25aprile

Buon venticinque aprile

25aprile

Festeggiamo il venticinque aprile, la festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, con uno scritto di Mario Rigoni Stern indirizzato all’Anpi per il Congresso regionale veneto del 2007.

di Mario Rigoni Stern

Cari Compagni, sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.

È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.

Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere.

Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.

All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite.

Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, e Resistenza sempre.

Commenti
Un commento a “Buon venticinque aprile”
  1. Sergio Falcone scrive:

    I partigièn

    Un n’è par véa d’la gloria
    sa sém andè in montagna
    a fè la guèra.
    Ad guèra a sémi stoff,
    ad patria ènca.
    Evémi bsogn ad déì:
    lascés el mèni lébri,
    i pii, gli òcc’, a glu urèci;
    lascès durmèi ‘nt e fén
    s’una ragaza.
    Par quèst avém sparè
    a’ s sém fat impichè
    a sèm andè a e’ mazèll
    pianzènd ‘nt’ e’ còr
    e al labri ch’al tremèva.
    Mò ènca a savémi
    che a pét d’un boia d’un fascésta,
    neun a sémi zènta
    e lòu del mariunèti.
    E adèss ch’a sém mort
    n’u rumpéis i quaieun
    sa ‘l cerimòni,
    pansè piutòst m’i véiv
    ch’ì n’apa da pérd ènca lòu
    la giovinezza.

    Nino Pedretti, Al vousi e altre poesie in dialetto romagnolo (a cura di Manuela Ricci, con nota di Dante Isella), Giulio Einaudi editore, Torino 2007

    (I partigiani. Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna a far la guerra. Di guerra eravamo stufi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile con una ragazza. Per questo abbiamo sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva e le labbra che tremavano. Ma anche sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravamo persone, e loro marionette. E adesso che siamo morti non rompeteci i coglioni con le cerimonie, pensate piuttosto ai vivi, che non perdano anche loro la giovinezza.)

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