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Di cosa parliamo quando invochiamo “il modello inglese”

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di Carlo Maria Miele

Calcisticamente parlando, nei primi anni ottanta l’Inghilterra è il grande malato d’Europa. “English disease” è il termine coniato dagli stessi inglesi per definire un fenomeno di massa che sembra sfuggire a qualunque controllo. Orde di hooligan accompagnano le trasferte dei club britannici e della nazionale nel continente, con l’inevitabile contorno di violenze.

I casi tristemente celebri non mancano, dalla strage dell’Heysel (1985), che segna la messa al bando delle squadre inglesi dalle competizioni internazionali, alla battaglia di Luton-Millwall (sempre 1985), fino al massacro di Hillsboourogh (1989).

Proprio quest’ultimo episodio porta alla stesura del celebre Taylor Report [1], che cambierà il volto degli stadi e del calcio d’oltremanica fino a trasformarlo in quello che è oggi: un tesoro da esportazione (4,7 miliardi il valore in diritti televisivi) invidiato da tutto il mondo. Lo stesso invocato a intervalli regolari dalle nostre autorità, come riferimento idilliaco a cui ispirarsi per rimettere ordine nel calcio italiano.

Oltre la repressione, niente

Peccato che, dalle nostre parti, ogni volta che si parla di “modello inglese” sembra mancare ogni riferimento realistico alla complessità della trasformazioni avvenute in questi trent’anni nel Regno Unito.

Dopo i fatti di Fiorentina-Napoli, il presidente del Coni Malagò ha invitato a “fare come la Thatcher” (ignorando il ruolo marginale, senon controproducente, giocato in questo ambito dalla lady di ferro [2]). Stesso appello arriva dai grandi media: la Gazzetta dello Sport, il quotidiano più letto del paese, rielabora la ricetta inglese, sintetizzandola in tre misure chiave:

  • “scioglimento di tutte le forme di tifo organizzato”
  • “divieto di ogni forma di striscione”
  • “galera, intesa come certezza della pena, da scontare e non da aggirare grazie all’immancabile espediente legale”

Il modello inglese, insomma, diventa in Italia sinonimo di repressione. Si fa cenno all’introduzione delle telecamere a circuito chiuso, all’obbligo di assistere alle partite da seduti, alle frequenti operazioni di intelligence della polizia contro gli ultras, agli arresti in flagranza e all’impennata (anche questa funzionale all’obiettivo “ordine pubblico”) dei biglietti delle partite.

A voler guardare bene, invece, si scoprirebbe che, dietro l’abusata formula, c’è anche altro. Diversi fattori – tanto quanto le innovazioni nell’apparato normativo – hanno contribuito, nel corso di un trentennio, a creare il modello attuale. Per lo più si tratta di movimenti dal basso. In altre parole, cambiamenti sociali e culturali spontanei, che non possono certo essere esportati in quanto tali, ma che nemmeno andrebbero ignorati da chi vuole fare un discorso serio e non propagandistico sull’argomento.

Cambia la musica

Andrebbe detto innanzitutto che, strano a dirsi, buona parte degli hooligan non sono stati “cacciati” dagli stadi inglesi, ma se ne sono andati di propria iniziativa.

Per quanto esistente  negli stadi inglesi da sempre (e tuttora, come vedremo più avanti), il connubio violenza-calcio acquista una vera centralità proprio negli anni ottanta, di pari passo con la diffusione della subcultura casual. Prima a Liverpool e poi nel resto del paese, i giovani della workingclass iniziano a indossare capi sportivi firmati, che gli consentono di passare inosservati anche fuori dal proprio “ghetto” e di prendere in contropiede le forze dell’ordine. Succede così, in quegli anni, che, mentre la polizia va ancora a caccia di skinhead in Doctor Martens, i nuovi hooligan, con polo Sergio Tacchini e Adidas ai piedi, possono agire liberamente.

Alla fine del decennio d’oro dell’hooliganismo, quella generazione che nelle terraces avevano trovato il principale punto di aggregazione semplicemente lascia il passo, per naturali ragioni anagrafiche.

Come spiegò Mark Gilman già nel 1994 [3], a cavallo tra gli anni ottanta e novanta nelle subculture giovanili avviene un profondo processo di trasformazione, esemplificata nell’affermazione della moda dei rave party e dalla diffusione di nuove droghe sintetiche. Si diffonde la acid house e nasce il fenomeno Madchester. I casual – che nello scontro fisico con le forze di polizia e con le altre firm la principale ragion d’essere – sono invecchiati, e si riciclano come organizzatori dei rave e spacciatori per una nuova generazione meno interessata alla violenza da stadio e più agli acidi. Il motto di quella generazione – impensabile fino a pochissimo tempo prima – diventa “good music, gooddrugs and no violence”.

Il brusco cambiamento di rotta non viene apprezzato da tutto il mondo del tifo organizzato (è di quegli anni la maglia stampata dai supporter del Chelsea: “Hooligans Against Acid”) ma contribuisce sensibilmente a cambiare il volto degli stadi inglesi, tanto quanto le leggi approvate in quegli stessi anni.

Niente panico

Un altro contributo alla “sparizione” degli hooligan viene dal discorso mediatico, che in quegli stessi anni cambia marcatamente [4]. Come spesso accade per le emergenze mediatiche, l’allarme sociale viene meno quando queste ultime spariscono dalle prime pagine dei giornali e dalle aperture dei tg, al di là della loro effettiva diminuzione in termini statistici.

Per tutti gli anni ottanta sui giornali inglesi si diffonde una sorta di panico da hooligan. I frequentatori degli stadi sono brutti sporchi e cattivi, “geneticamente” inclini alla violenza. Gli episodi criminali vengono amplificati e raccontati con toni sensazionalistici, gli editoriali di condanna si sprecano.

Dopo Hillsborough il discorso cambia, anche per sostenere gli sforzi compiuti – in termini di ordine pubblico – dal governo conservatore. A partire da questo momento sui media – quando si parla di stadi – si tende generalizzare meno. Si pone anche l’attenzione sui pregiudizi e sui maltrattamenti che i tifosi inglesi (non più chiamati “hooligan”, ma semplici “tifosi”) subiscono da parte delle forze di polizia straniere in occasione delle trasferte all’estero.

Il calcio inglese diventa glam

Cosa determina questo cambio di linea? Innanzitutto la liberalizzazione del mercato televisivo e lo sbarco nel Regno Unito di colossi dei media, a partire da Sky di Rupert Murdoch. Nasce l’esigenza di dare un’immagine diversa del campionato e del calcio inglese, più glam e più vendibile all’estero.

La reinvenzione culturale ed economica del calcio inglese ha successo. Il nuovo spettacolo confezionato dalle tv piace di più alla middle class, che – visto il vertiginoso aumento del prezzo dei biglietti [5] – è anche la sola che può permettersi l’accesso ai nuovi stadi, mentre le frange più violente (e più povere) del tifo vengono marginalizzate.

Il discorso mediatico sul calcio inglese cambia, spesso, al di là di quanto avvenga nella realtà. Secondo AnastassiaTsoukola, professore associato dell’Università di Paris XI, “gli inglesi non sono mai venuti a capo dell’hooliganismo, lo hanno semplicemente nascosto sotto il tappeto” e “hanno fatto uno straordinario lavoro di marketing per vendere un fallimento per un successo totale” [6].

Negli ultimi decenni, ad esempio, sono aumentate le risse nelle serie minori (quelle in cui il controllo delle forze di polizia e meno rigido) e nei pub. Tali fenomeni, tuttavia, non vengono contati nelle stime ufficiali, perché non rientrano statisticamente nella categoria “hooliganism” e quindi, semplicemente, non esistono.

Con i facinorosi si tratta

La conclusione che se ne può trarre è che la parte repressiva del modello inglese, quella che inevitabilmente tutti, anche oggi, invocano, non sia stata necessariamente quella più efficace. Di sicuro non è la sola.

È significativo che alcune delle misure più dure inizialmente adottate in Inghilterra negli anni ottanta per limitare il fenomeno hooligan furono successivamente ritirate perché ritenute controproducenti o addirittura pericolose. È il caso del sistema di schedatura degli spettatori (una sorta di “tessera del tifoso” ante litteram voluta dal governo Thatcher) e delle barriere metalliche poste tra spalti e campo. Proprio queste ultime furono messe sotto accusa dal citato rapporto Taylor, in quanto considerate una delle cause della tragedia di Hillsborough, e pertanto vennero rimosse.

A fronte di un Napolitano che oggi invita a “non trattare con i facinorosi”[7], ci sono prove evidenti del fatto che le politiche più efficaci contro la violenza negli stadi risultano essere quelle più inclusive [8]. Al contrario quelle maggiormente repressive hanno avuto per un verso l’effetto di rafforzare la percezione dei tifosi  come “problema” e dall’altro quello di accentuare e cristallizzare la contrapposizione tra frange marginali del tifo e polizia, sintetizzato nel celebre acronimo ACAB (All the Cops are Bastard), la cui popolarità ha da tempo travalicato i confini del calcio.

Alcuni modelli per lo studio dei comportamenti delle folle, come il noto “Elaborated Social Identity Model (ESIM)” evidenziano come “l’uso indiscriminato della forza può innescare un processo psicologico tale da trascinare nel conflitto anche coloro che erano giunti a un evento senza alcuna preventiva intenzione conflittuale” [9].

La conseguenza è che, per evitare tali meccanismi, i piani di ordine pubblico dovrebbero prevedere esplicitamente e in maniera stabile un dialogo tra le parti prima, durante e dopo la gara.

A fronte della tendenza alla progressiva commercializzazione del calcio, che ha naturalmente accentuato la distanza – sia reale che percepita – tra le società di calcio e i suoi sostenitori, aumentando le tensioni, andrebbe riconsiderato l’imperativo oggi dominante di tagliare i ponti tra ultras e club. Piuttosto, sarebbe opportuno che i tifosi fossero coinvolti, e che le società esercitassero un ruolo maggiormente inclusivo. Nel Regno Unito e resto d’Europa, il ragionamento su questi temi va avanti da tempo.

In definitiva bisognerebbe chiedersi: Quando invochiamo il modello inglese, esattamente di cosa parliamo?

[1] The Hillsborough Stadium Disaster, 15 april 1989 – Inquiry by the Rt Hon Lord Justice Taylor

[2] Foot,J., Hooligans, il falso mito della signora Thatcher, il Manifesto, 17 novembre 2007-

[3] Gilman,M., Football and drugs two cultures clash, The International Journal of Drug Policy, vol 5, no 1, 1994

[4] Giulianotti, R, Social and Legal factors in the decline of English Football Hooliganism, Icss Journal, vol 1 no 3 –

[5] Da gioco del popolo a svago per soli ricchi, la triste parabola del calcio inglese, Mondocalcio Magazine, 5 dicembre 2013 –

[6] Palmer, I. S. “Has English Football Hooliganism Been Swept Under the Carpet?”, FTBpro, 14 aprile 2014

[7]“Napolitano: “Non si tratta con i facinorosi, le società rompano i legami con gli ultrà”, Il Tempo, 5 maggio 2014

[8] Stott, C. “Crowd Psychology and Public Order Policing: An Overview of Scientific Theory and Evidence”, University of Liverpool, School of Psychology, 2009

[9]Daniela Vurbs, “Imagine football without fans” – or without police, Icss Journal, Vol 1 No 3 

Commenti
4 Commenti a “Di cosa parliamo quando invochiamo “il modello inglese””
  1. Scroodge scrive:

    Forse parliamo di borghesizzazione degli stadi con aumento dei prezzi dei biglietti alla stregua di quelli inglesi (nonostante quelli siano gioielli e i nostri, salvo rare eccezioni, catapecchie: d’altronde siamo italiani).

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  1. […] resto l’esponenziale aumento del prezzo dei biglietti è uno dei capisaldi del famoso “modell…, da sempre richiamato come punto di riferimento per il resto […]

  2. […] tutti i dibattiti italiani che riguardano il problema della “sicurezza negli stadi”, dai quali si percepisce invece che il modello inglese altro non è che un sistema repressivo molto efficiente e […]

  3. […] tutti i dibattiti italiani che riguardano il problema della “sicurezza negli stadi”, dai quali si percepisce invece che il modello inglese altro non è che un sistema repressivo molto efficiente e […]



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