Herr, nel 1967 corrispondente in Vietnam per la rivista Esquire e autore, dieci anni dopo, del magnifico e accurato reportage di guerra Dispacci.

Tra le tavole più belle c’è quella in cui Douglas Adams, autore di Guida galattica per autostoppisti, dice: “Tutto quello che c’è al mondo quando nasci è normale e ordinario ed è solo una parte materiale del modo in cui funzionano le cose. Tutto quello che inventano tra i tuoi quindici e i trentacinque anni è nuovo, eccitante e rivoluzionario. Tutto quello che inventano dopo che hai fatto trentacinque anni è contro l’ordine naturale delle cose”. O l’ultima eloquentissima tavola del libro, in cui Brooke in piedi in mezzo a decine di colleghi coi microfoni in mano, guarda il lettore e dice: “Abbiamo i media che ci meritiamo”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
3 Commenti a “We get the media we deserve”
  1. SpeakerMuto scrive:

    “We get the media we deserve”

    Assolutamente, se questo presuppone la necessità di attingere da più fonti. Personalmente non ritengo un Tg1 delle 20 non è sufficiente.

    “a chi definisce i media “la macchina che ci influenza” senza capire che è lui a influenzarla.”

    Dipende. Credo che la casalinga di Voghera (che segue il grande fratello, va dal parrucchiere ogni sabato per leggere i vari Eva tremila e compagnia cantante, la cui figlia spende i soldi in leccacuccioli e il cui marito legge la gazzetta dello sport e ruba i rotoli di carta igienica dall’ufficio) si faccia influenzare più facilmente e possa non approfondire notizie quali: “Il presidente del Consiglio dice la crisi non c’è, è tutto un complotto comunista ecc.”. Forse bisognerebbe capire chi può essere quel “ci” e chi è quel “lui”. Allora il “lui” che la influenza può determinare il “Quanto possiamo dargliela a bere?”

    “[11 settembre e Katrina] Entrambi gli eventi tecnicamente non hanno avuto una copertura adeguata, ma chi era lì è riuscito a raccontare la nostra angoscia e il nostro dolore. E il risultato è stato, in entrambi i casi, un’audience altissima. Questo per dire che i media siamo noi.”

    Scusate ma non vedo il nesso tra l’audience altissima e l’affermazione “i media siamo noi”. 11 settembre e Katrina erano notizie importanti, angoscianti, riguardanti eventi eccezionali che potevano coinvolgere persone care agli spettatori: avrebbero avuto comunque un’audience altissima. Credo che nessun network potesse essere preparato per tali eventualità, quindi non c’era un problema di concorrenza.

    Per quanto riguarda i media, penso che ci sia chi decide quali argomenti (non) devono andare in onda, con cosa eventualmente martellare l’opinione pubblica e soprattutto con quale taglio: sintetizzando, un elettore di sinistra si aspetta commenti alle notizie da una prospettiva diversa rispetto a un elettore di destra; in questo senso allora possiamo dire “i media siamo noi”: le notizie vengono presentate nella maniera più vicina alle opinioni del lettore (se ne ha, vedi casalinga ecc.).

    “il fumetto è […] il mezzo più simile alla radio che esiste.”

    Non colgo l’analogia e non mi sembra venga spiegata.

    “Ma anche se la radio non ha immagini, resta comunque il più narrativo dei media.”

    Idem.

    “E soprattutto dà l’illusione di un contatto individuale e diretto tra conduttore e ascoltatore.”

    Questo perché nelle talk radio c’è (solitamente) una sola persona che parla e soprattutto si rivolge a un ascoltatore che solitamente si trova da solo nel traffico e accende la radio per avere compagnia, oppure usa gli auricolari in ufficio, ecc. A differenza della TV che invece è spesso un elemento di aggregazione in casa: la visione può essere condivisa tra i membri della famiglia durante la cena o per passare una serata insieme.

    Ma la radio continua a sembrarmi lontanissima dal fumetto, che è un mezzo asincrono, a differenza di radio e TV che sono sincroni: la fruizione dei messaggi avviene allo stesso momento per ascoltatori e telespettatori.

    “Quando accendi la tv, sei sempre consapevole che ci sono milioni di persone che in quel momento stanno guardando la stessa immagine.”

    Anche con la radio si è consapevoli dei milioni di persone che ascoltano le stesse parole, anche perché spesso fanno intervenire gli ascoltatori.

    “La narrativa non fiction è diventata giornalismo a tutti gli effetti.”

    Non da oggi sicuramente, se pensiamo a “Omaggio alla catalogna” del citato Orwell, per dire.

  2. giovanni scrive:

    Dipende quindi da noi se Repubblica è un pessimo giornale?

  3. Tiziana scrive:

    Bell’articolo: lo compro!

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