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Calcio contro anti-calcio. Un’intervista a Sandro Modeo

La rubrica sul calcio del lunedì è dedicata al Barcellona: Daniele Manusia intervista Sandro Modeo, autore di «Il Barça» e «L’alieno Mourinho» (Isbn Edizioni). Qui trovate tutti gli articoli di «Stili di gioco».

La semifinale di ritorno di Champions League tra Barcellona e Chelsea è un enigma calcistico. Come può una squadra che tiene palla per più dell’ottanta per cento del tempo, in vantaggio di due gol, in undici contro dieci, a cui viene persino fischiato un rigore a favore, farsi eliminare da un’altra che non ha fatto praticamente altro che difendersi? Sfortuna? Ingiustizia? Cosa è successo alla squadra più forte del mondo, capace di perdere, nel giro di quattro giorni e sempre davanti al pubblico del Camp Nou, la sfida scudetto con il Real Madrid di Mourinho ed uscire poi dalla Champions League in questo modo? Il Barcellona è amato per il suo atteggiamento offensivo, spettacolare e vincente la maggior parte delle volte – ultima manifestazione di quella tradizione calcistica chiamata Calcio Totale – ma come interpretare il caso in cui sia più vincente (e a suo modo anche spettacolare, vedi il triangolo Ramires-Lampard-Ramires) l’atteggiamento opposto?

Le stesse ragioni per cui ad alcuni sembrava assurdo che il Barcellona fosse uscito sconfitto dalla doppia sfida col Chelsea, servivano però ad altri per convalidare la tesi opposta: il vero calcio è questo, fatto di verticalizzazioni rapide e organizzazione difensiva, attaccanti capaci di sopportare il peso di tutta la squadra sulle spalle e, all’occorrenza, trasformarsi in terzini come Drogba. Anzi, il gioco del Barcellona alla lunga è arrogante, presuntuoso, un’anomalia.

Per chiarirmi le idee su questa querelle il cui scopo sembra quello di definire una volta per tutte quale sia il calcio e quale l’anti-calcio, ho pensato che la cosa migliore fosse chiedere a Sandro Modeo, che sul Barça e Mourinho ha scritto i due libri di calcio più belli e importanti che io abbia letto (e che, nei suoi pezzi per il Corriere, applica lo stesso metodo multidisciplinare per analizzare Proust o Dante). Avevo il suo numero da tempo ma non me la sono sentita di chiamarlo, fino ad ora. Ho scritto il primo pezzo calcistico di questo blog prendendo molto dal suo libro sul Barcellona di Guardiola e il Calcio Totale, in generale è stato sopratutto grazie a lui se ho pensato che fosse possibile scrivere di calcio in maniera interessante e intelligente. Il nostro scambio è avvenuto prima che Guardiola annunciasse il proprio addio ed è andato così:

Siamo a un punto di svolta o addirittura la fine di un ciclo come alcuni commentatori dicono? O le ragioni tecniche e tattiche bastano a spiegare la sconfitta di ieri? Guardiola è stanco?

La sensazione – che avevo già prefigurato nel libro – è che l’onda del Barcellona di Guardiola sia arrivata al punto più alto a Wembley (finale col Manchester), anche se vi è rimasta per tutto il 2011, cioè fino alla vittoria del Mondiale per club (4-0 contro il Santos), dopo la Supercoppa di Spagna in agosto contro il Real, la Supercoppa europea contro il Porto (2-0) e il Clasico di andata al Bernabeu (1-3). La doppia caduta di questi giorni (Clasico di ritorno e eliminazione Chelsea) si spiega facilmente osservandola in “lunga durata” e con un po’ di sano riduzionismo, ricorrendo alla fisiologia e alla psicologia più che alla tecnica e alla tattica. Mi sembra abbiano inciso tre sequenze. La prima, una programmazione atletica mirata al top della forma proprio per dicembre (come già nel 2009-2010, guarda caso altro anno di sofferenza). La seconda: un’impressionante continuità in Liga per il tentativo di rimonta sul Real (11 vittorie consecutive) che avrebbe inevitabilmente mostrato il conto. La terza: una condensazione di impegni (tre partite in sei giorni: Chelsea-Clasico-Chelsea) insostenibile in assoluto, ma tanto più in rapporto alle due sequenze precedenti. Per inciso, l’inadeguatezza (eufemismo) della Federazione spagnola lascia esterrefatti, col Clasico di ritorno calato come una mannaia tra le due semifinali di Champions, ben sapendo (ad agosto 2011) che il tasso di probabilità di vedervi coinvolte Real e Barça era molto alto. Infatti, il Clasico è stato letale per tutti e due, condizionando sia l’andata di Champions (con le due squadre che cercavano, in maniera diversa, di “risparmiare” in vista del Clasico) che il ritorno (con le due squadre meno reattive non solo per la fatica, ma anche se non soprattutto – nel caso del Barça – nella soglia attenzionale). Con un distinguo: Il Real ha avuto un giorno in meno di recupero nell’andata a Monaco, ma un giorno in più sia per il Clasico, che per il ritorno col Bayern.

Tutto questo, inoltre, va collocato in un quadro di condizionamento più generale. Da un lato, il Barça ha scontato un appagamento da successo e un conseguente abbassamento di motivazione/attenzione. Dall’altro, la rivalità Real-Barça (Mourinho vs. Guardiola) per una leadership nazionale che equivale in realtà a una leadership mondiale (tipo NBA anni Ottanta, Lakers-Celtics) ha logorato i contendenti in profondità negli ultimi due anni: il Clasico di ritorno ne è stato il punto di condensazione (tanto che mentre Real e Barça davano il massimo, sia Bayern che Chelsea, tagliati fuori da Bundersliga e Premier, lasciavano a riposo otto titolari).

Ho l’impressione che la sconfitta di ieri pesi di più rispetto a quella con il Real. La superiorità era tale che quasi tutti parlano di “ingiustizia” anziché analizzare i limiti di quel gioco che costringe qualsiasi avversario a difendersi in quel modo (la fase offensiva ovviamente dipende dalla qualità degli avversari).

I limiti del gioco del Barça sono inseparabili dai suoi pregi, sono cioè intrinseci: anche se nel rapporto costi/benefici (sia a livello estetico che di risultati) mi pare che il sistema paghi. Non si tratta in ogni caso di ingiustizia: per quanto mi riguarda, il calcio totale (di cui il Barça è l’espressone più recente) ha sempre “l’onere della prova”: non deve mai cercare alibi, ma dimostrare di essere all’altezza fattuale del proprio presupposto concettuale. Se un sistema attendistico-difensivo ha la meglio, significa che quello costruttivo-offensivo ha mancato in qualcosa: in attenzione, in continuità di azione, in messa a fuoco dei propri principi di gioco, in velocità di esecuzione, in capacità di variare le soluzioni, in prevenzione della ripartenza avversaria. Sulla realizzazione deficitaria di tutto questo, incidono diversi fattori, a partire da quelli elencati sopra, siano contingenti o “in lunga durata”.

È giusto dire che lo stile del Barça nasce da una volontà di controllo, un dominio che idealmente dovrebbe cancellare del tutto ogni iniziativa avversaria? Dico questo perché l’antitesi calcio/anti-calcio mi sembra semplicistica, che se gli avversari del Barça giocano in quel modo è perché non hanno scelta. L’idea di calcio del Barça è a una porta sola? E se lo è, non è assolutamente innaturale?

Intanto, “controllo” e “dominio” non sono sempre sinonimi. Le squadre di Mourinho esercitano spesso il “controllo” anche con un ferreo gioco senza palla. Il “dominio” presuppone invece, come nel caso del Barça, il possesso esercitato come premessa della propria azione e come prevenzione di quella avversaria: ma se non è adeguatamente integrato da altre componenti in fase di non-possesso (pressing e fuorigioco) è un “dominio” che può perdere il “controllo”. Quanto all’idea di calcio “a una porta sola”, le squadre di calcio totale sanno bene che la loro tensione implicita (un teorico possesso al 100%) è una specie di “utopia regolativa”: il loro scopo è addomesticare il caso, ridurre (non annientare) l’incidenza dell’imprevedibile. Questa tipologia di gioco è “innaturale” nel senso di controintuitiva: è molto più intuitivo disporsi in maniera classica a “contenere e ripartire” (con variabili, s’intende, pressoché infinite).

Nei miei pezzi su Ibrahimović e il Barça ho cercato di rappresentare il loro contrasto come quello tra un uomo con i pregi e i suoi difetti e un’idea platonica di calcio, il Calcio Totale, appunto. Quest’idea non ha finito per diventare una specie di ideologia? Lo spirito di libertà con cui sembrava giocare il Barcellona di Guardiola fino a qualche tempo fa sembra perso, quella leggerezza che li distingueva dagli avversari – che faceva sembrare anche il primo Real Madrid di Mourinho una “struttura rigida e impotente”, e mi perdoni se la cito – non è più così evidente, o sbaglio?

Il Barça “quantistico”- per stare alla metafora del mio libro- lo si può vedere nei momenti di stato di grazia, quando condizione atletica. Motivazione e attenzione sono al top: vedi la “manita” al Real o la finale di Wembley, o vedi- quest’anno- certi momenti perimetrati, come in Barça-Bilbao 2-0, contro una squadra e un tecnico, tra l’altro, per molti aspetti non distanti dalla filosofia di Guardiola. Dico filosofia non a caso: più che un’idea a rischio di degenerare in ideologia, l’atteggiamento di Guardiola o Bielsa (e di Sacchi in passato, in parte anche di Zeman) aderisce a un diverso atteggiamento “cognitivo”: proporre anziché rispondere, costruire anziché ostruire, creare anziché distruggere. In tutto questo, esprimo una preferenza che si guarda bene dal criminalizzare l’atteggiamento opposto: anzi, come dicevo, per una squadra offensiva un sistema difensivo altamente efficiente è un sfida, una verifica delle proprie forze e del proprio grado di elaborazione del gioco. Contro il Real successivo alla “manita”, il Barça- tranne forse che nella semifinale Champions di andata dell’anno scorso e nel Clasico di andata di quest’anno- ha sempre faticato, perché l’ “ordo geometrico” di Mourinho (molto meno difensivista di quanto reciti il luogo comune) è riuscito a inibirne la fluidità-velocità negli spazi e nei tempi di gioco.

A proposito, cosa è cambiato nel Real di Mourinho?

Come sempre, le squadre di Mourinho arrivano a maturazione nel secondo anno, anche se spesso i risultati arrivano già nel primo (scudetti con Porto, Chelsea, Inter, la stessa Coppa del Re al Real). A Madrid questo sviluppo è stato più difficile, in un ambiente in cui in generale Presidenti e giocatori contano storicamente molto più dei tecnici, e in particolare ha dovuto gestire la tensione tra gruppo spagnolo e gruppo portoghese del team. In ogni caso, specie tra ottobre e febbraio, abbiamo visto un Real essenziale ed efficace come poche altre squadre, che alternava fasi di possesso e altre in cui risplendevano l’arte e la scienza della ripartenza (della transizione).

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
11 Commenti a “Calcio contro anti-calcio. Un’intervista a Sandro Modeo”
  1. vito bianco scrive:

    Dico una cosa ovvia: il calcio è bello e affascinante perché imprevedibile, perché può succedere quello che è successo l’altra sera: che a passare il turno sia stata una squadra sulla carta meno forte, cioè tecnicamente inferiore e perciò costretta a una tattica difensiva, di contenimento. Se, in caso di parità, una giuria potesse assegnare la vittoria alla formazione più spettacolare e che nel corso della partita ha creato più occasioni da gol, compagini come il Barcelona non perderebbero mai. Ne guadagnerebbe la giustsizia sportiva ma il calcio non smetterebbe di essere quello che è: una sorta di allegoria ludica della vita racchiusa in novanta (lunghissimi o brevissimi) minuti.

  2. Maurizio scrive:

    Raccontare le sfide tra Mourinho e Guardiola come quelle tra l’anticalcio e il calcio è sciocco, anche io ne sono convinto, perché il Real è molto più di “difesa e contropiede”. Se proprio devo dirlo, la squadra di Mourinho è l’unica di un certo livello in grado di battere il Barcelona cercando di giocarsela alla pari (a proprio modo, ma alla pari). Parlare di calcio e anticalcio per Barcelona – Chelsea mi pare decisamente meno irragionevole. Non ho mai visto – ma ho 23 anni e forse una memoria storica un po’ corta – una squadra scendere in campo (a certi livelli soprattutto) con l’unico intento di buttare la palla in avanti e far passare il tempo. Il Chelsea, primo goal a parte – frutto comunque di un recupero palla nella metà campo del Barca e non di un’azione impostata da dietro (non voglio dire che questo sia l’unico modo per fare calcio) – , non ha fatto un’azione e ha faticato a mettere insieme tre passaggi in fila: nessuna squadra è in grado di impedirti una qualsiasi proposta di gioco fino a questo livello – neanche il “Pep Team” dei miracoli. Il Chelsea ha deliberatamente giocato l’anticalcio, e ha giocato una partita pessima, a mio avviso.
    Però ha vinto. Credo che Guardiola abbia commesso una serie di errori nelle scelte di gioco; errori che sono comprensibili solo alla luce del suo modo di vedere il calcio, ma che non mettono in dubbio quest’ultimo: sono errori di applicazione, ma la teoria rimane giusta. In particolare, faccio fatica a comprendere un rimescolamento tattico che – vero – è stata praticata per tutta la stagione e con ottimi risultati, ma che in certe occasioni sembra più figlio di una ricerca eccessiva della variazione che di un bisogno reale. Cambiare è necessario per restare competitivi, ma forse al Barcelona si sono perse un poco le misure. Nella sfida contro il Chelsea, il sovraffollamento della zona centrale del campo era evidente: in certi momenti Puyol e Pique facevano da ultimi difensori nella trequarti avversaria, e davanti a loro, più o meno statici, si trovavano 18-20 giocatori (senza contare Cech). Perché giocare con una specie di 3-3-4 e intasare ancora di più la fase offensiva, rendendo così quasi impossibile il movimento offensivo (una delle ragioni filosofiche del calcio totale)? Perché non scegliere il 4-3-3, che garantisce maggior sicurezza in fase difensiva (il vero problema del Barca 2012) e maggior fluidità in avanti? (Devo aggiungere che la scelta di quel 3-3-4 ha obbligato Guardiola a schierare due giocatori – Cuenca e Tello – che, a mio avviso, non hanno che un unico merito/funzione: cercare di allargare lo spazio di gioco impedendo che la palla stazioni sempre centrale, ai confini dell’area. Devono creare continuamente la possibilità della verticalizzazione. Sono sicuramente entrambi dei buoni giocatori, ma non sono sicuro che siano a livello degli altri 9/10, e ,anzi, penso che in un 4-3-3 non avrebbero mai giocato dall’inizio.) La risposta sta forse nel fatto che Guardiola non è un semplice allenatore; forse, sconfitte del genere sono il prezzo da pagare per poter avere un pensatore di calcio (il “filosofo” Ibrahimovicciano, se me lo si consente) in panchina. Forse quest’uomo pecca davvero di pragmatismo, ogni tanto. Non sta a me dire se sia il migliore, penso solo che finché non allenerà un’altra squadra non potremo definirlo un allenatore tout court.
    Ed è vero che il Barcelona sembra aver perso qualcosa della magnifica leggerezza che lo ha contraddistinto in questi ultimi 4 anni. E’ sembrato stanco, come il suo “allenatore”. ma credo sia qualcosa che riguarda molto più la pratica che la teoria. Sono d’accordo con Modeo quando afferma che “se un sistema attendistico-difensivo ha la meglio, significa che quello costruttivo-offensivo ha mancato in qualcosa”.
    Ma Guardiola e il suo Barcelona rimangono il miglior pensiero sul calcio degli ultimi anni.

  3. Edoardo Gino scrive:

    Analisi lucidissima, e anche le osservazioni di Maurizio sono notevoli. Però io, vedendo la partita, ho avuto un’impressione molto semplice: il Chelsea giocava con carattere, il Barcellona no. Il Chelsea era dato per spacciato ed era in una posizione di inferiorità tecnica e ambientale, per non dire di come si era messa la partita (2-0, in 10 vs 11). Ma il Chelsea, mentalmente, era cubico. Non hanno mai sbandato, nemmeno dopo il 2-0. Hanno perso i due centrali titolari nel primo tempo e sono rimasti quadrati in difesa. E poi due tiri, due gol.
    I Blues erano uomini, martedì. Quelli del Barcellona sembravano attori con un copione eccezionale. Forse è per questo che AVB non ha ingranato al Chelsea, con quello spogliatoio. Troppi caratteri forti, un normalizzatore che punta sul collettivo non poteva funzionare. Un allenatore come Di Matteo, più normale, che lascia ai giocatori tutto il loro spazio caratteriale, può funzionare (e sta funzionando) molto meglio, perché se riesce a fare (bene) il suo lavoro tecnico di allenatore lasciando che le individualità si esprimano al massimo (la partita di Drogba è stata poco meno che commovente), be’, i risultati arrivano, a meno di episodi imponderabili.
    Insomma, ho avuto la netta impressione che la vittoria del Chelsea fosse giusta e meritata, perché in fondo hanno sempre mantenuto il controllo passivo, il controllo psicologico della partita. Si sono imposti, anche con un po’ di fortuna, ma si sono imposti. Caratterialmente, umanamente erano più forti. Mi spiego?

  4. Davide scrive:

    Mi piacerebbe aggiungere solo un commento alle vostre considerazioni. Credo che il peso, più che fisico, si sia dimostrato mentale. Sia il Barcellona che il Real hanno pagato il logoramento di una rivalità che quest’anno ha raggiunto un’intensità estrema (vi ricordo che le finaliste di Europa League sono due formazioni spagnole, tanto per intenderci sul livello del campionato). Basta vedere il livello di competizione raggiunto fra Ronaldo e Messi (43 goal a testa, 10 squadre della Liga hanno segnato in totale di meno, nella Serie A 8 squadre hanno segnato di meno). L’anno scorso il Barcellona aveva praticamente già archiviato la Liga e si era presentato in semifinale con un’altra tranquillità mentale.
    Probabilmente, più che basarci su un’unica partita, sarebbe stato meglio analizzare il ciclo e non un risultato estemporaneo dove, senza dubbio, ha pesato di più la stanchezza e la scarsa lucidità dei giocatori (Messi e Xavi su tutti) nei momenti topici delle gare con il Chelsea.

  5. Christian scrive:

    Il Barcellona gioca il “calcio totale” perché lo dice Modeo? Nessuno verifica?
    Barcellona e calcio totale sono due cose totalmente diverse, è ora che qualcuno glielo faccia presente.

  6. Daniele Manusia scrive:

    Grazie a tutti per i bei commenti. Secondo me evidenziate tutte cose vere e interessanti. Le concause di breve e lungo periodo sono molte e complicate. Vito esprime un punto di vista che non si può non tenere in conto, se non ci piace che vincano squadre che hanno fatto un solo tiro in porta durante tutta la partita allora mettiamo i giudici con le palette e i voti. E fa bene Maurizio a parlare dei problemi tattici di Guardiola e fa bene Edoardo a sottolineare la vittoria di carattere di Di Matteo. L’uso di due ali quasi “classiche”, seppur non ancora all’altezza dei compagni, era dovuto secondo me al tentativo di Guardiola di allargare la difesa avversaria liberando proprio un po’ di spazio al centro (oltre al fatto che il gioco nello stretto è il loro forte). E per non trovarsi con un uomo in meno a centrocampo è ricorso a quella difesa a 3 che quest’anno gli ha dato un po’ di problemi. Ma poteva addirittura fare di più, contro una squadra praticamente senza attaccanti, e togliere uno dei tre giocatori difensivi con cui ha finito la partita (Busquets, Puyol e Mascherano). Forse è una questione di sensibilità, a me la sperimentazione a livello tattico di Guardiola mancherà parecchio, anche se non era la caratteristica più vincente del suo management. Dove invece secondo me ha veramente fallito è stato nell’integrazione dei giocatori nuovi (Sanchez, Fabregas, ma anche l’aver rinunciato nel tempo a gente come Yaya Touré che al City è diventato uno dei centrocampisti più completi in assoluto, Hleb e Ibra).
    Interessante anche il confronto tra Di Matteo e AVB. Il realismo di Di Matteo è affascinante in effetti ma anche qui avrei voluto vedere le idee di AVB nel tempo. Come prima cosa Di Matteo ha preso il 4-2-3-1 dell’ultimo Villas Boas e gli ha abbassato le ali fino a una specie di 4-4-1-1, poi ha addirittura giocato con 3 centrali di centrocampo contenitivi (Mikel, Meireles e Lampard) e Ramires e Mata sulla fasce. Il barcellona era il banco di prova perfetto per un sistema di gioco di questo tipo. Tra l’altro è stato premiato lo spostamento di Ramires a sx all’andata (con Mata per la prima volta in vita sua, credo, a destra), per fargli seguire Dani Alves in fase difensiva e ripartire nel buco che Alves lasciava ogni volta dietro di sé. Il gol di Drogba ha premiato proprio quella mossa.
    Scusatemi se mi sono lasciato andare, aggiungo solo che ha ragione anche Davide quando dice che è un problema di ciclo più che di singola partita (anche se mi sembra una partita abbastanza esemplare), ma per il ciclo c’è già il libro splendido di Modeo.
    A proposito, Christian, non capisco bene cosa intendi. A me sembra che l’argomentazione di Modeo (ovviamente parlo del libro non dell’intervista) sia solidissima proprio dal punto di vista storico e fattuale che tu contesti quando parli di verificare. Non solo quell’atteggiamento di fondo, ma anche quelle caratteristiche che rendono tecnicamente una squadra di calcio “totale”.

  7. Maurizio scrive:

    L’integrazione dei “nuovi” al Barcelona sembra sia davvero un problema, e anche io, nonostante la ventina di goal messi assieme da Sanchez e Fabregas in questa stagione, ho avuto quest’impressione. Forse è IL problema di questa squadra, perché non riuscire a sfruttare (l’enorme) capitale messo a disposizione dalla società in sede di mercato costringe l’allenatore ad affidarsi sempre agli stessi (o ai vari Cuenca&Tello), e il risultato è che non ti può andare sempre bene. Di questa storia sarebbe interessante parlare: perché i nuovi acquisti (straordinari campioni, a livello individuale) faticano appena entrano nel meccanismo Barcelona? (E “faticare”, se consideriamo la storia di Ibrahimovic, è un eufemismo.) La mia idea è che giocare in una squadra dai meccanismi perfetti non sia semplice, perché richiede conoscenza di un calcio al quale i tuoi compagni sono abituati da una vita, mentre tu sei lì solo da qualche mese. Questo può essere vero per gente come Sanchez (che comunque ha fatto una buona stagione, per carità), Ibrahimovic (sulla sua esperienza catalana hai scritto tutto in due articoli magnifici,e comunque non aveva disputato un’annata disastrosa, ma proprio come Sanchez si è dissolto nel momento clou), Hleb (anche a me piaceva molto all’Arsenal). Per Fabregas il discorso è un po’ diverso: non è questione di abitudine o conoscenza – Cesc è cresciuto nella Masia -, ma di ruoli. E’ il suo acquisto ad aver costretto Guardiola a inventarsi nuovi schemi, perché nel 4-3-3 Cesc non credo abbia un vero ruolo (forse al posto di Xavi?), e tenere in panchina l’ennesimo acquisto da 40 milioni forse poteva non essere la cosa più furba.
    Poi mi verrebbe da dire che nelle partite in cui l’avversario si chiude a riccio (Chelsea, Inter 2010, in certe occasioni il Real) Messi dovrebbe tornare a giocare sulla destra, stile Barca triplete 2009, con un’altra ala (alla Henry, quindi molto offensiva) a sinistra, in modo da essere in grado di sfruttare lo spazio nella sua interezza e di entrare direttamente con gli esterni in area (ricordo il quarto di finale di quella Champions contro il Bayern e Messi, che giocava esterno nel tridente con Henry ed Eto’o, mi sembrò un alieno, molto più di quando fa 5 goal in una partita o simili).
    Non credo alla fine del ciclo – se non quello strettamente “Guardiolano” – perché la squadra è ancora giovane e probabilmente ancora la più forte di tutte. Molto dipenderà da Tito Villanova, o forse no. Io mi sarei fatto ingolosire da AVB, voi no?
    (Scusate la lungaggine.)

  8. giuseppe scrive:

    Tutto quello che avete scritto è interessante e lucidissimo. Ma bastava che una delle tante palle gol create dal Barcellona nelle due partite si fosse concretizzata, e non staremmo qui a disquisire.
    Si tratta soprattutto di sfortuna: ci sta nel calcio come nella vita.
    Fra il Barca e il Chelsea c’è un abisso: quello che passa tra la forma d’arte riuscita e la pura volontà di potenza. Cioè…tra il gioco e la guerra.

  9. Liborio scrive:

    Daniele, complimenti ancora per i tuoi pezzi, compresa questa bella intervista.

    Quello che mi sconcerta nel modello-Barca è che la loro filosofia di gioco, più che totale, sta(va)? diventando totalitaria, esasperando un gioco fondato sull’annullamento dell’avversario e su una progressiva rigidità tanto ideale quanto… vogliamo definirla etnica?
    La retorica dei canterani mi ha francamente stancato; che Sanchez e Ibrahimovic abbiano incontrato difficoltà di ambientamento conferma la chiusura del mondo blaugrana; e su tutto questo si innesta l’Idea Madre, la ricerca della perfezione a tutti i costi. Un castello vagamente fascistoide.

    E insomma e per finire banalmente, trovo sacrosanto che una squadra che abbia la presunzione di schierare in semifinale CL cuenca e tello, due giocatori che incontrerebbero difficoltà a emergere nell’attuale udinese (per dire: visto la stagione di bojan krkic? e aveva pure la chioccia luis enrique dalla sua) venga eliminata da un team che non ha avuto paura di palesare i propri limiti, dando vita a una prestazione difensiva quasi perfetta.

  10. Daniele Manusia scrive:

    Oddio Liborio (e grazie per i complimenti), alla questione etnica non ci ero ancora arrivato con l’immaginazione. Personalmente non mi spingerei a paragonare la filosofia del Barça a una ideologia “politica”. Nel senso che sono d’accordo quando dici che era diventato uno schema un po’ rigido – ho fatto proprio una domanda su questo – e che la ricerca di Guardiola, sotto alcuni aspetti, si stesse ripiegando su sé stessa, ma definirla fascitoide… non saprei. Invece, devo citarlo ancora ma è davvero un classico in questo senso, il libro di Modeo spazia in ambiti culturali e politici e se non lo hai ancora letto te lo consiglio, con pagine meravigliose sul contesto storico e culturale catalano. Secondo me il punto non è se il Barça sia una società più o meno libera di altre (lo è di più per Cuenca, di meno per Ibra), ma su come sia difficile tenere in equilibrio l’organizzazione di gruppo e i talenti individuali. Tra l’altro per Sanchez e Fabregas c’è ancora tempo.
    A proposito, Maurizio, non dobbiamo scordare che Fabregas viene tanto dalla Masia tanto dalla scuola Arsenal di Wenger, una scuola che insegna a finire le azioni abbastanza rapidamente e ad andare in verticale.
    Bojan a mio avviso è ingiudicabile, e Luis Enrique si è rivelato più matrigna che chioccia. Sulla gestione del “folletto” ho parecchi dubbi.
    Sul rapporto tra calcio e fortuna… è un po’ come la Storia che si ricorda solo dei vincitori… boh…

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