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Bruciare la letteratura: “Manaraga” di Vladimir Sorokin

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Sul fatto che l’epoca non sia – per dirla con Bruno Schulz – «geniale» non ci sono dubbi. Anche riuscire a considerarla «letteraria» è complicato. C’è semmai da temere, e molto fondatamente, che in un futuro, prossimo o remoto che sia, venga ricordata come «culinaria», vale a dire il tempo in cui gli chef divennero stelle polari, il talento aveva il suono metallico di pentole e padelle e l’epos giaceva in ciotole colme di intingoli aromatizzati al timo, si diluiva nei soffritti più sofisticati, annegava nei brodetti.

In Manaraga. La montagna dei libri (traduzione di Denise Silvestri, Bompiani), Vladimir Sorokin immagina un 2037 durante il quale, a guerra conclusa, leggere vuol dire soprattutto cucinare, e il «book’n’grill» è l’arte di preparare i piatti migliori a partire dai classici della letteratura, in una varietà di proposte che va dal carré di agnello alla Don Chisciotte alla bistecca di tonno alla Moby Dick (ma all’origine di tutto c’è un arrosto ottenuto dalla combustione del Finnegans Wake).

Poliedrico nella scelta dei suoi «ciocchi di carta», ma con una predilezione per la letteratura russa, Géza, book’n’griller professionista, viaggia per il mondo appiccando ludicamente piccoli fuochi utili ad ammannire ai suoi commensali spiedini di storione ricavati da una copia dell’Idiota o delle Anime morte,saluta i suoi colleghi domandando «Come brucia?», sfoglia le pagine in fiamme usando uno strumento in titanio chiamato excalibur e affida il suo sistema nervoso ai servizi di tre meticolosissime pulci, intelligenti e trillanti, che per lui decifrano il mondo, fanno in sua vece manutenzione della memoria e,quando è il momento di dormire, gli costruiscono vere e proprie sceneggiature oniriche.

Dialogando a distanza con il Ray Bradbury di Fahrenheit 451 – e lavorando al contempo su quell’ironia paradossale che è oggi la materia espressiva di scrittori come Antoine Volodine e Patrik Ouředník, pienamente coscienti che dentro ogni catastrofe si annida sempre una risata feroce – Sorokin racconta l’intuizione che quanto nel Novecento fu la tragedia della bibliocastia si rideclina adesso (più o meno come tutto) in una farsa: all’epoca dello show cooking permanente, il grottesco è la forma del più spietato realismo.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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