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Su “Bruciare tutto”, l’ultimo romanzo di Walter Siti

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Rolling Stone, che ringraziamo.

di Veronica Raimo

“La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso”. Lo scrive Walter Siti nella nota di Resistere non serve a niente, premio Strega 2013. È difficile che sentirete uno scrittore proclamare il contrario: la fascinazione per il bene non ha mai sedotto nessuno. A forza di lasciarsi sedurre dal Male, e cercarne la sua forma più estrema e sublime, si finisce però per indicizzare l’osceno come le categorie del porno, e renderlo  meno appetibile del suo sbiadito antagonista.

In Bruciare tutto – dopo una prima parte che definire interlocutoria è quasi un eufemismo – Siti scopre le sue carte: qual è il Male assoluto? Ovvero qual è l’ultimo tabù rimasto nella società Occidentale? Sì, ci avete preso: la pedofilia. Nonostante a ricordarci la sua pole-position sul podio dell’aberrazione ci abbia pensato di recente anche il terzo episodio di Black Mirror – il distributore automatico di angosce e distopie contemporanee – Siti si sente in dovere di rispiegarcelo stilando un’apposita nota: “Più ancora dell’incesto, l’assoluto tabù della nostra epoca; sacrilegio per definizione, basta accennarvi per sentirsi sporchi, basta che qualcuno ne sia portatore perché lo si consideri un rifiuto dell’umanità”.

La storia è questa: Don Leo – come ogni prete che si rispetti – è un uomo profondamente tormentato, in continuo dialogo con Dio. Ed è la parte più bella del libro, il suo rapporto con la fede, la tentazione di ogni amante mortale di mettere in dubbio il proprio oggetto del desiderio fino a rinsaldarne potenza (“Se ci fosse un posto dove Dio non esiste, ci andrei di corsa a morire”). La sua idea di Chiesa si scontra con ciò che sembra essere diventata oggi la religione cristiana per esercitare un appeal sulle masse, un distillato di benevolenza caritatevole (“un cristianesimo senza lische, a pronta digeribilità”, “una Bibbia con l’ammorbidente”) condita da linguaggio televisivo (“Leo morirebbe piuttosto che dire: ‘I Farisei avevano una concezione difensivistica, Cristo va all’attacco come la Juve’”).

Eppure la stessa visione fustigatrice di Leo – un po’ meno psicotica di quella di The Young Pope – finisce per tradursi nelle categorie di un dualismo televisivo da talk (“Un Cristo antipatico…intollerante…un po’ Travaglio e un po’ Gabanelli”). Il mondo in cui si muove Leo è una Milano gentrificata, perbenista, “resuscitata dal centrosinistra”, devota alla “stylosophy solidale”, dove l’apparenza è tutto.

I personaggi affiorano come comparse educate a essere semplicemente se stesse, rischiando il calco di tipologie da giornalismo culturale: sciure intellettuali con i libri di Salgado in salone e l’arredamento “molto shabby chic” (sì, pare si usi ancora questa espressione…), adolescenti che si azzuffano per l’ultimo modello di iPhone, artiste rimaste a secco di scopate rilevanti, “pupattole in tubino nero ai vernissage”, gigolò palestrati che non si sentono in colpa di fronte ai mariti perché restituiscono “mogli calde e felici”. Soltanto postulando un mondo depotenziato dal proprio carattere eversivo ormai appannaggio di un’altra civiltà (“i vostri stessi figli corrono dove si muore e si sgozza; hanno bisogno di sentirsi alla gola quella lama che voi avete sepolto e lasciato arrugginire”), squallidamente incapace di ogni forma di amore che non sia la riduzione a desideri iper-esposti e disincantati, una zombitudine depressa e conformista, ipocrita, dall’indignazione facile, insomma una parodia di umanità, Siti riesce a dare corpo al suo tabù e gonfiarlo di lacerante passione (“non si può possedere l’assoluto, se ne può solo essere invasi”).

Il rimosso mai davvero rimosso che tormenta Leo è l’aver scopato (“il verbo preciso è ‘incularlo’”) un undicenne quando lui aveva ventun anni. E come tutti i rimossi, a un certo punto verrà a bussarti alla porta. Siti – sedotto da Male – gioca sul filo del disturbante e non ci risparmia niente: confessori che di fronte all’atrocità di quella rivelazione rispondono: “Se gli va di traverso lo sperma è come lo yogurt, hi hi, tossiscono un po’ e basta”. Il senso ultimo della scrittura dovrebbe esser questo: la dannazione a seguire le proprie ossessioni.

Se resistere non serviva a niente, qui va bruciato tutto. Il punto è quel “rogo” sembra apparecchiato con lo zelo certosino di una cena di Natale, e anche le ustioni più strazianti lasciano intravedere i ferri del mestiere. “Non permetterai che sia tentato al di sopra delle mie forze” chiede Leo al Signore, forse anche Siti dovrebbe chiederlo per se stesso.

Commenti
2 Commenti a “Su “Bruciare tutto”, l’ultimo romanzo di Walter Siti”
  1. silvana scrive:

    “La banalità del male” è un’altra cosa, anche perché in questo caso “male” è scritto in lettere minuscole e fa ancora più male. Se lo si scrive con la M maiuscola diventa un soggetto da fiction… Questo romanzo lo leggerò ma non mi ha mai convinto, nonostante la bagarre scandalistica. Non mi piace tutto questo. Sto sbagliando?

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