regine

cage, stage, age

Con l’emozione ancora vivida della loro ultima tappa italiana, lo scorso giovedì all’Indipendent Day di Bologna, e del loro ultimo album, Suburbia, riproponiamo questo articolo sugli Arcade Fire scritto da Gianluigi Ricuperati “in diretta da Montrèal” e apparso sulla rivista Rumore nel 2007.

My body is a cage / I’m standing on a stage / I’m living in an age
(Arcade Fire, My Body is a cage)

“Sto andando dallo psicologo. Sa, sono un conducente della metropolitana di Montréal”, mi dice Mathieu. È un uomo con i baffi impolverati di neve ed entrambi stiamo con le mani attaccate al bavero del giaccone, soltanto che lui ne indossa uno e io due, e il suo ha il logo dell’azienda di trasporto pubblico locale: non ho capito male: non è un malato mentale. Rientrando in uno dei bar di Outremont ascolto la sua storia, prima guardando l’orologio poi smettendo di guardare l’orologio. Infine lo saluto e cerco di raggiungere un teatro di Hutchinson Road in cui qualcuno si aspetterà chiacchiere curiose sullo spettacolo di stasera, e invece avrà soprattutto domande da incredulo su questa cosa ovvia e terribile – il rapporto fra le corse della metropolitana e il tasso di suicidi giovanili in Quebèc, la relazione instabile fra il senso di colpa innocente e la neve sotto cui si annida lo sporco, fra il numero di primavere e il numero di esequie senza salvezza. Non mi sento troppo fuori luogo, però: il cantante del gruppo che si esibirà sul palco del teatro era venuto a Montréal per studiare esegesi dei testi biblici presso una delle cinque università che affollano di adolescenti adulti le strade della città e gli assi degli appartamenti in condivisione. Il gruppo ha vinto l’attenzione del mondo intero con un disco chiamato Funeral. Sta per uscirne un altro che s’intitola Neon Bible. Ed è vero, mi confermano psicologi locali: un mucchio di conducenti non riesce a darsi pace per aver fornito l’occasione all’ennesimo schianto di un corpo: anelastico, sottoterra, all’improvviso, quando nessuno può farci più nulla.

L’inglese è una lingua in cui age, stage, page, cage e rage condividono il 90 per cento delle lettere. In questa lingua ascolto le parole cantate in un disco suonato dalle persone che sto per incontrare. Nel disco si presentano di frequente le parole age, stage, page, cage e rage. Mi viene in mente che in italiano rabbia e gabbia condividono lo stesso numero di lettere, e c’è pure sabbia. Ma è ovvio che la sequenza semantica tra le prime due fa più effetto della terza parola. Sarebbe terribile se il principio con cui è organizzata la lingua fosse questo – un’algebra di addizioni sulla base di cifre alfabetiche tutte uguali, con le prime consonanti a portare il peso del cambiamento, della differenza. Ma queste parole, l’insieme di queste parole – rabbia gabbia palco pagina – ha una qualità che risuona in modo molto più profondo della rima che le accomuna, ovvia e inevitabile.

Sono le quattro del pomeriggio di un martedì invernale a Montréal, che significa: meno ventidue gradi avvertiti – il vento sulle ginocchia, elettricità passata allo stato di gelo: quartiere abitato dalla borghesia francofona: davanti a me una fila di ragazzini ebrei hassidici, vestiti col pinguino nero e la treccia, e il cappello, in fila sotto una scalinata che ha tutta l’aria della sala di teatro comunitario dell’Unione Ucraina. Ci dev’essere un errore. In effetti, c’è un errore. La Ukranian Federation è identica a questo indirizzo, ma due incroci dopo. Questa è la sinagoga. La Ukranian Federation è un teatro, diciamo che ha qualcosa del teatro e qualcosa dell’oratorio. In effetti è il centro della comunità ucraina di Montréal, ed è nel cuore di Outremount, a pochi passi da un’area abitata soprattutto da ebrei hassidici. È il luogo in cui si esibiscono per la prima volta nella loro città natale gli Arcade Fire. È la loro seconda data, qui. La prima, ieri, è stata un trionfo. L’unanimità della gioia pubblicistica è sconvolgente. Tutti i quotidiani, quelli a pagamento e quelli free press, quelli di centro sinistra e quelli conservatori, quelli anglofoni e quelli francofoni, hanno sventolato lo stendardo del welcome home, you guys. Qualcuno ha anche stampato in prima pagina la parola ‘eroi’.
(Lo so, lo so: esiste una ‘scena’. Il Canada. Esistono altri nomi, esiste un passato, esiste Vancouver ed esiste Toronto: esistono gli Hidden Cameras ed esistono i New Pornographers ed esiste Dan Bejar, che forse è il più artisticamente compiuto di tutta la banda: esistono anche i Wolf Parade e gli Unicorns, e gli Islands, e i Broken Social Scene, e volendo essere giusti esistono pure i Godspeed You! Black Emperor, su cui tornerò fra qualche paragrafo per ragioni del tutto accidentali. E volendo essere onesti e banali esiste anche Leonard Cohen, altro anglofono di Montréal, che tutto solo, alla fine degli anni Sessanta, ha anticipato la parabola di successo mondiale degli autori di Funeral.)
Ma nonostante tutto, stasera, questa settimana, Montréal coincide con gli Arcade Fire in modo millimetrico. Entro nel backstage. L’assistente del gruppo è gentilissima. Mi dice che ci sono persone, tra il pubblico, che hanno aspettato un’intera notte a meno trenta gradi per essere qua, perché sono stati messi in vendita altri cinquanta biglietti proprio nei giorni adiacenti al grande evento. Nessuno che non sia stato qui, nell’unica metropoli polare del mondo, sa cosa significhi sentire un gelo simile in un contesto urbano. Di solito succede in montagna, per chi ci va. Ma così è diverso. È uno strano disequilibrio tra il regolare e l’inusuale, tra l’ovvio e l’ottuso, l’appuntito del gelo nelle ginocchia, intollerabile, e la sensazione di essere in quella che il poeta chiamava – con altri intenti – una ‘grande città civile’.

«La cosa più bella è essere tornati a casa. Gli inglesi sono molto polite, anche se avendo dominato il mondo intero per così tanto tempo forse non c’è da fidarsi della loro politeness», mi dice un frettoloso ma gentile Win Butler prima del concerto, previsto alle 8 e 30 senza alcun gruppo di supporto. L’altissimo cantante e compositore degli Arcade Fire, una specie di Federico Fellini allampanato, gira per il backstage con uno degli accessori tipici dell’abbigliamenti da interni qua, cioè il cappello di pelo fulvissimo tenuto in testa anche se dentro fa caldo e per il resto sei in camicia, una specie di segno distintivo dello spirito del luogo. Il movimento delle persone è dispersivo e insieme concentrato. Io sono nuovo a queste esperienze – l’unico altro caso era stato con i Wilco, un paio d’anni fa, subito prima che pubblicassero A Ghost is Born, ma l’atmosfera era diversa. Qui seicento persone a sera, con storie di file faticosissime e di biglietti rivenduti a prezzi assurdi. Là c’era tensione, a suo modo – Jeff Tweedy può essere molto ombroso e contundente –, qua l’aria è quella di una festa pubblica-ma-non-troppo. Il fratello di Win Butler, Will, mi dice: «Onestamente non ci aspettavamo tutto questo, non ce lo saremmo mai aspettati. E continuiamo ad andare avanti come se fosse un’aggiunta, qualcosa in più che poteva succedere o non succedere, ed è successo, ed è bello che sia successo. Ma questo è il modo in cui la vediamo». Il fratello più giovane del cantante è stato per un po’, quando faceva l’università, l’animatore di una college radio, e persino di un programma di libri, perciò tiro fuori dalla tasca il libro che sto leggendo, comprato in un covo dell’usato di Downtown Montréal, un reportage di viaggio di Shiva Naipaul, fratello minore, anche lui, del grande premio Nobel per la letteratura. Mi accorgo solo dopo dell’involontaria, giuro, ironia di questo puro caso. D’altronde non accenno al fatto che Shiva sia morto a quarantacinque anni mentre scriveva, al suo tavolo di lavoro. Ogni volta che parlo con qualcuno che non sia dell’organizzazione, della publicity, delle pulizie o del servizio di sicurezza – tutti gentilissimi, tutti canadesi fino al midollo: cioè gentilissimi – l’assistente della band mi guarda e con gli occhi mi fa capire ciò di cui mi aveva già avvertito: le interviste le gestisco io. Allora mi allontano, parlo un po’ con lei e cerco di ottenere un incontro, le spiego che vorrei visitare lo studio in cui hanno registrato e provato Neon Bible, una chiesa non più utilizzata per funzioni religiose nei dintorni di Montréal, nel cuore del Québec, dove sarà davvero difficile trovare qualcuno che parli inglese. Mi piacerebbe perché sto cercando di visitare uno per uno alcuni luoghi fisici in cui sono stati realizzati dischi rilevanti, per gli altri o anche solo per me: Hansaton Studios di Berlino, Chateau d’Houreville in Francia ecc. Così l’idea che Win e Régine abbiano acquistato una vecchia chiesa mi colpisce e stimola la mia fantasia, oltre ad aver acceso la lampadina campanilistica della comunità locale, che ha applaudito commossa alla scelta di non trasferirsi a Londra o a New York nonostante il raggiunto livello di star globali. Almeno nel mondo ‘alternativo’, come mi conferma uno dei promoter che mette su il concerto di stasera (e anche un bellissimo festival autunnale): «Diciamo che è stato davvero un crescendo di settimana in settimana. Da qui, nel 2005, abbiamo visto tutta quella serie di riconoscimenti uno dopo l’altro, è stato assurdo. Ho capito che le cose erano cambiate quando Time canadese li ha messi in copertina, facendo scrivere un articolo interno alla voce dei Broken Social Scene che raccontasse il milieu della musica di qua». Poi raggiungo ancora Chantal, che mi promette un’intervista in extremis, proprio come fosse una concessione, anche se ha un modo simpatico di farmelo intendere, ma con Richard Reed Parry, uno dei membri della band. Io, in realtà, ne sono felice, soprattutto perché vedendoli suonare mi renderò conto senza troppi preamboli di quanto sia fondamentale la sua figura nell’equilibrio della riuscita sonora. La capacità di arrangiare, il vizio di cercare strumenti peculiari e portarli sul palco, la stessa scelta di fare un disco in un luogo pieno di riverberi potenti, sacrali – per non parlare dell’organo a canne che Régine ha voluto assolutamente portare a casa per Neon Bible. E alla fine della girandola, prima di andare a capire qual è il punto del teatro migliore per assistere a un ritorno a casa, incrocio rapidamente Régine e le faccio i complimenti. Mi dice: «stasera la figlia di una nostra amica, una bimba di sei anni, leggerà in francese la fiaba di La Fontaine Il lupo e la volpe», e prima di essere intercettato dalle assistenti dell’assistente ho la fortissima tentazione di raccontarle una storia che immagino la potrebbe interessare, almeno un po’. Ha l’aria di una talentuosa ragazza da scuola di preti che sogna di far l’étoile e quando il sogno diventa realtà rimane un po’ sconnessa, incerta, in uno stato di grazia che non coincide esattamente con la bellezza schiantante, ma ci si avvicina per vie traverse, come i suoi guanti da palcoscenico, che intravedo, mentre sento che non è il momento giusto per parlare di alcunché. Tutto sta per iniziare e io sto per essere sbattuto fuori.

Il concerto, a dirla tutta, è per una buona metà la prova generale di un tour più allargato che si terrà in primavera. Le canzoni di Neon Bible danno problemi, i volumi non ci sono mai, ogni tanto gli archi misteriosamente steccano, poi il palco è piccolissimo e sopra ci stanno dieci musicisti, compresi corno e tromba. Ma quando passano ai pezzi di Funeral tutto sembra formidabile e autentico allo stesso tempo, e non c’è più bisogno dell’indulgenza amichevole del pubblico tra un pezzo e l’altro. Fanno quasi tutto il disco nuovo e cinque brani di quello vecchio. Un’ora e mezzo. Da sotto il palco, che è il punto migliore anche per assistere a un ritorno a casa, si vedono tutti i pregi e le mancanze, ma una cosa è certa, e non si può negare neanche vestendo il cinismo più duro: se ero venuto qui affascinato dall’arcade, questo è certamente fire, e per ora – con la band a un passo dal diventare celebrità, forse, non solo nel mondo indipendente, è bello constatare che ci sia ancora. Purtroppo, a fine concerto l’assistente inizia quella che diviene una serie un po’ seccante di rimpalli e telefonate, mail e richieste. Domani mattina. Domani pomeriggio. Il giorno dopo. Richard Reed Parry alla fine non lo troverò prima del tempo utile, mentre mi hanno assicurato interi pomeriggi ‘tra amici’ ‘appena la tempesta sarà passata’, ‘magari ad aprile’. Una cosa la ottengo, però: l’indirizzo della chiesa-studio.

Si celebrano funerali e si visitano cimiteri, nei titoli di dischi fortunatissimi e in momenti della vita effettiva e dolente. Ma in misura assai minore si celebrano i luoghi in cui nascono le persone e le cose – se non quando una persona è morta e le cose che ha fatto sono dei classici. Eppure è giusto, è necessario fermarsi a capire quasi in tempo reale, a sentire prima di capire, forse, davanti al simulacro fisico in cui ha avuto inizio una cosa rilevante. Sono qui per una piccola celebrazione, una stupida performance privata. Ma sono qui – e questo è rilevante. E da un paio d’anni ho l’impressione che Funeral sia stato rilevante. L’ultima canzone di quel disco, sul contatore I Tunes del mio computer, è al numero uno della cartella ‘i 25 più ascoltati’, con 57 volte, e sono sicuro che non tiene conto dei repeat. C’è un motivo per cui so che è così e so che è un po’ più di un’impressione. Ha a che vedere con la storia che qualche giorno fa ho provato a raccontare a Régine, nella confusione del backstage, senza averne in fondo la voglia. Arrivo davanti alla chiesa dopo aver guidato per un’ora lungo strade ghiacciate, con la sola compagnia del nuovo disco e della voce programmata del navigatore satellitare. È tutto fantasmatico. Loro non ci sono. La chiesa-studio è vuota. Ha una storia strana. Era una piccola chiesa pentecostale, passata alla fine dell’Ottocento alla massoneria e infine convertita in sala comunale, o comunque usata per scopi ricreativi e comunitari. Loro l’hanno comprata l’anno scorso e adesso è il loro rifugio. Io sono sbarrato nell’auto che ho affittato. In giro, pochissimi individui, tutti scontrati dal vento. Mentre ascolto Neon Bible a pochi metri dalle mura della Petite Église de Farnham, in cui in qualche modo è venuto al mondo – per quanto il disco sia stato registrato anche a New York, Londra e perfino Budapest – vengo investito da almeno quattro diverse impressioni. 1. Parto dalla fine. My body is a cage. In un disco pieno di melodie orizzontali ed enfatiche, tagliate sul profilo ritmico della ballata – Antichrist Television Blues, Windowsill, Keep the Car Running, e per certi versi anche Intervention – ecco finalmente una melodia parabolica, addirittura sinusoidale, una linea di voce difficile da mettere nell’aria. In concerto Win la ‘attacca’ un paio di volte prima di azzeccarla: un ponte apparentemente puntato verso l’alto, forse diretto in nessun luogo, sullo sfondo di una spettrale struttura portante. Poi arriva l’organo a canne e tutto diventa un po’ pompier, ma è un’altra storia. 2. Ci sono dischi di fiction e dischi di non fiction, esattamente come i libri. Funeral è un disco di fiction, di invenzione immaginativa potente, aurale, sorgiva: ne viene fuori un mondo: una cartografia, e un sapere ombelicale declinato, però, in descrizioni, dettagli, aperture, scatti melodici perfettamente coerenti. Uno dei problemi estetici degli Arcade Fire, della loro scrittura, è da sempre la tendenza alla pomposità. Come hanno risolto in Funeral? Uno dei trucchi è, per esempio, aumentare il ritmo della canzone verso la fine, come in un riassunto velocizzato dei temi melodici, una specie di commento-riavvolgimento del nastro emotivo: succede proprio nella canzone più retorica dell’intero disco, Crown of Love. 3. In Rebellion, verso il minuto 3.35, il ritornello “Every time you close your eyes” e il suo inevitabile coretto potrebbero portare la canzone a uno stallo, per quanto ipercinetico. Ma il ritmo aumenta impercettibilmente, e la canzone passa da un tono in maggiore a un tono in minore. È un modo brillante di uscire dallo stallo continuando a mantenere lo stesso furore emotivo, e soprattutto conducendo il pezzo in quel genere di pianura su cui un disegno concitato diventa fuga e dissolvenza. 4. In definitiva, gli Arcade Fire mi piacciono perché hanno una qualità raffinata e onesta – la sprezzatura. La sprezzatura è come il Camp. Difficile da definire se non con due scelte opposte: una formula fitta e astratta o un esempio diretto e d’effetto. La sprezzatura è una distanza posta nei confronti delle cose che si amano per convincere anche gli altri ad amarle senza risultare kitsch. Mi spiego. Prendiamo uno degli inni che durante i concerti fanno esplodere il gruppo, Laika, la seconda canzone di Funeral. Bisogna pensare l’attacco della sezione ritmica di Laika come i passi di un uomo su una scala, passi che salgono e scendono dai gradini, come l’imitazione oscillante di un trapezio. (C’è qualche vaga somiglianza con la batteria di Making Plans for Nigels degli XTC, più veloce però.) Tutto si può dire di questa figura ritmica tranne che sia pomposa. Il nervosismo non è pomposo. La sprezzatura è anche questo: nervosismo applicato allo stile. E la sprezzatura continua: è negli accordi di chitarra iniziale, quelli che cominciano a portare la canzone da qualche parte: graticolari, distinti, appuntiti, suonati sul manico. Poi entra la fisarmonica e riempie lo spettro sonoro quasi interamente: è il movimento di una gonna che copre, di una coperta che si gonfia: e la canzone è pronta, partita, abbastanza definita. Il testo, come sanno tutti, parla di suicidio. E il suicidio è un argomento mèlo. E il mèlo può essere pomposo. Ma gli Arcade Fire sanno cos’è la sprezzatura: cantano insieme, come un coro di rabbia sobria, le strofe: e quando le strofe diventano ritornello, e la tensione melodica sale, il giro è compiuto. Il mèlo ha messo la buona volontà. È diventato mèlo d’azione. Come Collateral doppiato da Puccini, o qualcosa del genere. Ecco. Che un gruppo musicale abbia la sofisticazione di prendere una storia di suicidio adolescenziale, in una città in cui i conducenti del metro vanno dallo psicologo perché i ragazzini si buttano sotto i treni per farla finita, e farne un mèlo d’azione – beh, significa almeno due cose, e nessuna delle due è un’impressione. Prima: gli Arcade Fire sono rilevanti. Poi: gli Arcade Fire conoscono la sprezzatura. Così, mentre la neve scende a sbuffi lungo questa stradina di Farnham, Québec, e le nuove canzoni riempiono l’abitacolo dell’auto, mi viene una strana nostalgia per le qualità smarrite.

Penso ancora a quelle parole. Il mio è un caso di infantilismo linguistico. Non riesco a capire. Non voglio capire. Non voglio chiedermi niente che non riguardi gli effetti delle cose sulle persone. Andare al di là degli effetti significa comprendere davvero, vedere realmente che forma ha il reticolato delle cose, delle idee, o il reticolato di idee con cui diamo forma alle cose, e agli effetti delle cose. Penso alla gabbia. Alla rabbia. Al palco che immagino sempre come metafora istintiva delle idiozie, mie specialmente. Alla pagina, che ho sempre detestato, almeno come metafora: altre idiozie, la pagina bianca dello scrittore, la pagina fitta della grafomania. L’ossessione di fare libri corti. L’ossessione di fare libri lunghi. Il rumore delle pagine della Bibbia raccontata ai bambini, quando ero bambino e qualcuno si sedeva sul letto a leggere.

La storia che volevo raccontare a Régine è questa. Nel pezzo più ascoltato del mio computer, In the backseat, lei – con la sua voce più bjorkish – canta di ‘aver perso i rami dell’albero genealogico’ e di non aver mai preso la patente. Allude a una vicenda giornalisticamente nota: alcuni parenti suoi e dei fratelli Butler scomparsi durante la gestazione del disco. Per questo il narratore della canzone preferisce starsene dietro, mentre il paesaggio scorre, mentre qualcun altro guida. Stavo per raccontarle che mia madre è morta prima che potessi fare il primo giro in auto, dieci giorni dopo che ho preso la patente: e che quel documento poroso, ora sostituito da un rettangolo plastificato, è stato l’ultimo pezzo di carta che mi riguardava a finire nelle sue mani.
La rabbia per la patente presa troppo tardi. La rabbia che ricordo di non aver provato per la sua morte. (Ho provato altri sentimenti, esattamente distinti dalla rabbia: non ho mai provato la rabbia cieca, ho sempre avuto bisogno di vedere l’oggetto della mia rabbia negli occhi, o forse no: la spiegazione, più semplice, è che non ero rabbioso: tutto, ma non quello.)
Da un paio d’anni succede questo. A Montréal, a Torino, a Parigi, dovunque capita, ogni volta che sento la frase ‘ho accompagnato mia madre’, il mondo mi si restringe, e gli Arcade Fire ritornano, e tutto questo si apre sulla cornice che si apre sul mondo guardato da un finestrino.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
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