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Buongiorno, sono un difensore della c.d. famiglia tradizionale

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Riprendiamo una riflessione di Giulio Mozzi uscita su Vibrisse, ringraziando l’autore.

di Giulio Mozzi

Buongiorno, sono un difensore della c.d. famiglia tradizionale. Metto quel “c.d.” (cosiddetta) perché quello che non mi va giù, nell’uso del concetto di “famiglia tradizionale” che sento fare in giro, è che la parola “tradizionale”, anziché essere usata nel senso descrittivo, è usata in senso qualitativo: secondo l’idea che ciò che è “tradizionale” è buono ed è meglio.

Tanti anni fa, in una trattoria, la cuoca ci propose un piatto affermando: “È fatto come lo faceva la mi’ nonna!”. Io domandai: “Ma sua nonna lo faceva bene?”; e la cuoca non seppe cosa rispondere. Ancora più anni fa, mi ricordo mia nonna, che avendo assunta una nuova signora per i servizi di casa, a ogni domanda di costei su come cucinare la tale o la talaltra cosa (perché, per l’appunto, ogni casa ci ha la sua tradizione), rispondeva: “Nel solito modo, cara”.

Purtroppo anche locuzioni del tipo “famiglia come una volta”, “famiglia come la faceva la mi’ nonna”, “famiglia senza additivi chimici”, eccetera, implicano (oggi come oggi) un qualche giudizio di valore. Forse “famiglia nel solito modo” no; contiene appena un’ombra di noia, ma un’ombretta; e rimanda alla statistica.

Allora: io sono un difensore della famiglia nel solito modo, e credo che oggi come oggi si possa dire che una famiglia nel solito modo può essere fatta in diversi modi. Per esempio in Italia ci sono (è una cifra che leggo continuamente nei giornali; la prendo per buona) circa seicentomila badanti, in grande prevalenza donne. Quindi ci saranno più o meno seicentomila famiglie con badanti: suppongo che il numero basti per dire che questo modo è uno dei “soliti”. E ho un’idea precisa di come l’inserimento di una signora badante cambi, trasformi, faccia evolvere la famiglia, trasformi i ruoli, eccetera. Lo so che formalmente la signora badante non fa parte della famiglia: tuttavia è lì, può avere formalmente e sostanzialmente la residenza lì, ricevere lì la sua posta, eccetera; la sua presenza si conteggia nel calcolo della tassa sui rifiuti, e non mi si dica che questo è un modo poco ortodosso per definire chi sta e chi non sta nella famiglia.

I divorziati sono il 2,3% della popolazione, e può parere poco, ma sono in fin dei conti un milione e trecentosettantamila (vedi), e se le seicentomila famiglie con badanti ci sono sembrate un numero significativo, anche un milione e rotti di divorziati (con non so quante famiglie implicate: il numero minimo è (ovviamente) la metà circa di divorziati, poi non so quanti dopo il divorzio creino altre famiglie ecc.) saranno un numero significativo.

Certo, gli sposati sono più di ventinove milioni, i celibi (compresi i neonati, credo) più di ventiquattro, tanti di più: ma, per così dire, l’Abruzzo ha 1.331.574 abitanti, cioè il 2,2% della popolazione italiana (gli abruzzesi, insomma, sono un filino meno dei divorziati), e tuttavia non possiamo certo decidere che l’Abruzzo non ha importanza perché gli abruzzesi son pochi, o che gli abruzzesi son così pochi da poter essere considerati come una stranezza.

E allora, la faccio corta, quello che voglio dire è che i difensori della famiglia tradizonale, nel momento in cui annettono alla parola “tradizionale” un giudizio di valore (e lo fanno pressoché sempre), dicono semplicemente una cazzata (quindi, ahimè, dicono quasi sempre delle cazzate); che rende insensato e quasi inascoltabile ogni successivo discorso. Basterebbe leggere quella bella opera intitolata Storia della famiglia in Europa, curata da Marzio Barbagli e altri, pubblicata da Laterza (vabbè, sono un po’ di volumi; bisogna prendersi un po’ di tempo; ma è bella e interessante), per capire che in sostanza l’idea di “famiglia tradizionale”, con annesso giudizio di valore, ha in sé poco senso.

Così come, ahimè, temo che abbia poco senso l’idea di una famiglia “voluta da Dio”. Al di là delle possibili facili ironie sulla Sacra Famiglia (dove peraltro il fatto che Gesù non fosse figlio di Giuseppe non impediva di considerarlo, come fanno le genealogie dei vangeli di Matteo e Luca, discendente di Davide appunto via Giuseppe: vedi, che forse all’epoca erano già più avanzati di oggi), la mia impressione di dilettante di biblistica e di teologia è che esista sicuramente una famiglia “voluta dalla chiesa” (benché nei secoli la Chiesa abbia più volte modificato il proprio volere), ma che di una famiglia “voluta da Dio” abbiamo poche notizie.

Certo, Adamo ed Eva erano un maschio e una donna; altrimenti, non si poteva cominciare; e, d’accordo, è dura considerare la cosa (essendo quello un mito) come un mero fatto tecnico; fattostà che Abramo (prima della miracolosa gravidanza di Sara) usa una sorta di maternità surrogata, generando Ismaele da Agar sua serva; eccetera eccetera, e si potrebbe infierire a lungo con gli esempi. Fino a Gesù di Nazareth, al quale domandano di chi sarà sposa nell’aldilà una donna che sette volte sia rimasta vedova e sette volte si sia risposata (e ogni volta con un fratello del vedovo, second l’usanza); e Gesù rispose (Luca, 20, 27sgg): “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio”. Che è una risposta che somiglia molto a un tentativo di togliersi di torno l’interlocutore, oppure a un tentativo di dirgli: sentite, giovanotti, l’altro mondo è un altro mondo, laggiù (o lassù) è tutto diverso e incomparabile con ciò che sperimentate nella vita di qui.

E quindi: per carità, ci sono cose che per me sono inconcepibili, nel senso che non riesco a capire come uno possa desiderarle: ma la questione se siano cose buone o cattive è diversa dalla questione se siano cose il cui desiderio io possa capire o addirittura condividere.

Infine: poiché è noto che nella coltivazione delle banane vi sono molti abusi, e molte lesioni dei diritti dei lavoratori e addirittura della sovranità degli stati; onde evitare il rischio di incrementare tali abusi; propongo di comminare una pena detentiva di anni dodici ai consumatori di banane; e di dichiarare tutte le banane che eventualmente càpitino in Italia immediatamente adottabili. A questo scopo bisogna innanzitutto creare un registro di banani di verificata capacità genitoriale.

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