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“Bruciare i giorni”, l’autobiografia tra realtà e finzione di James Salter

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Perché si legge? Per trarre godimento da una storia? Per riflettere? Per sviluppare una coscienza critica? Per dimenticare la realtà? Per dilettarsi di un linguaggio e di uno stile accattivanti? Leggere Bruciare i giorni – l’autobiografia di James Salter pubblicata da poco da Guanda, con la traduzione di Katia Bagnoli – significa fare tutte queste cose: entrare in un universo narrativo solidissimo e verificare la consistenza delle sue fondamenta, saggiare la profondità del suo cielo, prendere possesso dei suoi spazi aperti, sperimentare i suoi contorni, camminare e respirare per i viali ombreggiati della sua narrazione.

Perché leggere Salter è un’esperienza immersiva, totalizzante, sia quando inventa nuovi intrecci romanzeschi, sia quando racconta la trama ancor più sofisticata costituita dagli episodi della propria vita;un’esperienza che è in primo luogo esperienza linguistica, che passa per uno stile colto e raffinato, attento alla connotazione più che alla denotazione, tramite una sintassi asciugata fino all’essenziale, e che subordina alla paratassi l’ipotassi, alla complessità la purezza espressiva;un’esperienza profonda, sensoriale e spirituale, che pone le sue radici in fondo all’uomo più che nella storia universale.

Mentre racconta, Salter non aspira all’oggettività, non ha la pretesa di produrre un resoconto veritiero sulla propria vita. Viceversa insegue il ricordo nella parzialità del proprio punto di vista, e – come conseguenza – ogni vicenda narrata trova consistenza nel pensiero e nella sensibilità di chi legge, piuttosto che nella concretezza della realtà.

Salter, anche quando narra un episodio trascorso della sua vita, non racconta mai un fatto perfettamente concluso, che appartiene definitivamente al passato, ma una vicenda che non ha ancora terminato di dire quello che ha da rivelare. Mentre racconta, infatti, l’autore aggiunge alla realtà anche la magia della finzione, ottenendo come risultato un resoconto ibrido, affascinante, che è onesto anche quando non è credibile, quando rievoca dettagli troppo precisi quarant’anni dopo gli eventi raccontati; la sua è un’onesta che non consiste nella verisimiglianza della storia, quanto nell’asciuttezza della lingua, nella precisione dell’eloquio, nel nitore della narrazione.

Il libro si articola in due parti. Nella prima, l’autore rievoca gli anni della propria giovinezza, durante i quali è stato ufficiale nell’Air Force, accumulando un cospicuo numero di ore di volo mentre prestava servizio in varie basi aeree dell’Europa e mentre combatteva nella Guerra di Corea. Nella seconda parte, racconta della sua vita come sceneggiatore per il cinema e come autore di romanzi. Sia quando descrive un’alba gelida del colore dell’argento sulla pista di decollo, sia quando si sofferma su una cena al ristorante in compagnia di uno scrittore famoso o di un produttore cinematografico, Salter confeziona il proprio materiale autobiografico in pagine degne della migliore letteratura di invenzione. D’altro canto, «se si trasforma in qualcosa, la vita si trasforma in pagine».

Tra la realtà e l’immaginazione passa una linea sottile, e non è sempre semplice distinguere l’una dall’altra: la realtà non è importante perché consiste di eventi accaduti davvero, ma perché dice qualcosa sull’autenticità dell’esperienza, sul motivo per cui oggi siamo divenuti quello che siamo. Salter descrive ogni cosa con estrema nitidezza, attento a cogliere le minime sfumature delle luci e delle ombre, il silenzio profondo delle altezze siderali o il rombo assordante dei motori. Come quando descrive la consistenza dell’aria in alta quota, l’emozione dell’altezza, della terra vista da una prospettiva diversa, che la rende una cosa nuova e degna di essere raccontata: «L’aria in alta quota ha un odore diverso, metallico, e con una lieve traccia di benzina avio o gas di scarico. La terra scorre sotto con la lentezza della marea, le strade sono deserte, il fiume è immobile. È esattamente come sulla mappa, con qualche differenza insignificante che crea dei dubbi e resta irrisolta».

Nei capitoli relativi alla sua esperienza come scrittore, possiamo trovare degli aneddoti gustosi su Irwin Shaw, William Faulkner, Roman Polanski, Philip Roth. Di Roth, apprendiamo che per la pubblicazione del Professore di desiderio incassò un anticipo di cinquemila dollari. Di Faulkner, Salter sottolinea la grandezza, una grandezza per molti versi misteriosa, quasi inconsapevole, che proveniva da un universo limitato, meschino, povero di stimoli: «Il suo mondo era piccolo, un capoluogo di contea illetterato, uno stato arretrato, ma da questo riuscì a creare qualcosa di grande, forse persino più grande di quel che credeva. Uno scrittore non comprende fino in fondo ciò che ha scritto. Non è come un edificio o una scultura; il suo lavoro non può essere visto nell’insieme. È come fumo, afferrato e stampato sulla pagina».

Ci sono pagine notevoli sul cinema e sulla letteratura;e una memorabile descrizione di Roma, più riuscita di quella di Parigi, per la quale forse aveva troppi modelli che ne influenzavano l’ispirazione. Roma è descritta come una città sporca e allo stesso tempo luminosa, sprofondata nelle sue contraddizioni, senescente, impura, indimenticabile: «Era una città di una decrepitezza senza pari: colori smunti, fontane, alberi sui tetti, bei ragazzi forti, immondizia. Una città del Sud: c’erano palme in piazza di Spagna e il sole incandescente del pomeriggio. Una città corrotta, fiorente nei secoli: niente che fosse stato così spesso tradito poteva conservare un briciolo d’illusione. Di giorno era magnifica. Di notte diventava minacciosa».

Nelle narrazioni di Salter si trovano avvenimenti appena accennati, ancora in embrione, eventi possibili che sono intrinseci nella storia che sta raccontando,non ancora accaduti, e che non sempre vengono sviluppati in una trama articolata. Sono immagini pure, che non sono state viziate dal peccato originale del divenire, che rimangono confinate nel passato, irrisolte, eterne, incontaminate. A volte sono eventi marginali, che non hanno conseguenze sul futuro, che servono solo a evocare un’atmosfera, a suggellare una sensazione. Altre volte si tratta di fatti importantissimi, che cambiano in modo permanente la vita delle persone.Come quando l’autore accenna alla morte della figlia. Salter evoca questo fatto senza dire molto:la figlia è morta in un incidente domestico, lui l’ha trovata, ha tentato di rianimarla. Poco altro. Quasi non parla del proprio dolore, delle conseguenze che questo episodio ha lasciato nella sua esistenza, nella sua vita coniugale. Gli rimane impossibile parlarne, dice, la sofferenza è troppo grande.

A volte ci imbattiamo in delle frasi nominali: un sostantivo, un complemento, e nessun verbo principale a dare un orientamento alla narrazione. Un nucleo iniziale, colmo di un potenziale altissimo, rappresentato nella sua densità di significato che non si dispiega in racconto, non si scioglie nelle volute articolate dell’accadere: «Cene in Park Avenue, l’appartamento degli Schwartz, confortevole e sereno». O ancora: «Città silenziose e dimenticate lungo la costa, collegate da una solitaria strada deserta».

A Salter interessa rappresentare l’essere più che il divenire, come se la storia fosse un’immagine statica,compiuta in se stessa, una sequenza destrutturata di attimi irrelati, una successione di tempi presenti senza alcuna connessione gli uni con gli altri. Il tempo è un’astrazione senza scopo, uno sperpero di relazioni causa-effetto assolutamente vane e inconsistenti. L’autore non intende interpretare gli eventi, coglierne i rapporti reciproci, ma piuttosto metterli sulla pagina nel modo più onesto possibile. Le descrizioni sono più importanti della storia: è preferibile descrivere un paesaggio o un personaggio piuttosto che delineare un articolato sviluppo narrativo. I personaggi sono significativi per quello che sono, non tanto per quello che fanno. E anche quando fanno qualcosa, le loro azioni sembrano più un attributo della loro essenza che non una funzione della storia nella quale si muovono: «C’era una donna bruna e snella con un bikini nero; avrebbe potuto essere messicana ma non lo era. Ci sedemmo a parlare. Era amica del drammaturgo inglese John Osborne e aveva un portasigarette d’oro con una scritta convincente incisa da lui stesso».

Ricostruire i fatti dopo decenni è un’operazione delicata, che lascia spazio per errori grossolani. Tutto ciò che possiamo fare è tracciare delle pennellate di colore, tentare di conferire un’impressione cromatica del tempo trascorso, un’immagine sbiadita che possa rendere l’idea di quello che è stato: «Conosciamo di prima mano, essendone testimoni, al massimo cinque generazioni, la nostra meglio di tutte, ovviamente: da una parte quella di genitori e nonni, dall’altra quella dei figli e nipoti. Per ciò che mi riguarda, molto è stato sfrondato. Il passato è rischioso».

Ciò che possiamo conoscere realmente è soltanto il presente, e anche questo in maniera confusa e frammentaria. Il passato è rischioso, ed è sfuggevole. Anche gli eventi che abbiamo vissuto in prima persona, nel ricordo tendono a sfilacciarsi, a mostrare una consistenza smagliata e irregolare. Salter tenta un’operazione di recupero, discendendo nelle profondità del sé e andando alla ricerca delle conseguenze che gli eventi hanno lasciato nella sua anima e nella sua sensibilità. Egli indaga quelle memorie che hanno contribuito a forgiare la propria individualità in maniera peculiare, quegli eventi senza i quali oggi sarebbe una persona diversa: «Non ho dovuto ricordare queste cose, facevano semplicemente parte di me. Non sono andato alla deriva per trovarle, erano la nave stessa».

Bruciare i giorni non può essere valutato come se fosse un’autobiografia, e nemmeno come se fosse un romanzo, un’opera di invenzione. È un libro le cui chiavi di lettura vanno individuate nella specificità del testo stesso, nell’unicità delle singole pagine. Non esistono soluzioni critiche che si possano applicare a tutte le opere indiscriminatamente. Non si può affermare in maniera categorica che un testo debba essere giudicato per lo stile, o per la trama, o per la coerenza dei personaggi, o per la profondità dei contenuti. Mi sembra invece che ogni libro debba essere letto e valutato in base a categorie interpretative sempre diverse, messe a punto ogni volta in modo specifico a seconda dell’opera che si sta leggendo.

Come avviene anche per i migliori romanzi di Salter, Bruciare i giorni è un libro che ripercorre l’esistenza come una successione di eventi liberati dal fato della caducità, riscattati dalla minaccia della mediocrità e dell’insipienza, e consegnati alla storia come un insieme di attimi fugaci e inimitabili. Del resto, come afferma lo stesso autore, «è soltanto nei libri che si trova la perfezione, solo nei libri la perfezione non può essere rovinata». Solo nei libri, in questi luoghi privilegiati, e soggetti a un così meraviglioso arbitrio.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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