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Building Stories

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Building Stories (Pantheon books) è una scatola contenente 14 pubblicazioni di diverso formato che, insieme alla scatola stessa sul cui bordo compaiano otto vignette in tutto, formano il secondo graphic novel di Chris Ware, uno dei maestri americani del genere. Parlo di pubblicazioni perché oltre a vari libri con la copertina rigida, libretti spillati e strisce orizzontali, ci sono un foglio grande come un poster, un quotidiano da tenere con entrambe le mani e persino un tabellone pieghevole tipo gioco da tavolo. Parte del materiale era apparso su varie riviste americane tra cui la serie, a cadenza più o meno annuale, Acme Novelty Library auto-prodotta dallo stesso Ware.

A differenza di quanto era accaduto col capolavoro Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra (Mondadori), che ha avuto vita editoriale simile, in questo caso Chris Ware non ha voluto raccogliere il tutto in un unico volume. Ha preferito, appunto, una scatola. Ha preferito, cioè, rinunciare al racconto lineare per una serie di frammenti intrecciati internamente che il lettore dovrà collegare da sé. Chris Ware si è fidato della nostra capacità di seguire una narrazione seriale e disordinata e Building Stories somiglia a sua volta a un edificio in cui siamo liberi di gironzolare passando dalla camera da pranzo a quella da letto.

Jimmy Corrigan era la storia di un quarantenne solo con una madre asfissiante, con problemi a relazionarsi con chiunque, soprattutto con le donne, che incontra il padre per la prima volta. Se nelle prime vignette lo vediamo da bambino, felice di aver trovato una mascherina da supereroe nei cereali, poche pagine dopo un uomo vestito da Superman lo saluta dalla cima di un edificio prima di gettarsi nel vuoto, atterrando sul marciapiede tra l’orrore dei passanti. Alternata alle vicende di Jimmy, c’era la storia del nonno, un bambino solo dalla testa ovale nella Chicago di fine ottocento.

L’idea per questa parte di libro è venuta a Ware da i libri letti dopo essersi rotto entrambe le gambe saltando da un balcone della biblioteca nella quale era rimasto chiuso, il sentimento patetico di fondo invece era forse dovuto alla sua storia personale: cresciuto dalla madre e dal nonno (giornalista sportivo negli anni ’20 e disegnatore dilettante di strisce comiche) anche lui ha incontrato il padre solo da adulto e, come Jimmy, lo ha fatto poco prima che il padre morisse.

La maestà dei paesaggi silenziosi e dettagliatissimi della periferia, delle livide nevicate e delle costruzioni della Fiera Colombiana di Chicago del 1893 faceva da sfondo a un generale sentimentalismo ricattatorio il cui significato finale sembrava essere: non saremo mai all’altezza dei nostri sentimenti. Come qualsiasi scrittore insicuro delle proprie capacità il Chris Ware di Jimmy Corrigan sentiva il bisogno di raccontare una storia che generasse compassione nei lettori, e lo faceva con espedienti come le pagine iniziali di istruzioni sulla lettura che tradivano una sfiducia di fondo verso le capacità del lettore stesso. Erano comunque dieci anni fa e la forma praticata non era ancora considerata troppo nobile. C’erano Robert Crumb e Art Spiegelman (l’autore della pietra miliare del genere, Maus, che sulla sua rivista Raw ha pubblicato Chris Ware quando aveva appena vent’anni) ma l’idea che il fumetto potesse essere un mezzo di espressione veramente profondo e personale al pari di un romanzo non si era ancora affermata.

In Building Stories e nei volumi della Acme Novelty Library successivi a Jimmy Corrigan, in cui personaggi come il collezionista Rusty BrownMr. Lint ci vengono raccontati in momenti della loro vita e da punti di vista diversi, Chris Ware sembra voler portare avanti una sua  Commedia Umana contando molto sulla capacità dei lettori di seguire una narrazione seriale senza troppi ammiccamenti.

La protagonista principale di Building Stories è una ragazza di cui non sappiamo il nome a cui hanno amputato metà della gamba sinistra. Dato che non c’è un ordine di lettura tra le varie parti che compongono la sua storia, possiamo cominciare da quando è già madre di una bambina di sei o sette anni e vive a Oak Park, sobborgo residenziale di Chicago, e passare poi alle sue ansie da trentenne single in un condominio coi vetri piombati. Alcuni racconti sono degli spin-off sull’anziana proprietaria di casa, sulla coppia del piano di sotto o su Branford the bee, l’ape che compare anche in altre storie dell’Acme Novelty Library di cui la donna senza una gamba racconta la storia alla figlia per farla addormentare. Dettagli letti in un albo spuntano in un altro e il ricordo del senso di colpa dovuto a un aborto giovanile finisce con l’avere la stessa rilevanza della passione della protagonista per i libri di Somerset Maugham o la cattiva abitudine di gettare gli assorbenti nello scarico del bagno.

In una delle storie muore un’amica della protagonista che in un altro libretto era solo una cicciona che occupava troppo spazio nelle cene di gruppo. La protagonista si sente in colpa (pensa si sia suicidata perché trascurata) e prova a compensare organizzando il funerale o un cocktail-party per gli amici dopo la cerimonia. Per punire il sentimentalismo della protagonista e relativizzarne l’egocentrismo, Ware ce la fa vedere alle prese con il bouquet da portare in chiesa il giorno del funerale. È felice perché il marito è fuori con la figlia e per un momento pensa di aver trovato lo scopo della sua vita: fare composizioni floreali. Immagina persino di aprire un’attività ma la storia di cui è protagonista va da un’altra parte: le muore il gatto impedendole di andare al funerale.

Semplificando potrei dire che Chris Ware ha portato in primo piano il meglio del suo modo di raccontare facendo indietreggiare il resto. La scomposizione delle pagine in opere grafiche, lo scorrere del tempo descritto con due immagini affiancate dello stesso palazzo, l’amore ossessivo per dettagli come le nocche sporgenti e rotonde nelle mani dei vecchi, la forma geometrica della frutta, la povere sui pavimenti, i cerotti sulle dita, i pantaloni troppo stretti sulle cosce grasse, la luce delle lampadine dietro i vetri colorati delle lampade, l’ombra del telaio della finestra di giorno, la luce bianca degli iPad sui personaggi quando leggono di sera, le punte rosse di certi nasi, il rosa di piselli e capezzoli diverso dal resto del corpo.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
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