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Le colpe di Orfeo

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(Immagine: Corot, Orfeo ed Euridice)

Finalista al Premio Calvino, Cacciatori di frodo (Miraggi edizioni) è un romanzo infernale. Sin dall’inizio si sprofonda nel furore della storia. Chi narra, confessando i dolori abnormi che gli hanno stravolto la vita, marcia ogni giorno per dodici chilometri su un binario morto, alla ricerca di un’esistenza perduta. Insegue tutti i giorni la moglie che a ogni alba si alza e percorre quei dodici chilometri lungo il binario morto, fino a sdraiarsi ed esporre il proprio corpo, perché un treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e in fondo al Piave. È la catabasi di un uomo che attraversa, dannandosi, i sensi di colpa. A volte crede di essere Orfeo. Nel mito greco Orfeo sprofondò nell’Ade pur di salvare Euridice, commosse Proserpina grazie alla musica e alla poesia e ottenne di riportare l’amata con sé alla vita, a patto che non avesse mai voltato le spalle durante il ritorno. Ma alla fine l’angoscia, la colpa primordiale, l’amore, l’incertezza del proprio passato, la paura di essere solo (e chissà quanti altri infiniti moventi) lo tentarono fino a farlo girare, causando così la perdita eterna della propria consorte.

Nel romanzo di Alessandro Cinquegrani, il protagonista narratore, Augusto – ex imprenditore efficiente nel campo smaltimento pneumatici del civile Nordest – non può che fissare il passato con una torsione fatale. È un Orfeo borghese e antieroico, un’identità trasfigurata dai dubbi, eppure con un’ostinata fede nella propria passione. Mi scuso con il lettore ma non posso non riportare una citazione lunga, perché risplenda la gloria altissima di una coscienza tragica: «Orfeo, per me, si era girato apposta, lo diceva qualcuno, lo diceva e aveva stramaledettamente ragione, penso, si era girato apposta e se n’era ritornato al suo canto, senza cazzi e problemi, lui, Orfeo, all’inceneritore, penso. E poi penso a Orfeo che la vuole abbracciare, Euridice, penso a quel cazzo di Orfeo che non ci può stare senza la sua Euridice, a Orfeo che cammina sui binari, ogni mattina, Orfeo che non molla, che non vuole mollare, e la vuole tirare fuori da quell’inferno, Euridice, la vuole tirare fuori per i capelli, come una missione di vita, fanculo l’inceneritore e fanculo le gomme e fanculo la vasca Jacuzzi e i divani Frau e fanculo gli assessori e i consiglieri, fanculo i ministri e le televisioni, fanculo i giorni, i mesi, gli anni, fanculo gli anni che passano a percorrere ogni mattina quel cazzo di binario morto della ferrovia, Orfeo non molla, chissà dov’era prima, chissà che colpa aveva Orfeo se Euridice adesso si trovava lì, ma non importa, a Orfeo non gliene frega niente del perché e del per come, e di chi merita e di chi non merita, non gliene frega niente delle colpe, dei mostri, degli scheletri nell’armadio, Orfeo vuole sua moglie, la vuole riportare alla vita, la vuole portare fuori da quel cazzo di inferno dove si è cacciata, perché Orfeo la ama semplicemente la ama, non sa neanche cosa cazzo significhi amare Orfeo, ma lui non ne può fare a meno e piuttosto ci resta anche lui in quell’inferno».

Si ripercorrono – come in una nekuia della memoria – i traumi che hanno minato per sempre le famiglie del narratore, la propria e quella d’origine. Vittima di un padre neonazista, una madre fantasma cattolica e un fratello gemello di nome Cesare; si è poi sposato con una donna dilaniata dagli attacchi di panico e ha generato un figlio. Ma ricordando i drammi che non hanno risparmiato nessun familiare, esplodono dubbi sulla propria ricostruzione. La verità dei ricordi, e dei lutti che gli hanno reso la vita un pugno di cenere, è condizionata da una forza che più che morale è moralista, e occulta i fatti fino all’annichilimento della propria persona: «Il mio onesto badare onestamente alla mia famiglia, non è stato che un modo per non fare di più, per non compromettermi di più, penso, e fare soltanto quel poco per galleggiare nella medietà». Una vita mediocre soprattutto quando è rapportata a quella dei soldati resuscitati lì, lungo il Piave. Se da un lato la guerra – la Prima Guerra Mondiale rievocata di continuo durante il presente – marca la differenza con il tempo di pace, dall’altro sembra, però, che la pace nutra la stessa violenza ma senza bandiere.

La guerra si combatte, innanzitutto, in famiglia. I due fratelli gemelli, Cesare e Augusto, sono due opposti. Cesare è una mina vagante, destabilizza senza rimorsi la famiglia ribellandosi alla violenza del padre: è la parte oscura del narratore, l’alter ego artistico, sfrontato e cinico, e si rivelerà spietato. Ma qui sta la meraviglia di un testo nel quale si tramano accuse e nevrosi, espiazioni e miserie celebrandole in una forma disperata di sacralità: alla fine le due coscienze si sovrappongono come se Abele avesse l’identica colpa del fratello Caino. Emblematica – potente quanto lo schiaffo del padre a Zeno – è la scena della madre che in punto di morte confonde i due figli gemelli.

Non ci sono figure adamitiche in questo libro pervaso da citazioni bibliche, nessuno si salva. Nell’orrore quotidiano un canto ossessivo racconta la clandestinità cui ci si condanna, vivendo fatalmente da cacciatori di frodo. La voce che narra intona una preghiera rabbiosa. Rammenta iterando le immagini. La realtà si incanta, e con essa il pensiero, fino alla paralisi. Le ripetizioni percussive sono urla di angoscia. Le frasi cadenzate, che ripetono folli parole identiche, denunciano simultaneamente la paura di capire e l’istinto della verità, il bisogno di mistificazione e l’insopprimibile desiderio di sapere: per risorgere.

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino; il suo secondo romanzo, Mia figlia, don Chisciotte, è uscito a febbraio 2017 per NN editore.
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