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Buon compleanno Kant!

Ieri era il duecentonovantesimo compleanno di Immanuel Kant. Auguri in puntuale ritardo. Ripubblichiamo qui un’intervista ad Emilio Garroni realizzata nel 2004 e un po’ troppo densa per un giornale generalista; alla fine fu pubblicata dall’Indipendente, allora diretto da Antonio Galdo, dopo la morte del filosofo romano, nel 2005.

di Bruno Giurato

Chi era poi questo Kant? Razionalista o empirista? Liquidatore della metafisica o nostalgico dell’”a priori”? Forse è stato il filosofo che ha saputo indagare criticamente la radice di istanze opposte, e che l’ha trovata nell’esperienza estetica. Cercare la necessità guardando-attraverso un oggetto contingente, mutevole, al limite insensato come un’opera d’arte. Tentare di afferrare (rischiosamente e mai definitivamente) il momento in cui sentiamo di appartenere un comune sentire aperto a tutti gli uomini. Questi temi riguardano solo l’arte e la riflessione sull’arte o hanno una rilevanza filosofica piena?

Emilio Garroni, che ha insegnato estetica per una vita alla “Sapienza” di Roma, scommetterebbe che la filosofia c’entra, eccome. Direbbe che il nocciolo della filosofia kantiana è proprio questa ricerca del trascendentale che si svolge nel contingente, e che ha nelle opere d’arte il proprio referente privilegiato. La sua lettura è lontana mille miglia sia dal Kant idealista di cui ci parlavano al liceo, sia dal Kant padre della filosofia analitica che va di moda oggi.

Cosa significa conoscere? Cosa significa agire moralmente? Cosa significa godere del bello? Sergio Givone ha recentemente sostenuto che tutte le domande filosofiche attuali restano nell’essenza kantiane. E’d’accordo con questa affermazione?

Sono completamente d’accordo. Credo che Kant sia uno dei filosofi moderni che ha influenzato di più la speculazione successiva: non esiste pensatore di rilievo che non abbia fatto i conti con lui, perfino quando lo criticava. Motivi di filosofia critica si ritrovano perfino in Hegel, a meno di non prendere la filosofia hegeliana come una piatta metafisica, che non è. Ma se non lo è, allora il lascito kantiano funziona anche in questo caso. Certo, il positivismo si dimentica di Kant: il positivismo è una regione curiosa, piena di direzioni di pensiero diverse, ma in generale, da un punto di vista filosofico, modesta. A parte questa parentesi io credo che la filosofia del Novecento debba a Kant moltissimo. In bene e in male: c’è chi lo interpreta bene e chi lo interpreta male. Eppure, vede, in un filosofo di grande intelligenza come Giovanni Gentile ci sono delle riprese, non so quanto volontarie, di motivi kantiani centrali. Li si ritrova un Gentile non idealista. Lo so, è azzardato dire questo, perché l’idealismo assoluto è proprio gentiliano. Ma Gentile, ad un certo punto fa necessariamente i conti anche con i problemi kantiani, cioè col problema della condizione della conoscenza. Io non credo sia mai esistito al mondo un solo idealista “puro”, e dell”impurità” fanno parte proprio questi motivi critici. Poi c’è la fenomenologia, Husserl, perfino lo stesso Wittgenstein, che, mi pare, non cita mai Kant. Eppure lo ha letto. Quello kantiano è un lascito fomidabile.

A proposito dell’idealismo. Kant ne è ritenuto, stando alle cose che ci insegnano a scuola, il padre. Il filosofo del “soggetto costituente”, secondo cui è’ il nostro intelletto che prescrive le leggi alla natura, e non viceversa. La sua interpretazione va in una direzione molto diversa, vuole parlarcene?

La mia e quella di tanti altri, di quelli che l’hanno interpretato correttamente. Ma  l’accusa di idealismo, a volte, ricorre anche tra i kantiani. Non è idealista, Kant: secondo lui il soggetto non crea la natura. La natura non è un’oggettivazione dello spirito. Sono le cose stesse, con le quali abbiamo un contatto sensibile. Kant si domanda semplicemente qual è la condizione del conoscere. Il conoscere passa attraverso il fatto che sentiamo le cose, le sentiamo soggettivamente. Qualunque etologo, qualunque cognitivista oggi è d’accordo su questa tesi. Ci sono animali che hanno apparati sensori completamente diversi dai nostri, eppure vivono tranquillamente nel medesimo mondo in cui viviamo noi. Che le sensazioni siano soggettive non vuol dire che non possano avere un valore oggettivo. Noi sentiamo così, ma il nostro sentire è determinato da un qualcosa che sta nelle cose stesse. Il problema più grosso si pone forse per i concetti trascendentali, per le categorie. Ma Kant non dice che noi, ad esempio, ci inventiamo la causalità. E’ una presupposizione necessaria che non ci viene attraverso i sensi: non si possono unificare le cose del mondo, i fenomeni, se non attraverso nessi necessari. Il nesso necessario per Kant è la causalità: Allora si parlava soltanto di causalità, oggi la scienza moderna è forse più duttile: parla anche di probabilità, di salti quantici. Però la scienza stessa mira sempre al valore necessario delle leggi che riesce a trarre dall’esperienza: questa presuposizione trascendentale (la si chiami come si vuole, causalità o altro) e inevitabile.

A suo giudizio qual è l’opera più attualmente produttiva di Kant?

Per me è la “Critica della facoltà di giudizio”, di cui mi sono occupato a lungo. Non perché la “Ragion pura” e la “Ragion pratica” non siano importanti. Ma la terza critica rende espliciti dei motivi che non lo sono abbastanza nelle prime due. Viene fuori l’idea che la stessa filosofia ha una fondazione nella terza critica. Ci faccia caso: è l’unica opera kantiana che non ha una contropartita dottrinaria, a differenza delle altre due. La facoltà di giudizio riesce in qualche modo a giustificare il piano stesso delle facoltà, che non formano un aggregato, dice Kant, ma piuttosto un sistema. La “Critica della facoltà di giudizio” è il compimento del lavoro critico. E’ un’opera che tratta il problema estetico, ma non è un’opera di estetica. Kant non usa neppure la parola estetica come nome disciplinare.

Può la parte iniziale della “Critica della facoltà di giudizio”, intitolata “Analitica del bello” essere interpretata come uno sforzo di ricomprensione del percorso della “Critica della ragion pura”, ma ad un più alto livello di tensione problematica?

Ad un più alto livello filosofico, direi. Viene fuori un’idea, costante in Kant: la filosofia non si autogiustifica. Il “problema interno delle filosofia” (come dice Carabellese) è assolutamente inevitabile. Se la filosofia non vuole parlare a vanvera deve riflettere costantemente su se stessa. Questo problema è precisamente tematizzato nella “Critica della facoltà del giudizio”, attraverso quel principio soggettivo che è esaminato nell’”Analitica del bello”. Dal principio che sta alla base del giudizio estetico vengono fuori tutti i rapporti che questo principio contrae con altri ambiti, con la conoscenza in primo luogo (è un formidabile merito di Scaravelli avere intuito per primo questo fatto). Gli stessi tentativi che noi dobbiamo fare per renderci conto della natura dei problemi filosofici, e di quelli scientifici, dipendono da un uso specifico di questo principio.

Questo principio di base grazie al quale riusciamo a “sentire” (soggettivamente ma universalmente) l’accordo delle cose ancora prima di conoscere attraverso le categorie viene definito da Kant “senso comune”. Si tratta di un termine già presente nella riflessione prekantiana. Quali elementi di novità ha introdotto Kant a riguardo?

Il senso comune è per i prekantiani il comune buon senso, ciò che ci appare ovvio. Il senso comune di Kant invece, è un sentire che abbiamo in comune con tutti, e che permette a tutti di dialogare tra di loro. C’è un’esigenza di senso che dà una possibilità di riuscita alla conversazione umana: Non  a caso Kant dice che bisogna “pensare mettendosi al posto di ogni altro”. Non vuol dire accettare ciò che gli altri credono, vuol dire che dobbiamo fare uno sforzo per capire se quello che pensiamo noi è qualcosa che fa parte dell’umanità in generale. E’l’illuminismo kantiano che viene fuori attraverso la nozione di senso comune.

“Senso comune” vuol dire innanzitutto comunicabilità del sentimento che accompagna la contemplazione di un’opera d’arte. Quindi un’opera d’arte è tanto più riuscita quanto più stimola l’interpretazione?

Si può dire anche questo, ma Kant non scende nei particolari, nega di occuparsi della critica d’arte. Non vuole dare dei criteri di giudizio per i critici. Non era il suo mestiere, e non è il mestiere del filosofo. A Kant interessa sottolineare che questo “senso comune” sta alla base della comunicabilità non soltanto estetica ma di tutto il resto.

Altro argomento che Kant ha esplicitato più e meglio dei suoi contemporanei: il sublime (tema che ha avuto una storia complessa, dall’antichità alla modernità). Da una parte il sublime rivela l’inesauribilità delle idee della ragione, dall’altra  si lega all’arte orientale (quella che Hegel chiamava “arte simbolica”) e al misticismo.

Non c’è dubbio che nel sublime traspaiano in maniera più evidente le esigenze metafisiche che stanno alla base del pensare. Esigenze che non possono essere soddisfatte attraverso il sapere ma che stanno alla base della nostra esperienza. Quell’idea di totalità di cui si parlava prima. Nel sublime in qualche modo noi cogliamo questa totalità e questa indeterminatezza dell’esperienza, ma negativamente e soltanto negativamente, non attraverso i concetti ma attraverso il sentimento. Il “senso comune” di cui parlavamo prima, non soltanto ci assicura di questa comunicabilità universale tra gli uomini, ma, nell’esperienza del subilme, ci assicura che della totalità (seppure come concetto limite) noi non possiamo fare a meno.

Come mai successivamente il tema del sublime si è arenato ed è uscito dal dibattito cuturale?

Si è disperso in vari rivoli. Forse è Hegel il responsabile di questa caduta d’interesse. Non perché non ci sia un aspetto di sublimità nelle esperienze che Hegel analizza, ma perché mette completamente da parte il bello di natura. Il sublime, anche in Kant, è legato soprattutto al bello di natura, perché l’opera d’arte, secondo Kant, essendo legata ad una rappresentazione determinata. E’ legata ad una forma, non ha quella illimitatezza che è propria del sublime.

Però forse nell’arte contemporanea (megaschermi cinematografici, dolby surround, musica ad alto volume ecc..) c’è una ricerca della potenza, di un effetto sublime. 

Sì, ma nel senso della “caciara”.

Ma quella c’è anche ad esempio in Beethoven, o in Wagner…

Ma lì c’è sempre una forma. Nell’arte contemporanea vedo ben altro che il sublime. C’è il clamore, c’è lo spettacolo e così via. Ma c’è anche la resa al quotidiano, la resa al determinato .

Insomma, la crociana “arte d’intrattenimento”

Esattamente. Quindi non mi pare che il sublime sia molto vicino all’esperienza dell’arte contemporanea.

La cifra dell’arte moderna sta proprio nel fatto che viene messa in discussione la stessa possibilità di rappresentare attraverso le forme consolidate. C’è sempre un corto circuito tra pensiero e immaginazione, un elemento che spezza la mimesi classica e la devia in forme negative, ironiche. Come si pone Kant rispetto a questo?

Per rappresentazione non dobbiamo intendere soltanto una rappresentazione di tipo mimetico. Kant parla di rappresentazione anche nel caso dell’architettura. Che non è mimetica. C’è semplicemente un progetto iniziale, un disegno iniziale nella testa del progettista. Non so se per l’arte contemporanea la rappresentazione non  abbia più luogo. Io credo di si, anche nel caso dell’arte astratta. Giorni fa rileggevo la corrispondenza tra Schönberg e Kandinskij: non si parla di rappresentazione naturalistica degli oggetti, ma si parla di rappresentazione, di temi determinati che poi via via si dipanano in un discorso complessivo: non si perde il contatto con la realtà. Kandinskij è convinto di dire qualche cosa sulla realtà, lo dice non mimenticamente, un po’ come lo dice la musica. Ma si sente fortemente investito dal problema delle cose che ci circondano.

Chi sono i grandi continuatori di Kant?

Mettiamo da parte i kantisti, che sono legione. I neokantiani, certamente si, anche se spesso la loro interpretazione è riduttiva. Ma per esempio Cassirer è un grande kantiano che ha il merito di seguire una strada un po’ diversa: un concetto diverso di a priori e di trascendentale. Anche in Wittgenstein ci sono delle istanze critiche molto forti, soprattutto nelle “Ricerche filosofiche”, dove addirittura afferma che il problema per la filosofia è non di conoscere i fenomeni come tali, ma di “guardare-attraverso le possibilità dei fenomeni”. Questo è un discorso schiettamente kantiano

Cosa ha lasciato Kant all’estetica come disciplina specialistica, ammesso che si possa parlare di estetica come disciplina specialistica?

Ha messo in crisi la filosofia dell’arte, la scienza dell’arte. D’altra parte non è che queste siano scomparse dopo Kant. Anche l’”Estetica” di Hegel (che lui avrebbe voluto chiamare “filosofia dell’arte”, se non lo a fatto era perché la parola “estetica” era diventata di uso comune grazie a Baumgarten) è ricca di motivi trascendentali, non può essere intesa come disciplina specialistica. Poi c’è stata una scienza dell’arte di tipo positivistico e post-positivistico, fra gli americani. Beh, quelli, kantiani non sono. Ogni tanto, nella storia della filosofia ricorre la tentazione di definire una scienza dell’arte, come se si potesse dire cos’è l’arte, qual è l’oggetto di cui ci occupiamo. Su questo Kant ci ha dato un’indicazione essenziale: ha escluso tassativamente che dell’arte si possa dare una definizione. L’arte è presente esclusivamente attraverso quell’oggetto singolo, esemplare, che è l’opera d’arte che mi sta di fronte.

Da questo punto di vista la critica militante cosa fa?

La critica militante in senso stretto spesso chiacchiera e basta [ride]. Poi ci sono gli studiosi seri, gli storici dell’arte che si occupano anche di estetica. Innanzitutto bisogna approfondire lo studio dell’oggetto che abbiamo davanti. Dopo potremo vedere se nasca il giudizio estetico o no. Molti storici dell’arte non parlano tanto del giudizio estetico come tale, guardano piuttosto al sostrato culturale, alla storia che percorre certi oggetti, alcuni opere d’arte eccellenti, altri mediocri, altri forse nemmeno opere d’arte. Lo storico dell’arte qualche volta può essere anche filosofo. Un caso esemplare è quello di Cesare Brandi, un critico d’arte con grandi capacità filosofiche. Nella sua teoria c’è una lettura kantiana splendida (badi, anche in senso tecnico). In definitiva, l’importante è che il critico sappia muoversi in un territorio e illuminare bene i suoi oggetti. Poi se scatta il giudizio estetico positivo benissimo. Ma forse non è questo il compito specifico della critica. Non esistono dei criteri, non c’è un metodo per giudicare l’arte.

Secondo lei l’arte di oggi dove va?

Non lo so [ride]. Secondo me non va da nessuna parte. L’arte si sta diffondendo come un prodotto di uso comune. Io vedo il grande spettro dell’intrattenimento un po’ dappertutto: Può darsi anche che l’opera d’arte finisca. Non c’è niente di male. Non dobbiamo disperarci per questo. L’importante è che si salvi la cultura, che non si cada nell’usuale, nel risaputo, in quello che ci propina la televisione, Berlusconi e così via.

Borges ha scritto, riprendendo un concetto diffuso in varie epoche, che l’intera storia della filosofia si può leggere come un conflitto tra Platone e Aristotele. In questo conflitto Kant da che parte si trova?

Più dalla parte di Aristotele. L’esigenza conoscitiva aristotelica passa attraverso tutta la storia della filosofia e arriva anche a Kant, alle cui spalle c’era però un retroterra scientifico. Di Platone lo insospettisce la metafisica schietta delle idee.

E Garroni?

Sono un modesto cultore di Kant, e credo di essermi servito molto della sua lezione. Dove io stia, poi, proprio non lo so [ride]

Commenti
4 Commenti a “Buon compleanno Kant!”
  1. girolamo de michele scrive:

    Perdonate l’intrusione, non c’entra ma c’entra. Circola da alcuni anni la leggenda metropolitana di Kant che è talmente convinto dell’esistenza della vita extraterrestre da essere disposto a scommetterci sopra. È una bufala creata da un disgraziato facitore di testi per l’Esame di Stato in italiano (anno 2010), modalità articolo o saggio breve, attraverso un lavoro di forbici che ha isolato la frase in cui Kant enunciava la posizione di chi è disposto a scommettere sull’esistenza degli alieni per poi confutarla come “fede”. In realtà Kant scrive che “Se fosse possibile stabilirlo per mezzo di qualche esperienza, io potrei scommettere tutto il mio, che almeno in qualcuno dei pianeti che vediamo ci sono abitanti”. Ma, per l’appunto, sta parlando dell’impossibilità di confermare l’opinione o la fede con un’esperienza (sta introducendo la fede in Dio, la colomba, il passaggio alla Critica successiva). Il tutto nella “Dottrina trascendentale del metodo”, cap. II, sez. III. Tutto qui, ho supposto che a chi fosse interessato a Kant tanto da leggere per intero questa intervista questa informazione sulla differenza tra la “Critica della ragion pura” e “Voyager” potesse interessare.

  2. Christian Raimo scrive:

    Girolamo, grazie davvero. Già mi aspettavo la fiction: Spazio e tempo 1999.

  3. girolamo de michele scrive:

    Tu ci scherzi, Christian, ma a parte trovare questa bufala googleata (avrai avuto culo tu finora a non trovarti uno studente, o un@ colleg@, che avendola trovata in rete l’ha presa per buona), ti taccio per carità di patria chi l’ha messa in un libro o in una conferenza.

  4. paolopatch scrive:

    Una precisazione: Kant è noto per le sue posizioni sulla vita extraterrestre in base a una ampia sezione del suo primo libro, la “Storia universale della natura e teoria del cielo” (1755), dove afferma di considerare la cosa molto probabile e esamina la possibile struttura fisica (in base alle diverse condizioni ambientali e alla diversa gravità), e le conseguenti differenze morali, degli abitanti dei diversi pianeti del sistema solare. Come in molti altri casi, Kant in seguito assunse un atteggiamento più prudente, ma quel libro restò famoso e molto letto (contiene anche la famosa ipotesi sullo sviluppo delle galassie poi nota come ipotesi Kant-Laplace). Comunque il dibattito sulla vita extraterrestre era molto vivo nel Settecento e non si trattava di un caso straordinario
    Ma il vero scopo di questo commento è di attirare l’attenzione per raccomandare la lettura del post e di qualsiasi cosa abbia scritto Garroni

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