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California Dreaming

Questo articolo è uscito per Il Riformista.

Il sogno californiano si è trasformato in un incubo. Ma sempre un incubo mitico rimane. Da quando sono stati tracciati i confini degli Stati Uniti, lo sguardo degli scrittori si è rivolto verso l’Ovest. I primi hanno narrato la corsa all’oro celebrando il West e i suoi eroi. Ai tempi della Grande Depressione, hanno mitizzato la processione di auto scassate dei poveracci che si trascinavano verso la California. Il sogno californiano è esploso nei suoi caratteri più leggendari negli anni ’50 e ’60. La cultura surf, le favolose bionde in bikini, le perenni feste sulla spiaggia, i Beach Boys. Quel sogno ora è imbevuto di una tinta noir, ma non tramonta mai. Della California si racconta adesso il lato criminale: narcotraffico, sparatorie, il micidiale confine col Messico. L’anno scorso, Thomas Pynchon ha glorificato la California con una crime-story: droghe, omicidi, e indagini da vecchio noir. Si intitolava Vizio di forma (Einaudi) ed era un omaggio alla stagione hippy: «Qualche volta, tra le ombre, la veduta si rischiarava, di solito quando fumava erba, come se qualcuno avesse armeggiato con la manopola del contrasto del Creato così da conferire a ogni cosa un bagliore soffuso, un alone luminoso che preannunciava una serata in qualche modo epica».

È una California messicanizzata quella raccontata da Don Winslow. Già nel libro La pattuglia dell’alba le mareggiate oceaniche potenti venivano abbandonate perché un ex-agente tornava a indagare su un caso di una spogliarellista. E l’aria che si respirava, nonostante il sole, era decisamente cupa.

Nell’ultimo romanzo di Don Winsolw, Le belve (Einaudi), il confine tra California e Messico sembra addirittura saltato. A muovere la storia è la guerra territoriale tra un cartello di messicani che vuole gestire il traffico di marijuana e i tre protagonisti del romanzo. Il sole splende ma le onde sono remote, le spiagge sono rarissime, viste solo dall’alto, e non c’è neanche un surfista. L’edenico clima californiano è perforato dai proiettili. Ci sono più teste decapitate che palme, più sicari che grigliate al tramonto.

Chon, Ben e Ophelia (detta O) sono vertici di un triangolo di desiderio. I tre vengono minacciati dai messicani che vogliono impedire loro di vendere erba. Ophelia, ninfe tatuate e piercing, ama Chon, uno che «parla poco perché ama moltissimo le parole». Ma ama anche Ben, che vola in Iraq, Congo, Darfur e Myanmar. Amici da molto tempo, Chon e Ben coltivano erba e ne hanno fatto un business. Quando i messicani ordinano di fermarsi, si rifiutano di obbedire. Il rifiuto li risucchierà in un vortice di violenza. Ophelia viene inseguita, una lama le si posa sul collo ed eccola sequestrata. I due sono pronti a tutto per liberarla. Come si dice, i colpi di scena si sprecano.

Don Winslow mette in scena una vicenda pronta per essere un film (e non è un caso che Oliver Stone sarà il regista). I capitoli sono brevissimi, il ritmo è forsennato. L’ironia vivacizza le pagine. Tutto può essere preso in giro. A partire da Obama. La madre di Ophelia: «è rimasta allibita quando Obama è stato eletto. Tipo, cosa dobbiamo aspettarci dopo, un messicano?». Tutto è in crisi: «“Che fine ha fatto la moralità?”, chiede Chon con un sospiro. “La stessa fine dei Cd”» risponde Ben.

A volte la California è familiare. Pick-up che circolano all’alba, campi erbosi, case coi vialetti, campi da basket, la torretta del bagnino. Sole, vela, golf. Altre volte, i suoi tratti sono meno riconoscibili. Emissari con camicie di seta nera aperte sul collo, vassoi di sushi, zuppa di cipolle alla francese e crème brûlée.Yerbamucho dinero.

La California è stata raccontata in infiniti modi. Era polverosa e arida quella di Steinbeck, in Furore, romanzo pieno di crepuscoli infuocati che l’ha resa una terra epica: «I profughi sciamavano sulla 66 in automobili isolate, talora, ma più spesso raggruppate in carovane. Durante il giorno intero rotolavano adagio, e a sera sostavano vicino all’acqua. (…) Oh, se solo ce la facessimo ad arrivare in California, dove ci sono tutti quegli aranci, con questa vecchia carretta, prima che si sfasci del tutto!». Per Steinbeck è la terra delle possibilità: «Ma adesso che arrivo in California, vi fo vedere io. Là basta allungar la mano per cogliere un’arancia, o un grappolo d’uva. È sempre stato il sogno di tutta la mia vita». L’hanno cantata i beat, Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti. Per James Ellroy, in L.A. Confidential, la California è un inferno (parcheggi, sirene, pistole) ed è abitata da mostri: «Era nella sua macchina, a presidiare il parcheggio del Rendez-vous, a Malibu: teneva d’occhio due spacciatori in una berlina Packard. Era quasi mezzanotte: aveva bevuto scotch, s’era fatto una canna per via, le pasticche che buttava giù non andavano troppo d’accordo con l’alcool. Aveva ricevuto una informazione su una consegna a mezzanotte: i due spacciatori e un nero magro, alto più di due metri, una specie di mostro».La California di Bret Easton Ellis fa da contrasto agli innevati campus del New Hampshire. L’inizio del suo Meno di zero è un incipit di culto: «La gente ha paura di immettersi nel traffico di Los Angeles». Nei suoi libri i ragazzi vanno e vengono da Palm Springs.

La California ha mille facce. Era la nuova Terra Promessa per i pionieri. Era il luogo più esotico degli Stati Uniti, come diceva il poeta Robinson Jeffers: «Da quando l’abbiamo rubata ai messicani, si è sempre presentata agli americani come la più strana ed esotica delle imprese nazionali». Il Golden State è diventato set cinematografico, dagli anni ’20 gli scrittori vengono qui e finiscono a Hollywood. Il Golden State è diventato il paradiso degli hippy. Dopo che Raymond Chandler aveva colto il lato oscuro dei californiani, il colore nero è rimasto impigliato nel prosa di Winslow.

La pagina più bella di Le belve arriva tardi, pagina 431: «Per un breve periodo siamo stati una civiltà abbarbicata a una striscia di terra fra l’oceano e il deserto. L’acqua era il nostro problema, troppa da un lato, troppo poca dall’altro, ma questo non ci ha fermati. Abbiamo costruito case, strade, alberghi, centri commerciali, complessi residenziali, parcheggi, scuole e stadi. Abbiamo proclamato la libertà dell’individuo, abbiamo comprato e guidato milioni i automobili per dimostrarla. (…) Siamo andati in spiaggia, abbiamo cavalcato le onde, riversato la nostra immondizia in quell’acqua che dicevamo di amare. Abbiamo reinventato la nostra cultura, ci siamo chiusi in comunità recintate, abbiamo mangiato cibi sani, smesso di fumare, abbiamo levato in alto i nostri visi liftati ed esfoliati cercando di evitare il sole, ci siamo fatti spianare le rughe, ci siamo fatti succhiare via cuscinetti adiposi e bambini non voluti, abbiamo sfidato la vecchiaia e la morte. Abbiamo divinizzato ricchezza e potere. Fatto del narcisismo una religione. Alla fine, adoravamo solo noi stessi. Alla fine, non è stato abbastanza».

Ogni volta che si narra la California si ha a che fare con un sogno. La letteratura pare fatta apposta per raccontarla.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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