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Bussole. L’atlante delle frontiere

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(Le immagini sono tratte dal volume)

L’Atlante delle frontiere (Add editore, 140 pagine, 25 euro, traduzione di Marco Aime), scritto e disegnato da Bruno Tertrais e Delphine Papin, è una bussola che orienta e illumina la complessità del nostro tempo, in cui assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia.

In apertura della propria analisi geopolitica Tertrais, diplomatico francese direttore della Fondazione per la ricerca strategica, fissa una nozione spesso confusa: tutte le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini. Per esempio Cina e Russia hanno impiegato quarant’anni a dividersi 2444 isole fluviali. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita del mondo moderno e comincia nel XVII secolo. Dalla metà del XIX secolo al 1914 il mondo è stato diviso parallelamente alla costruzione degli stati. Solo alla fine della Guerra Fredda sono comparsi sulla terra ventottomila chilometri di frontiere e il 10% delle attuali è successivo al 1990.

Oggi esistono 323 frontiere terrestri su circa 250mila chilometri. Il Continente europeo, che è culturalmente un insieme fluido dai confini incerti, conta circa cento frontiere per una lunghezza di 37mila chilometri. L’Atlante è davvero ricco di informazioni e mappe intellegibili con molte curiosità: la frontiera più antica risale al 1278 tra Andorra, Francia e Spagna. La più lunga, 8991 chilometri, delimita Canada e Stati Uniti. La più attraversata è quella tra Messico e Stati Uniti con 200mila persone al giorno.

 Tertrais, che cos’è una frontiera internazionale moderna?

«È una linea che delimita lo spazio di sovranità di uno Stato».

Qual è la situazione dopo il boom delle frontiere sorte nel 1990?

«Oggi non si tracciano quasi più frontiere terrestri. Innanzitutto perché non ci sono più “zone bianche” sugli atlanti, se si eccettua il continente antartico conteso. Più passa il tempo, più le frontiere esistenti vengono accettate. Siamo in una chiara fase di consolidamento delle frontiere».

E quando nasce un nuovo Stato?

«Sistematicamente si riprendono dei tracciati esistenti di province, regioni e stati federali. Non siamo più al tempo in cui vecchi diplomatici con barbe bianche si appoggiavano sulla carta con una matita e dicevano: la frontiera va tracciata qui. La grande stabilità delle frontiere terrestri è qualcosa di poco conosciuto».

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Ci sono delle eccezioni e non mancano le contese dall’ex Jugoslavia all’Ucraina.

«Potremmo assistere alla creazione di una frontiera, con la conseguente apertura di un vaso di pandora, in caso di uno scambio significativo di territori tra Serbia e Kosovo, su cui si registra la freddezza della comunità internazionale. Nel 2014 il tracciare con la forza da parte della Russia in Crimea una frontiera è stato un avvenimento molto significativo. Ma è impossibile per l’Europa e gli Stati Uniti riconoscere e accettare la secessione della Repubblica di Doneck, sarebbe un effetto domino».

Quando prevale il principio di intangibilità delle frontiere?

«È più facile accettare lo status quo, pur ingiusto e imperfetto, che ridisegnare da capo una frontiera. Un principio che è già antico, perché semplifica la vita internazionale. È stato adottato per esempio nella Carta dell’Unione Africana, perché era più conveniente mantenere le frontiere coloniali non del tutto soddisfacenti in luogo di sprofondare in uno stravolgimento».

È ormai sparita l’illusione di un mondo senza confini.

«Questa idea aveva in sé stessa il germe della propria fine. Il mondo senza frontiere a molti fa paura, mentre per altri è un ideale. Non è sorprendente che esista un desiderio e una rivalorizzazione della frontiera. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita dello Stato moderno, ma non sono mai state precise come oggi. Non abbiamo mai demarcato e sorvegliato così i confini».

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Anche il mare è destinato a essere sempre più delimitato?

«Al contrario di quelle terrestri, le frontiere marittime sono ancora poco contrassegnate: solo 160 su 450 potenziali. Il mare costituisce il nuovo orizzonte della frontiera. Siamo entrati in una fase di messa in opera della Convenzione Onu sul diritto del mare, che incita gli Stati a delimitarlo. È un cantiere ancora aperto in cui convergeranno o confliggeranno interessi per le risorse naturali e ragioni di principio nazionaliste».

E l’Artico?

«Ha acquisito un’importanza nuova, perché è divenuto economicamente più semplice sfruttare le sue risorse: la pesca, il petrolio e il gas. E poi a causa del riscaldamento climatico c’è l’utilizzazione di rotte commerciali del Mare del Nord col passaggio a nordovest più semplice. Oggi c’è la volontà di un paese in particolare, la Russia, di affermare la propria sovranità su molti spazi della regione artica. Si pone una questione di sovranità destinata a divenire sempre più rilevante».

Che cosa rappresentano le frontiere esterne, quando si verifica l’implosione e frammentazione di entità statuali come la Libia?

«Mi colpisce nei paesi falliti, come nel caso citato della Libia o della Somalia, la persistenza delle frontiere esterne. Si resta attaccati alla frontiera esistente. Nel caso della Libia può darsi che un giorno avvenga una separazione tra la Tripolitania e la Cirenaica, ma ciò che ancora stupisce è la resilienza della frontiera. Occorre ricordare che in Medio Oriente spesso si parla di frontiere artificiali, ma spesso a rimetterle in discussione non sono i cittadini ma una piccola parte dell’élite».

Quale futuro immagina per Schengen, spazio di circolazione unico al mondo?

«L’accordo originale di Schengen è stato concepito per facilitare il movimento dei lavoratori transfrontalieri. Era un progetto molto interessante, nato non come un elemento fondamentale dell’integrazione europea e poi percepito dagli europei come una conquista. Una piena cooperazione tra forze di polizia e dogane sarebbe più efficace e meno costosa della sorveglianza statica di posti fissi sulla frontiera».

 Vede uno spazio in Europa per gli aneliti indipendentisti che ridisegnerebbero i confini?

«Negli ultimi venticinque anni è cambiato ben poco, a dispetto delle previsioni secondo cui con l’Unione Europea sarebbe stato più semplice separarsi dallo Stato centrale. Nessun desiderio indipendentista si è concretizzato. E non credo sia uno scenario probabile a venire».

 Perché definisce la demarcazione intercoreana l’ultimo vero Muro di Berlino esistente?

«Il Muro di Berlino era stato ideato per impedire alle persone di uscire. Oggi i muri e le barriere che sorgono in Europa sono per evitare l’ingresso. La frontiera intercoreana ha la medesima funzione politica e istituzionale: esiste per impedire alle persone di andarsene. Non credo che l’incontro tra Trump e Kim Jong-un altererà in maniera fondamentale la situazione frontaliera nella penisola coreana. È possibile che il dialogo separato, che esiste tra Nord e Sud, conduca a visite più frequenti, ma questo regime ha bisogno intrinsecamente della chiusura: sopravvive così».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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