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Bulgaria, gendarme d’Europa

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Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo (fonte immagine).

Sofia. «Ho scelto la rotta via terra per evitare la traversata del mare dalla Turchia alla Grecia, troppo pericolosa. Ma se avessi saputo quel che mi aspettava in Bulgaria, mi sarei imbarcato». Idris è un ragazzo poco più che ventenne. Preferisce che il suo cognome rimanga anonimo. Viene da Wardak, una provincia afghana a due passi da Kabul, in gran parte controllata dai Talebani. Non vede i genitori da molto tempo: «ho lasciato la mia famiglia otto anni fa».

Ha vissuto a lungo in Iran, nelle città di Mashad, Teheran, Shiraz. Poi ha deciso di raggiungere l’Europa. «In Iran non c’era più lavoro e venivo trattato male. Sono ripartito due mesi fa e ora eccomi qui, a Sofia, ma mi sento in trappola». Di tornare in Afghanistan non ci pensa. «Che dovrei fare, finire nelle braccia dei Talebani?». Continuare il viaggio verso «posti ricchi come la Germania» è diventato sempre più difficile. Fino a poche settimane fa, una volta raggiunta la cittadina serba di Dimitrovgrad, subito oltre il confine bulgaro, si otteneva facilmente un lasciapassare di 72 ore che consentiva di arrivare in Croazia, per poi proseguire verso l’Austria, la Germania, i Paesi scandinavi. «Ma ora è tutto bloccato. Colpa dei politici europei».

L’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, che prevede il ricollocamento in Turchia dei migranti ora in Grecia, non promette nulla di buono neanche per chi si trova lungo altre direttrici della “rotta balcanica”. Compresi quanti sono in Bulgaria, l’ultima frontiera europea. Quello tra la Bulgaria e la Turchia è un confine lungo 260 chilometri, in parte militarizzato. Il governo bulgaro ne è il custode, per l’Europa intera. «La Bulgaria ha fatto capire chiaramente di voler svolgere nel modo più rigoroso il ruolo di controllore del confine esterno dell’Unione europea. Le autorità hanno detto e ripetuto che lo renderanno sicuro. Così stanno facendo, secondo i loro criteri», spiega a pagina99 Roland Weil, il rappresentante per la Bulgaria dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr.

I numeri delle autorità locali relativi ai migranti a cui è stato impedito di attraversare il confine turco-bulgaro parlano chiaro: nel 2013 erano 16.736; l’anno successivo 38.502; nel 2015 (ma i dati arrivano fino al 18 settembre), quasi 66.000. I dati sono equivoci, perché nel totale c’è anche chi ha tentato più volte la stessa impresa, ma l’incremento rimane significativo. Sofia lo rivendica con orgoglio. Le altre capitali europee apprezzano, anche se pochi leader lo ammettono apertamente. Tra questi, il primo ministro della Gran Bretagna, David Cameron. Lo scorso dicembre ha incontrato il suo omologo bulgaro, Boyko Borisov, e al confine con la Turchia lo ha ringraziato per «lo sforzo fondamentale» compiuto nel ridurre il flusso di migranti dalla Turchia all’Europa.

«Il ministero degli Interni sostiene che il “successo” dipenda dal sofisticato sistema di sorveglianza messo in piedi in questi anni», prosegue Roland Weil. «Ci sono telecamere che controllano fino a 10 chilometri all’interno del territorio turco. Quando si individua un gruppo di migranti, viene avvertita la polizia turca». Spesso, è la polizia di frontiera bulgara a intervenire. Con mano pesante. «Il nostro primo ministro ripete che il più importante confine orientale dell’Ue “è sicuro grazie a noi, perché siamo bravi”. Ma in questo caso essere bravi equivale a esercitare violenza. Vuol dire respingimenti coatti, misure muscolari, forza bruta», racconta a pagina99 Radostina Pavlova, uno dei membri del Center for Legal Aid di Sofia, «una piccola associazione, e una delle poche in tutto il paese a fornire consulenza, aiuto, sostegno legale ai richiedenti asilo».

Radostina Pavlova guarda con preoccupazione all’orientamento assunto dalle autorità bulgare: conosce molto bene i rapporti redatti dalle organizzazioni per i diritti umani. Gruppi come Amnesty International e Human Rights Watch hanno espresso più volte la loro profonda preoccupazione per il modo in cui le autorità bulgare trattano i migranti all’interno del Paese, e ancora di più lungo i confini.

Le testimonianze raccolte sono inequivocabili: si parla di pestaggi, percosse gratuite da parte della polizia, furti, estorsioni, respingimenti, deportazioni illegali, cani sguinzagliati al seguito dei gruppi di migranti, colpi sparati in aria. E non solo in aria. Il 15 ottobre 2015, un ragazzo afghano di 19 anni è stato ucciso da un poliziotto bulgaro nei pressi del confine turco. Cercava di nascondersi dalla polizia, insieme ai compagni di viaggio. Le autorità hanno cercato di giustificarsi: il ragazzo sarebbe stato colpito accidentalmente da un frammento di proiettile, di rimbalzo. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.

«Il governo sa molto bene quanto valgano le percezioni. L’uccisione del ragazzo afghano è stato un messaggio per molti altri migranti: in Bulgaria non si passa facilmente», spiega a pagina99 Mathias Fiedler, ricercatore tedesco di base a Sofia, dove coordina le attività locali di Bordermonitoring, un collettivo internazionale che raccoglie dati e fornisce analisi sulle rotte migratorie, prestando aiuto e consigli ai migranti. Per l’attivista di Bordermonitoring Bulgaria, anche le più recenti decisioni del Parlamento sarebbero un messaggio rivolto alla società bulgara e alle capitali europee che contano.

Il Parlamento ha stanziato ulteriori fondi per allungare la barriera di recinzione sul confine turco e recentemente ha adottato una legge che consente una più ampia presenza e attività dei militari ai confini. «Pochi giorni fa c’è stata un’imponente dimostrazione di forza al confine meridionale, tra Bulgaria e Grecia», racconta Mathias Fiedler. Un messaggio chiaro quanto l’uccisione del ragazzo afghano: inutile che i migranti respinti al confine di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, provino a passare di qua. «La Bulgaria non sarà mai un paese di transito». Anche «la violenza della polizia di frontiera rientra nella battaglia mediatica per scongiurare l’arrivo dei migranti», sostiene Fiedler. Che critica Sofia ma giudica ipocrita l’atteggiamento dell’Unione europea. «Da qui, dalla periferia dell’Ue, si capisce bene l’ipocrisia di paesi forti come Francia e Germania. Criticano la Bulgaria, le violazioni dei diritti umani, ma ne approfittano, delegandogli la gestione del confine con la Turchia». Affidandogli l’esercizio di quella violenza che tanto condannano.

«I poliziotti di frontiera sono più attenti verso le famiglie come la nostra, ma con i ragazzi vanno giù duro. Ho visto botte, bastonate, insulti, respingimenti e maltrattamenti», racconta a pagina99 Enhas Zazai. Lo incontro a poche centinaia di metri dal Centro di registrazione per rifugiati di Ovcha Kupel, nella periferia di Sofia, sotto le montagne ancora innevate, tra palazzoni grigi, scuole e simboli xenofobi sui muri. Sta discutendo con Idris – il connazionale partito due mesi fa dall’Iran – di fronte a un internet club.

Tira un vento freddo. Enhas Zazai batte i denti, mentre racconta il suo viaggio, cominciato in Afghanistan e interrotto alle porte di Sofia: «viaggiavamo con una decina di persone, afghani e siriani. La polizia ci ha scoperto e arrestato lungo la strada, fuori Sofia. Prima ci hanno trattenuto in un centro di identificazione. Poi qualcuno è stato trasferito qui», a Ovcha Kupel. La storia di Enhas Zazai è simile a molte altre. «Lo scorso anno sono state arrestate circa 11mila persone nel tentativo di attraversare il confine tra Turchia e Bulgaria. Altre 10/11mila sono state arrestate all’interno del Paese. Un numero equivalente è stato arrestato mentre cercava di oltrepassare il confine tra Bulgaria e Serbia. In totale, nel 2015 circa 30.000 migranti sono stati arrestati dalla polizia bulgara», spiega il rappresentante dell’Unhcr nella sede di piazza Pozitano, a Sofia. Tra gli arrestati, c’è chi è in attesa di essere deportato. Chi si è convinto che valga la pena di richiedere asilo in Bulgaria. Ma le prospettive non sono rosee.

«Io dopo tutto rimarrei in Bulgaria, ma le persone che ho incontrato finora mi hanno sconsigliato di farlo. Dicono che questo paese non offre niente». Mohammed (nome di fantasia) è un ragazzo pakistano. Dice di venire dalla valle dello Swat e di aver avuto problemi con alcuni membri locali del Tehreek-e-Taliban Pakistan, i Talebani pakistani, attivi soprattutto nelle aree tribali del paese e nel Khyber Pakhtunkwwa. «A casa non potevo più restare. Qui in Bulgaria non voglio». Sembra che abbia delle buone ragioni per riprendere il viaggio: «dalla fine del 2013 in questo paese non c’è più alcun piano di integrazione. Niente di niente», spiega Mathias Fiedler di Bordermonitoring Bulgaria. «Il governo sostiene che i migranti non vogliano fermarsi in Bulgaria, un paese di transito, e che per questo sia inutile spendere soldi, predisporre piani e strategie. Alcuni migranti resterebbero, ma dicono che qui non trovano nulla. A rimetterci è chi ha esaurito tutte le altre opzioni e finisce per richiedere l’asilo in Bulgaria». «A partire dall’estate del 2015 le cose sono cambiate, nell’atteggiamento dei migranti che finivano per essere arrestati in Bulgaria», commenta Radostina Pavlova del Center for Legal Aid.

Molti si sono affrettati ad andarsene. Le ragioni sono diverse: «qualcuno ha capito che qui è molto difficile ottenere lo status di rifugiato. I migranti provenienti dall’Africa, per esempio, a un certo punto sono spariti. Qualcuno ha creduto che la Germania avrebbe aperto i confini. L’altra ragione è che qui non c’è alcun sostegno all’integrazione». «Il piano governativo sull’integrazione si è concluso nel dicembre 2013», spiega Roland Weil, rappresentante dell’Unhcr in Bulgaria. «Da allora ci sono state molte discussioni, molti comitati, Consigli, etc, ma nessuna azione concreta. La verità è che ci sono troppi attori, dal ministero degli Interni all’Agenzia statale per i rifugiati, passando per il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità di guidare il processo».

La reticenza è anche il risultato di un cambiamento strutturale. «Fino al 2013 in questo paese si registravano 1.000 richieste di asilo ogni anno. All’epoca esisteva un programma molto circoscritto, pensato per quei numeri. Poi le richieste sono aumentate. Nel 2015, 5.600 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato. La crescita delle richieste ha trovato le istituzioni impreparate». «L’intero sistema di accoglienza è collassato nel 2013, e da allora si è fatto davvero poco per rimediare. È una deliberata scelta politica», nota Mathias Fiedler.

Una scelta a cui si aggiungono le contraddizioni della burocrazia: «gran parte delle responsabilità ricadono sulle amministrazioni comunali», spiega Roland Weil. «In linea di principio è un bene. Ma in pratica produce incongruenze. Un rifugiato ha tutti i diritti formali di un cittadino bulgaro, dall’accesso al mercato del lavoro all’assistenza medica, etc. Potrebbe fare richiesta per un alloggio, ma per esempio qui a Sofia l’amministrazione le concede solo a chi risiede in città da più di dieci anni. Un vero e proprio circolo vizioso». Nel quale rimangono intrappolati molti migranti che attraversano la Bulgaria. Non sorprende che la maggior parte di loro non aspetti altro che l’occasione giusta per ripartire: «Appena rilasciano un mio amico ce la filiamo», dice Idris sorridendo, mentre rientra nel Centro di Ovcha Kupel. «Verso dove? La Germania ovviamente. Almeno ci proviamo».

Dinko, il super-eroe che dà la caccia ai migranti

C’è chi pensa che sia davvero un eroe, un difensore dei confini patri e dei valori nazionali. Chi è convinto che sia solo uno spaccone in cerca di pubblicità. Per qualcun altro, è un delinquente che andrebbe fermato al più presto.

Il suo nome è finito sulla bocca di tutti i bulgari: si chiama Dinko Valev, abita nella cittadina di Yambol, ma spesso scorrazza con una moto squad nella zona di confine tra la Turchia e la Bulgaria. Su Facebook gli piace mostrarsi in pose marziali. Esibisce muscoli, tatuaggi, donne, bevute con amici ancora più tatuati di lui, automobili sportive. Dal 18 febbraio scorso può vantare un’apparizione televisiva. È stato il protagonista di un lungo servizio trasmesso da una delle principali emittenti televisive del paese, bTV. «Ora parleremo con Dinko, un vero super-eroe», ha annunciato il conduttore Antone Hekimyan, secondo la ricostruzione fornita dal giornalista Francesco Martino sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Il merito del super-eroe? Dare la caccia ai migranti che cercano di attraversare il confine. Dinko ricorda che durante una perlustrazione a bordo del suo squad, vicino al villaggio di Dolno Yakalbovo è stato aggredito da un «un uomo apparso da dietro ai cespugli». Reagisce e atterra l’uomo, parte di un gruppo di migranti siriani, undici donne, tre donne e un bambino.

Gli uomini inizialmente sono aggressivi, ma grazie ai suoi muscoli Dinko riesce a ribaltare la situazione. I siriani si ritrovano faccia a terra, ripresi dalla telecamere del telefono del super-eroe. «Come ha fatto a convincerli?» chiede la giornalista. «Gli ho detto, “se non vi mettete tutti faccia a terra, uccido uno di voi”». Semplice. Dinko avrebbe poi consegnato il gruppo alla polizia. Oggi continua a rivendicare la bontà delle sue gesta. Andrebbero ricompensate, dice, perché proteggono un confine che non è protetto abbastanza. Le orde barbare sono alle porte. «Dovremmo forse aspettare che ci uccidano?», chiede retoricamente. L’apparizione televisiva ha scatenato polemiche e discussioni, sulle azioni di Dinko Valev e sull’estrema libertà con cui ha potuto esprimere idee razziste, senza che la giornalista obiettasse o replicasse. Un brutto episodio, che ha avuto almeno il merito di far aprire una discussione chiara su questi temi, con posizioni definite, sostengono alcuni attivisti di Sofia. I quali ricordano che l’enfasi sulla minaccia di un’invasione straniera è forte, nel dibattito politico e sui media. «Quel che è più sorprendente», aggiunge il rappresentante dell’Unhcr di Sofia, «è che su posizioni simili si trovino anche persone che dovrebbero promuovere la comprensione reciproca.

Lo scorso anno il Patriarca della Chiesa ortodossa bulgara ha sostenuto pubblicamente che è in corso un’invasione da parte dei richiedenti asilo. E che queste persone rappresentano un pericolo per i valori ortodossi». Da qui, e dalla frequente presenza sui media di personaggi dalle idee xenofobe, l’idea dell’Unhcr di una campagna mediatica. «Proviamo a mandare un messaggio diverso. A spiegare che non c’è alcuna minaccia. Ma la strada è lunga».

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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Un commento a “Bulgaria, gendarme d’Europa”
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  1. […] L’attenzione si è poi focalizzata sulla testimonianza di alcuni migranti giunti in Italia dopo un viaggio lungo un’altra direttrice della Balkan Route: la tratta bulgara, che collega la Turchia alla Serbia senza passare per Grecia e Macedonia. Entrambe queste rotte sembravano chiuse, stando a quanto scrivono i media internazionali e i più recenti reportage. […]



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