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“Che i cadaveri si abbronzino”, il noir nichilista di Manchette e Bastid

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Le Edizioni del Capricorno hanno creato una nuova collana noir, dal nome La metà oscura. Le prime due uscite sono Il tempo della strega di Arni Thorarinsson alla prima traduzione italiana, ma soprattutto Che i cadaveri si abbronzino, il folgorante esordio di Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid anch’esso finora inedito in Italia e tradotto per la prima volta da Roberto Marro, pubblicato originariamente nel 1971 nella ormai mitologica Série Noir dell’editore Gallimard. Una collana come questa delle Edizioni del Capricorno, che si impone di esplorare i confini del noir, non poteva fare scelta migliore partendo da questo fondamentale libro che costituisce la prima e già decisiva prova della scrittura di Manchette in particolare (oltre che scrittore, anche sceneggiatore, critico letterario, jazzista che riuscì talmente bene in questa prima prova da mettersi subito in proprio lasciando così Bastid), genio che rivoluzionò il genere nero innovandone la natura e le ricadute.

La storia è ambientata nel Gard, porzione del profondo Sud della Francia, in un piccolo villaggio caratterizzato da un inarrestabile sole a picco, dove una pittrice di fede anarchica, cinquantenne, alcolizzata e ricchissima, trascorre le sue vacanze con il pensiero rivolto continuamente al rimpianto di una giovinezza ormai irrimediabilmente perduta. Per alleviare le pene dei ricordi e per trascorrere i giorni in un mondo che non le appartiene più, la pittrice ospita liberamente nella sua grande villa amici, amanti vecchi e nuovi e chiunque si mostri interessato quando passa nei dintorni del villaggio: si incontrano così Luce, la padrona, ancora bella anche se viene chiamata «la vecchia», lo scrittore Bernier, che ha ormai fallito nel suo obiettivo e non fa che ubriacarsi, il giovane Jeannot invaso da sogni romantici e molto inesperto nella vita, Rhino che viene descritto come un «toro logico» dal viso che ricorda un’antica scultura, mentre Gros è nudo per quasi tutto il romanzo e dotato di una forza sovrumana che gli permette di fare ciò che vuole: sono questi alcuni degli uomini che si muovono attorno alla casa.

Le vacanze trascorrono in questo clima surreale, in un mondo che non ha legami con quello che succede fuori, neanche quando, a pochi chilometri dalla residenza, avviene una violenta e sanguinosa rapina con un mortale assalto ad un furgone portavalori, compiuta, in realtà, da alcuni degli ospiti: «Il colpo era stato preparato con la deliberata intenzione di uccidere, come alla sera fece notare il commissario incaricato dell’inchiesta in una dichiarazione alla stampa. I due motociclisti e un passeggero rimasero uccisi sul colpo. L’autista del furgone, ferito a morte, fu finito da Rhino con un proiettile alla nuca. La porta posteriore si aprì e la guardia giurata ne emerse tossendo e sputando, revolver in pugno. Dal tetto del furgone Jeannot gli sparò un proiettile da 9 mm nella volta cranica, dopodiché la guardia giurata non fu più un problema». In concomitanza con questa feroce rapina, nuovi enigmatici personaggi raggiungono la villa in cerca di ospitalità: come per ogni nuovo arrivo però vengono accolti senza troppe domande pur avvicinando sempre più la distruzione. La rottura all’interno della trama arriva poi quando due poliziotti, troppo ingenui, salgono al villaggio e tutti si ritrovano coinvolti in una spirale di violenza inarrestabile, della quale non rimarranno che cadaveri.

La narrazione di Manchette e Bastid, procede a ritmi vertiginosi e sembra impossibile che tutta la storia si svolga nell’arco di un giorno: la vicenda è narrata minuto per minuto, il tempo di una giornata e della notte seguente. Il ritmo e lo stile assumono subito un carattere cinematografico che guida verso l’esaltazione per la vicenda e, nello stesso tempo, il timore per quello che può accadere nella pagina dopo. La notte che viene narrata vedrà abbattersi sul villaggio isolato cambi di alleanze e si compiranno molti destini, quasi tutti tragici. Mentre passa il buio e si riaffaccia l’alba, la storia arriva al suo compimento, non mancando di riservare un atteso, quanto accuratamente costruito dagli autori, ribaltamento, proprio quando sembra che la morta abbia percorso tutto il suo cammino.

Al di là della grandezza all’interno del suo genere, e cioè un romanzo secco e implacabile che tiene con il fiato sospeso per tutta la durata della vicenda, Che i cadaveri si abbronzino è anche un romanzo che viene scritto e pubblicato al sorgere degli anni Settanta, qualche anno dopo i fatti del maggio 1968 e che dal movimento di quegli anni prende anche vita. Il libro infatti, dietro alla sua etichetta di genere che comunque lo pone al vertice di un certo tipo di scrittura, non manca di raccontare nitidamente le ricadute della deriva borghese francese. Luce e e suoi amici trascorrono delle «vacanze da barbari», come dei patrizi che vogliono tentare una vita di livello più basso e rozzo senza però mai rinunciare al benessere del bere e del mangiare e, più in generale, di un modo di vivere che li contraddistingue e li rende tali.

Quello che da questa volontaria quanto falsa scelta di vita resta nei pensieri dei protagonisti è semplicemente un nichilismo che cresce in maniera inarrestabile, figlio tanto della disillusione quanto del rammarico per una vita sprecata. Solo quando la morte si affaccia e minaccia veramente le vite di alcuni di questi uomini, il ricordo della famiglia altolocata da cui provengono diviene l’ultimo appiglio prima schifato e adesso ricercato. Ma per altri neanche la morte porta ad un ragionamento più naturale e, verrebbe da dire, umano: è il caso di Luce, «beffardo angelo della morte e avvizzita dispensatrice di grottesca sessualità», che non accetta il consiglio di un gendarme di lasciare il villaggio e salvarsi, perché restare lì a contatto con la morte le risulta certamente più divertente.

Nel paesaggio assolato e dormiente del villaggio che fa da sfondo alla vicenda, viene scritta in maniera indelebile una profezia che stupisce per la sua concretezza: la svolta politica sessantottina aveva realmente fornito un’autentica chance rivoluzionaria a cui però un’alta borghesia sorda, dormiente e intenta solo all’autoconservazione non si interessò. In tale contesto non può che nascere allora il germe di un vortice di sangue e violenza, per esempio quello narrato da Manchette e Bastid, anch’esso preconizzatore di tutto le lotte che negli anni ’70 hanno attraversato l’Europa.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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